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LA METROPOLI E LA VITA DELLO SPIRITO DI GEORG SIMMEL (Parte II)

 

Simmel

Di Piergiorgio Scilironi

Ritorniamo all’intensificazione della vita nervosa: per sintonizzarsi ai nuovi ritmi di vita – si diceva – l’individuo sviluppa un organo di difesa che gli permette di far fronte agli innumerevoli stimoli esterni. In altri termini, potremmo dire che l’individuo percorre le strade della metropoli distrattamente: si lascia sedurre dagli stimoli, ma riesce anche a farseli velocemente scivolare di dosso. Questa distrazione non coincide affatto con una forma degradata di esperienza, anzi è per Simmel uno strumento attivo ed efficace, una centralina che attiva simultaneamente diversi circuiti mentali e permette di catturare quanti più stimoli possibili.

A rendere possibile una simile distrazione è il potenziamento di un organo che Simmel definisce “intelletto” e che Freud chiama “preconscio”, ovvero una zona neutra, poco dinamica dal punto di vista del senso ma capace di accogliere e disfare incessantemente gli stimoli esterni facendo in modo che questi stessi stimoli non influiscano mai sull’inconscio né sulla propria coscienza. Il preconscio è un organo leggero ed elastico, estensibile a piacere, una sorta di spazio del possibile capace di accogliere e lasciare ogni volta un nuovo stimolo, una nuova sollecitazione. Proprio grazie al preconscio, l’individuo si muove a suo agio tra vetrine, annunci, parole, rumori. Il preconscio rende la metropoli “abitabile” ma, allo stesso tempo, crea un problema tutt’altro che semplice da risolvere: è possibile rendere significativa questa molteplicità di stimoli? Il preconscio è una percezione ampia, ma senza messa a fuoco, capace solo di scivolare sulle cose: E allora che senso ha, questa assenza di senso?

La risposta di Simmel sarebbe probabilmente questa: aiuta a vivere; o meglio, aiuta a vivere nella metropoli, un luogo che esige più intelligenza, d’accordo, ma anche, in un certo senso, più stupidità. Un luogo dove si deve imparare a vedere e a non vedere, a capire e a non capire. Neutralità, opacità, mediocrità emotiva che permette a milioni di essere umani di vivere l’uno accanto all’altro senza sterminarsi a vicenda. Alla medesima funzione assolta dalla distrazione risponde anche la maggiore diffidenza o il maggior riserbo attraverso il quale gli abitanti della metropoli si relazionano gli uni agli altri. Anziché degradante, questa diffidenza reciproca diventa un vero e proprio strumento utile alla sopravvivenza individuale e alla convivenza sociale. Essa permette di catturare e dimenticare, al tempo stesso, gli sguardi incrociati; di accettare, senza che si producano reazioni affettive, la presenza degli altri, i loro comportamenti e i loro atteggiamenti, le loro abitudini e le loro stranezze; essa permette, dunque, di sopportare la quantità e la molteplicità degli incontri che l’individuo sperimenta quotidianamente.

A causa della loro maggiore brevità e rarità, gli incontri metropolitani, diversamente da quelli della città di provincia, diventano da un lato più seducenti, in quanto generano nell’immaginazione dell’individuo sia il momento dell’ “attesa” sia la possibilità di fantasticare sugli esisti e sviluppi degli incontri, dall’altro impongono una maggiore attenzione al proprio modo di presentarsi e modificano le modalità di formazione della fiducia: quest’ultima deve infatti dilatarsi in un tempo molto più ampio rispetto a quello della piccola città, dove invece la frequenza e la durata degli incontri fornisce a ciascuno un’immagine inequivocabile, o quanto meno più nitida, della personalità dell’altro. Attraverso una nuova “molteplicità e concentrazione dello scambio”, la metropoli rende possibile ed operativa un’economia di tipo “oggettivo”, non più fondata sulla relazione diretta e affettiva tra produttore e consumatore, tra artigiano e cliente, bensì su rapporti guidati da un puro utilitarismo, da un puro egoismo, reso ora possibile dall’anonimato reciproco, dal fatto che i produttori non si conoscono tra loro, così come i produttori non conoscono i consumatori dei loro beni. Con un atteggiamento di “mera neutralità oggettiva” il produttore si rapporta al consumatore, un produttore ad un altro produttore, un produttore ad un’istituzione. L’insieme di queste piccole e ripetute pratiche quotidiane fa sì che il mondo lavorativo appaia, nel complesso, un sistema oggettivo paragonabile ad un grande gioco dalle regole ben codificate, un gioco che eccede e sovrasta le singole volontà individuali.

