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«LA RAGIONE METAFISICA DEVE DARE SPAZIO DI VERITA’ ALLE PAROLE D’AMORE». Il filosofo Pinchard a Trento, su Dante ed Europa

 

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Di Sara Caon

«Mi curo del viso filosofico di Dante», queste le parole d’esordio di Bruno Pinchard, filosofo francese e visiting professor all’Università di Trento per un corso su “Teologia e femminilità in Dante”. Di Dante infatti tutto si può dire: se ne può parlare in termini filologici, storici, letterari, teologici. Ma, se esiste il “fenomeno Dante”, «anche il “fatto filosofico” dev’essere totale, se c’è», ha detto Pinchard. Tre sono i modi, diceva Etienne Gilson, per diventare pazzi: studiare Dante, studiare Shakespeare, studiare Rabelais. «Io – ha commentato Pinchard – sono sulla buona strada per diventarlo: studio infatti sia Dante che Rabelais». C’è stato però anche qualcuno che ha detto che sono proprio i pazzi a dare sapore al mondo.

Dante

I pazzi come Dante, che di tremori ne ha provati tanti, e tanti ne testimonia. «Ma se non si provano i tremori di Dante al modo che lui li ha provati – ha continuato il filosofo – di lui non si capirà nulla.» In un crescendo di citazioni poetiche, fra Baudelaire e Jean de Meung, Le fleurs du mal e il Roman de la Rose, l’ipotetico viaggio di Dante a Parigi, la possibilità – oggi quasi provata – che Dante per “selva oscura” abbia inteso un periodo della sua vita in cui era probabilmente diventato, in Francia, un autore per nobili che si divertivano a sollazzarsi con testi erotici, Pinchard ha ribadito che è la Francia che rammenta all’Italia che in Dante c’è un aspetto anche trasgressivo, un aspetto indagato ad esempio da Jacques Lacan, il quale ne ha voluto scoprire un modello per pensare l’inconscio, ha voluto fare un’operazione di svelamento dei versi danteschi. Ambigui versi, potrebbero essere, ambigui come la femminilità: donna angelo, ma anche sirena, strega.

Paolo e Francesca

C’è poi stato Jacques Roubaud che, in La fleur inverse, ha condannato Dante, poiché dal desiderio e forza umana è tornato al cattolicesimo: erede dei trovatori, non ha però prestato fede al suo slancio, relegandolo solo nell’episodio di Paolo e Francesca, all’inferno. E ancora, Philippe Sollers, che si è concentrato sul riso, una sorta di “stato di grazia” proprio delle donne, un mezzo per la felicità, qui in terra. Dante, insomma, aiuterebbe a dare una scossa alla morte della metafisica propria dei nostri giorni: questa la tesi di Pinchard. È il sommo poeta italiano, infatti, che dà del pensiero umano una doppia potenza: in un volto ci sono gli occhi («luci stellanti», quelli di Beatrice) e c’è la bocca (ciò che permette, grazie al soffio, di mostrare qualcosa dal di dentro del corpo). Ora, gli occhi hanno la chiarezza di una ragione dimostrativa, ma tutti ci dimentichiamo della bocca, del soffio: della persuasione. «La vera ragione – ha affermato Pinchard – fa la sintesi col soffio della bocca». Per Dante, la retorica sta lì dove sta Venere, la stella dell’amore, ed è lì l’inizio della conoscenza umana, anche se stelle più alte sussistono oltre e sopra di lei. I pensieri nascosti della donna sono dentro la sua bocca, e dunque una conoscenza dell’universo femminile inizia attraverso le parole che sgorgano dalla bocca femminile. «La ragione metafisica deve superare l’occhio cieco della modernità per dare spazio di verità alle parole d’amore, che non sono perse nel mondo, ma svelate, nascoste sotto il velo della bellezza, da Dante: di lui potremmo dire che sia una “Bibbia dell’amore”». È dunque nella sintesi dell’occhio e del riso, della ragione dimostrativa dell’occhio e della “luce interiore della sapienza” della bocca, che è racchiusa la felicità terrena. Che è racchiusa la possibilità di una “metafisica poetica” (per dirla come Vico), proprio quella che, nella visione di Pinchard, oggi manca e che è rimasta velata in modo particolare nella cultura italiana, ma non è stata capita nella sua urgenza. Che testimonia il destino (e la missione) profondo dell’Europa: liberare il riso (di Dante) a fianco agli occhi (di Dante), in altre parole: notare l’amore ed essere memoria dell’amore. Un seme, quello di Dante, che aspetta di rinascere.

 

 

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