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LA STORIA DEL DIVORZIO IN ITALIA

34201095214aDi Gianfranco Giudice

Sono passati pochi giorni da quando la Corte Costituzionale ha definitivamente cancellato la legge 40 del 2004 che impediva la fecondazione eterologa, perché per la Suprema Corte quella norma andava contro alcuni fondamentali principi costituzionali. Il fatto è accaduto esattamente a quarant’anni dal 12 maggio 1974, quando con uno storico referendum i cittadini italiani dissero chiaramente no all’abrogazione della legge che nel 1970 per la prima volta introdusse in Italia il divorzio. La storia dell’introduzione del divorzio in Italia è efficacemente e sinteticamente ricostruita in un prezioso libro di Domenico Letizia, Storia della Lega italiana per il Divorzio (Europa Edizioni, 2014).

Storia-lega-italiana-divorzio-LetiziaSi tratta in un volume agile ma puntuale nel ripercorrere le tappe di una storia che ha attraversato i primi decenni del secondo dopoguerra, anni cruciali che hanno visto il definitivo passaggio dell’Italia da paese agricolo a società industriale, e parallelamente a questo la conquista di fondamentali diritti sociali e civili, indispensabili per trasformare il nostro paese nel senso della modernità e della laicità. Tappe ancora oggi non pienamente raggiunte per la presenza soffocante della cultura cattolica (si veda la vicenda sopra ricordata della fecondazione assistita oppure delle unioni civili e delle coppie gay, senza tralasciare di ricordare la vicenda dell’aborto). La battaglia per l’introduzione del divorzio segna un passaggio cruciale nella trasformazione dell’Italia in un paese moderno, perché “nelle società laiche moderne – scrive Letizia – il matrimonio è concepito come rapporto volontario tra due persone, sorretto da un precedente senso di adesione, destinato, anche, a cessare con il verificarsi di determinate condizioni, insomma, il matrimonio è supportato dal ‘consenso’ e in tale convivenza non possiamo che ravvisare i principi che sorreggono la democrazia”(p.13). Il libro di Letizia è anche un libro di storia, dunque ricostruisce, seppure per brevi cenni, le vicende che hanno caratterizzato il divorzio dal Settecento al Novecento, ricordando come per la Chiesa cattolica solo a partire dal Concilio di Firenze nel 1439 il matrimonio è considerato un sacramento.

pannella_1974-580x358Il primo Stato italiano ad ammettere il divorzio fu il Regno di Napoli nel 1809, sotto Gioacchino Murat che introdusse il Codice napoleonico nel regno meridionale. Nel 1878 per la prima volta venne presentata al Parlamento italiano una proposta di legge per l’introduzione, ma senza successo. Il discorso in Italia si chiuse definitivamente con i Patti Lateranensi di Mussolini. L’Italia rimase a lungo senza divorzio, ma questo divieto valeva in particolare per chi non era ricco, le persone facoltose potevano infatti ricorrere alla Sacra Rota. La svolta, nel fermento degli anni ’60 e nell’Italia del boom economico, si ha nel 1965 quando alla Camera dei Deputati il socialista Loris Fortuna presentava un progetto di legge per il divorzio, e in concomitanza prendeva avvio la mobilitazione del Partito Radicale che portava alla nascita nel 1966 della Lega italiana per l’istituzione del divorzio (LID), che ebbe come segretario Marco Pannella. La battaglia per il divorzio fu l’occasione per i Radicali di crescere ed aumentare l’influenza nella società italiana, caratterizzandosi come il soggetto politico più determinato e coerente nella trasformazione in senso laico dell’Italia. La battaglia per il divorzio unì tuttavia un fronte largo di forze, dai radicali ai liberali, dai socialisti ai cattolici democratici, fino ai comunisti che, pur con tante cautele dovute alla preoccupazione di spaccare la società italiana trascinandola in una guerra di religione tra laici e cattolici, si schierarono decisamente a favore del divorzio.

Divorzio-cop_AvantiIl libro di Letizia ricostruisce dettagliatamente l’iter complesso e difficile che porterà all’approvazione definitiva della legge sul divorzio alla Camera dei Deputati nella notte tra il 30 novembre ed il primo dicembre 1970. I governi di centro – sinistra che si formarono dopo le elezioni del 1968 non prevedevano un accordo tra democristiani (su cui agivano fortissime le pressioni della Chiesa e del Vaticano) e socialisti sul divorzio, e questo determinò l’iter complesso e tortuoso della legge. L’approvazione della legge Fortuna – Baslini alla fine arrivò, ricorda Letizia, anche grazie alla concomitante approvazione di un’altra legge: “il gruppo democristiano alla Camera richiese la discussione relativa al varo della normativa di attuazione di un referendum popolare abrogativo, previsto dalla Costituzione. Dopo aver disatteso per vent’anni il dettato costituzionale, la Dc volle la nuova legge applicativa dell’istituto referendario al fine di abrogare una legge innovativa e moderna”(p.47). A questo punto si apriva la partita del referendum, con la quale i cattolici puntavano ad una rivincita pensando di sfruttare il sentire comune della maggioranza degli italiani che si pensava fossero contrari al divorzio. Nonostante esistessero milioni di fuorilegge del matrimonio, il pregiudizio diffuso portava a credere che sarebbe stata l’introduzione del divorzio a determinare la crisi dei matrimoni (si trattava di un classico esempio di inversione causa – effetto).