L’individuo, di riflesso, ha l’impressione di perdere controllo sul proprio spazio sociale e di divenire una “quantitè nègligeable, un granello di sabbia di fronte a un’organizzazione immensa di cose e di forze che gli sottraggono tutti i progressi, le forme di spiritualità e i valori, trasferiti via via dalla loro forma soggettiva a quella di una vita puramente oggettiva”. L’individuo sente di essere, rispetto a processi sociali che eccedono e superano il suo controllo e la sua volontà, un tassello vitale ma al tempo stesso sempre accessorio e sostituibile. Per questo motivo, sente un’attrazione per quel carattere di “autonomia” che contraddistingueva l’abitante della città di provincia. Nel momento stesso in cui rende obsoleta questa “autonomia”, questa “fiera dignità”, questo sentirsi “liberi” e “indipendenti” rispetto ai processi sociali, questa, che in altri termini, potrebbe essere definita come una “centralità del singolo individuo”, la metropoli le conferisce ad essa, all’occhio del suo abitante, un fascino nuovo e potente: il fascino che si prova per le rovine, per qualcosa che è andato ormai perduto e che non può più essere riattualizzato e rivissuto nel proprio spazio sociale, nella propria contemporaneità. La metropoli riesce a concentrare in un solo spazio gran parte dell’accumulazione gigantesca di cose – istituzioni, oggetti, tecniche, idee, tradizioni – creata nel corso del tempo storico. La metropoli riflette interi archi temporali, gli stili e gli strati succedutesi nello spazio di più secoli; mette in scena una macchina sociale, le cui parti appaiono, al singolo individuo, protesi autonome che si accrescono quasi oggettivamente, proprio grazie alla loro stessa stratificazione e differenziazione. In simili condizioni, la cultura individuale non può che essere parziale e specialistica: tra cultura oggettiva e cultura soggettiva si apre per Simmel uno iato incolmabile, poiché l’individuo considerato nella sua singolarità “perde” la comprensione di tutti quei rapporti e quelle connessioni che legano tra loro le differenti forme sociali, politiche, intellettuali, delle quali, pur tuttavia, continua e deve continuare a far parte. Simmel mette a fuoco quella condizione paradossale, tipica della metropoli, per la quale è proprio l’estraneità dell’individuo al processo di trasformazione sociale a contribuire – in modo involontario e solo in minima parte consapevole – alla trasformazione stessa. Tale estraneità dell’individuo, guardata da un altro versante, è parte integrante e costitutiva della sua libertà. Nei gruppi sociali ristretti, la demarcazione dei confini e la chiusura verso gruppi esterni coincidono con forti vincoli interni ai quali il singolo individuo è sottoposto: avere una funzione precisa, per così dire, istituzionalizzata all’interno del gruppo sociale significa sentirsi incollati al proprio ruolo, con una corrispondente riduzione dei margini della propria libertà d’azione individuale. Tale sembra essere a Simmel il “prezzo” del sentirsi parte, dell’appartenere ad un sistema sociale chiuso. L’allargamento quantitativo e l’apertura verso l’esterno dei gruppi sociali determina una trasformazione qualitativa degli stessi: i loro confini esterni e la loro unità interna tendono a sfumare, concedendo all’individuo una libertà d’azione mai sperimentata prima della metropoli. La libertà non è sinonimo di progresso o finalità, ma coincide con con una maggiore libertà di azione e movimento rispetto alle cerchie sociali, con la possibilità di crearsi uno stile di vita individuale o meglio con la possibilità di tradurre, da soli, il proprio singolo immaginario in una serie di minute azioni quotidiane: vestiti, sesso, capelli, consumi. In un gruppo sociale ristretto e chiuso, l’individuo sente in modo chiaro la propria appartenenza, pagandola in termini di libertà; specularmente, nei gruppi sociali più aperti, e dunque nella metropoli, la libertà si manifesta anche sotto forma di perdita del chiaro riconoscimento della propria identità sociale. Anche nella metropoli, ognuno ha, fusi nel proprio nome, un’identità e un ruolo, ma i loro contorni sono più labili, sia perché meno riconosciuti dagli altri sia perché inestricabilmente legati a situazioni di anonimato. L’altra faccia della libertà metropolitana è costituita dal fatto che l’individuo è, come mai prima, privo di appartenenza, è, come mai prima, in una situazione di “anomia”.Leconsiderazioni di Simmel sull’anomia sono affiancabile a quelle di Baudrillard sulla vita quotidiana americana. I concetti di libertà e solitudine, di cui parlava Simmel, aprono uno scenario del tutto inedito: dapprima questa libertà è solo libertà di movimento e azione individuale, di costruirsi uno stile di vita personale, successivamente questa stessa libertà determina una prevalenza di strategie modali su strategie finali, della sfera privata su quella pubblica, del singolo stile di vita sulla politica cioè su quell’istituzioneche garantiva la formazione e la conservazione di un’identità collettiva carica di significato, senso e durata. Perduto un noi collettivo, lo stile di vita non è più un semplice strumento in mano alle classi sociali – strumento utile alla differenziazione in classi – ma diventa una modalità necessaria all’individuo per costruire e affermare la propria identità, per rendersi riconoscibile davanti a sé e agli altri.

 

 

 

 

 

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