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IL PURO E L’IMPURO DI VLADIMIR JANKELEVITCH

jankelevitchDi Andrea Pollastri

 

 

Le pur et l’impur di Vladimir Jankélévitch uscì a Parigi nel 1960 edito da Flammarion. Pubblicato ora in Italia da Einaudi, viene considerato  uno tra i testi più significativi per conoscere a fondo il pensiero del filosofo francese che, come ben ricorda la curatrice Enrica Lisciani Petrini, ci rimanda ad un modo d’essere della vita universitaria che, nel bene o nel male, abbiamo completamente perduto.

41sKlSgjJJLImmergendosi nelle pagine de “Il puro e L’impuro”, nato da un corso radio-diffuso tenuto nell’Amphi Guizot della Sorbonne tra il 1958 e il 1959, il lettore viene travolto dal caratteristico stile jankélévitchiano. Uno stile che procede per argomentazioni avvolgenti, in un ciclico e talvolta deviante dipanarsi del discorso, per condurre il lettore a far sprigionare la propria coscienza pensante e critica. Uno stile di pensiero e di scrittura che viene a tutt’oggi considerato “alieno” rispetto ai canonici saggi filosofici a cui siamo abituati.

arcotrionfo2A Béatrice Berlowitz, in una interessantissima intervista diventata libro con il titolo “Da qualche parte nell’incompiuto”, Jankélévitch dice:

La filosofia consiste nel pensare tutto ciò che in una questione è pensabile, nel pensarla fino in fondo, costi quel che costi. Si tratta di dipanare l’inestricabile, senza fermarsi, se non a partite dal momento in cui diventa assoluta, ente impossibile andare oltre. Mirando ad una ricerca così rigorosa, le parole, che servono di supporto al pensiero, devono essere impiegate in tutte le posizioni possibili, le locuzioni più varie. Occorre girarle e rigirarle sotto tutte le facce”.

ACH000295141.0.580x580Una “strenge Wissenschaft”, una scienza rigorosa, a dirla con lo stesso autore, che non è la scienza praticata dagli scienziati, bensì un’ascesi.
Jankélévitch ci prende per mano e ci conduce all’interno di un’analisi complessa del binomio puro/impuro, andando alla profondità della questione e facendo emergere la “pura” essenza dell’essere umano, evidenziandone il suo naturale coinvolgimento con l’impurità. Infatti, nessun uomo può rivolgere a se stesso un giudizio di valore, in quanto non spetta mai al soggetto che parla giudicarsi. Vale per tutte le “nature semplici”, tutte le perfezioni che scompaiono nel momento stesso in cui comincia il pensiero, poiché, come sottolinea più volte il filosofo francese: “esse non possono esistere se non in quanto inconsapevoli di sé”. Il bambino è puro, ma non lo sa. Ed è puro solo a condizione di ignorarlo. Chi  vanta la qualità di purezza e ne apprezza il valore diviene immediatamente impuro”. L’uomo, nella sua dimensione finita e corruttibile, è in grado di scoprire la propria esistenza nel suo pensiero senza mancare in alcun modo di umiltà. Cogito, ergo sum. L’io implicito in questa affermazione, non abolisce l’evidenza del Cogito. La purezza, invece, non tollera l’Io. Se non si diventa inesistenti prendendo coscienza della propria esistenza, al contrario, si diventa impuri prendendo coscienza della propria purezza, ed in modo immediato.

nuvole_duomoLa purezza – dice Jankélévitch – assomiglia alla morte, a sua volta una sorta di purezza, che sta al nostro essere come il niente sta al tutto”. Nessuno può, infatti, parlare della propria morte in prima persona, e soprattutto al presente. É possibile elaborare congetture circa il futuro della nostra morte o pensare la stessa al passato, come dimensione di un niente prenatale. Al contrario, è l’impuro ad essere esprimibile e conoscibile. Pierre Charron, in una delle sue massime comprese nel saggio “Oracolo manuale e arte di prudenza”, scrive: “Tutte le cose in questo mondo sono intrecciate e temperate con i loro contrari. Tutto è mescolato, nulla di puro nelle nostre mani”. Sul concetto di impurità ci si dischiude un mondo intero.

Un cielo senza nubi non ha storia, un bello eternamente fisso non fornisce materia né al dramma né al romanzo: si raccontano solamente i cieli offuscati e cangianti, l’innocenza perduta, ansiosamente cercata, dolorosamente ritrovata e subito di nuovo perduta, le vicissitudini del tempo variabile e i tragitti a zig zag dell’inquieto vivere… La noiosa purezza assomiglia infatti a una beatitudine che mai le nubi della preoccupazione o le passioni infelici potrebbero turbare”.

finestra_stelleLa purezza esige uno sguardo indiretto e obliquo. E’ come la luce che ci permette di vedere i corpi oscuri ma che, di per sé, non può essere vista. La purezza, scrive Jankélévitch, “è come il vetro delle finestre, l’invisibile che lascia vedere”. La trasparenza è creata non per essere vista ma perché attraverso essa noi siamo in grado di osservare il paesaggio irregolare, le ombre, l’infinita mescolanza di corpi con cui la nostra natura umana si relaziona nel mondo. Insomma, per parlare della purezza, bisogna parlare dell’impuro, che almeno è qualcosa. Che cos’è l’impurità se non la nostra stessa vita, il susseguirsi di eventi, l’alterità delle personalità, l’inquinamento della natura, l’immoralità, la corruzione o la depravazione della natura umana? Ecco l’impurità. La nostra stessa natura, la nostra essenza.

In un mondo come il nostro, epoca in cui tutto cambia rapidamente e incessantemente, il saggio di Jankélévitch  risulta di un’attualità spiazzante. Ci invita ad assumerci in modo consapevole l’impurità del mondo, a vivere in modo sereno e curioso la nostra alterità, sia nel rapporto con noi stessi, sia nel rapporto con gli altri, nelle nostre relazioni eterogenee. Nel bene e nel male, con la curiosità e la voglia di ricerca che, come l’Eros del Simposio platonico, vaga mai pago dei saperi convenzionali o delle verità già preconfezionate. Ritornare ad essere consapevoli della nostra responsabilità, del nostro agire e dell’agire del mondo che ci circonda: un cammino arduo e per nulla sereno ma che possiamo benissimo praticare come quella “passeggiata nei campi” che chiude il saggio “Il puro e l’impuro”. 

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