419983_10150633393792530_578761900_nAll’inizio del 1972 la Corte Costituzionale ammetteva il referendum popolare abrogativo della nuova legge sul divorzio. La LID dopo avere difeso la legge, iniziava in tutta Italia la mobilitazione in vista del referendum. Il 12 e 13 maggio 1974 il paese votò ed a sorpresa il 59,1% dei cittadini disse no all’abrogazione della legge. Le previsioni dei democristiani, alleati per l’occasione con i missini, furono completamente sovvertite nelle urne: la società italiana era profondamente cambiata nei decenni del secondo dopoguerra ed anche nella galassia del cattolicesimo dopo il Concilio Vaticano II erano maturate posizioni democratiche più aperte. Ricorda Letizia che “rispetto alla disponibilità di partenza lo schieramento antidivorzista aveva perso almeno 2 milioni e 700 mila voti. Nelle provincie del Veneto e nelle città ‘bianche’ della Lombardia e del Piemonte, a Bergamo, Varese, Como, la coalizione divorzista aveva guadagnato 10 punti di media. A Roma, il fronte anti-divorzista aveva perso ben 17 punti”(p.64). Il dato di Como in particolare è interessante, perché nella cattolicissima città il 57,7% si espresse per il no all’abrogazione della legge, mentre nella più conservatrice provincia lariana prevalse con il 50,7% l’opposizione al divorzio. Scrive Letizia che “lo schieramento abrogazionista e quello divorzista, riproposero, semplicemente, le tesi che i deputati e i senatori avevano sostenuto nel lungo dibattito parlamentare che aveva preceduto il voto sulla legge Fortuna- Baslini. Le due posizioni che si confrontavano, principalmente, su due diversi modi di intendere il rapporto tra legge e costume distribuito nella società e nella cultura italiana. Chi combatteva l’istituto del divorzio riteneva che la proclamazione di leggi liberali sulla famiglia e il vivere sociale fosse la causa della degenerazione dei costumi. Per questa ragione le buone leggi dovevano essere la traduzione di principi morali validi per tutti i cittadini e la difesa estrema di quei principi doveva essere affidata al codice penale. La libertà di divorziare veniva concepita, quindi, come una sorta di libertà di delinquere. La convinzione che il codice penale fosse il più efficace presidio dell’ordine sociale era il solo tema condiviso dai missini e dai cattolici tradizionalisti, che si trovavano nello stesso fronte più per ragioni di opportunità politica, che per affinità culturali e morali. Per entrambi, la legge Fortuna – Baslini era la rottura del primo anello di un’unica catena che reprimeva una serie di comportamenti ispirati a ciò che essi consideravano un falso concetto di libertà. Chi era favorevole al divorzio sosteneva, invece, che le leggi erano del tutto impotenti a determinare i costumi e che esse potevano soltanto registrare i mutamenti avvenuti nella società, invece che pretendere di dirigerli. Ritenevano anche che le buone leggi non fossero tali perché prescrivevano a tutti dei principi morali, ma perché consentivano la convivenza di principi diversi, sentiti e testimoniati dai tanti gruppi che contraddistinguono e compongono la società”(pp. 67-68).

Wedding couple figurines and handcuffLa storia del divorzio come battaglia di civiltà in Italia tuttavia non è finita. A ricordarcelo è la preziosa postfazione al volume di Letizia, scritta da Diego Sabatinelli, segretario italiano della Lega per il Divorzio Breve, nata nel 2007 per volontà di Marco Pannella. Sono passati vent’anni da quando fu accorciato da cinque a tre anni il periodo di separazione legale obbligatorio prima di poter chiedere il divorzio, e se ai tre anni si aggiungono i tempi lunghissimi della giustizia civile italiana ciò che ne deriva è ancora oggi una sostanziale lesione dei diritti individuali. Ricorda Sabatinelli che i costi economici e sociali dovuti ai tempi lunghissimi delle separazioni e dei divorzi hanno pesato negli ultimi dieci anni in Italia sulle tasche dei cittadini e dello Stato per quasi 10 miliardi. E’un costo insopportabile che dimostra come nel nostro paese la battaglia di civiltà a favore del divorzio iniziata dai Radicali tanti anni fa debba ancora percorrere un ultimo tratto di strada per concludersi davvero, consegnandoci almeno su questo terreno un paese davvero civile in linea con la quasi totalità dei paesi europei.                   

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