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IL SENSO DELLA FILOSOFIA OGGI. INTERVISTA AL FILOSOFO GIANFRANCO DALMASSO

Foto-Gianfranco-Dalmasso1Di Andrea Pollastri

Di fronte alla Crisi economica epocale che stiamo vivendo agli occhi di molti la filosofia può apparire come un’inutile perdita di tempo o un esercizio intellettuale sterile. I filosofi possono apparire sempre di più come figure bizzarre e anacronistiche, buone nel migliore dei casi per eleganti dibattiti ristretti e autoreferenziali interni a un’ élite accademica slegata dalle urgenze del presente.

998962_1410590909202471_247007232_nProfessor Dalmasso, cosa può dare la filosofia all’uomo d’oggi? E come cambia la filosofia di fronte alla Crisi?

 

Rovescerei la domanda: che cosa l’uomo di oggi può dare alla filosofia?

 

 

 

La filosofia è nata come l’inquietudine senza della quale l’uomo è già morto. Senza della quale, anche se ancora respirasse, sarebbe comunque già morto.

Tale inquietudine probabilmente ha inaugurato l’avventura del piccolo d’uomo, una delle razze discendenti da un certo primate. Dal grido articolato, ai graffiti nelle caverne, fino al riso, al pianto, alla festa.

Gli antichi Greci chiamarono il pensiero, e il sentimento insieme, filo-sofia, amore della saggezza. La saggezza (sofia) è per i greci infatti sollevarsi dalla soddisfazione e dallo scacco immediati per accogliere l’unità del diverso, l’unità del molteplice.

La forza per cui il protozoo si è differenziato, per cui il pesce è diventato anfibio, per cui le pinne sono diventate braccia e la pancia della femmina prima casa per l’individuo: questa forza è la stessa forza per cui si è generata e sta insieme la Messa da requiem di Mozart, le ouvertures di Rossini.

C’è della filosofia –una grande filosofia- in questi musicisti. Ed è il loro soggiacere e acconsentire, il loro dire di sì a tale sovrumana forza unitiva per cui l’essere umano, in una bellezza esaltante, è sequestrato e restituito a se stesso .

La filosofia oggi? il problema non è l’oggi, ma che gli esseri umani cessino di guardarsi l’ombelico o di perdersi ascoltando il canto delle sirene. Che cioè siano all’altezza della loro inquietudine.

croce_uomouniverso_03Cartesio, all’inizio del Discorso sul metodo, parla del buon senso, o ragione, come la capacità di discernere il vero dal falso, di giudicare rettamente. Imparare a riconoscere “Il metodo” adatto per raggiungere la verità, evitando falsità. Può, la filosofia, aiutare nella ricerca del metodo corretto?

Questa domanda è mozzafiato. Si tratterebbe infatti di distinguere il vero dal falso, il bene dal male. Impresa a prima vista difficilissima per l’essere umano.

Che cosa è il vero? Definiamolo provvisoriamente: l’incontro con le cose. Che cosa è il bene? Definiamolo, anche qui provvisoriamente, come lo definisce Platone: il bene è ciò che si conosce della unità (Filebo).

Ma come é possibile conseguire il vero e il bene? Nella domanda si adombra il problema del metodo, cioè di una via, concettuale e pratica. Si può imparare il metodo per conoscere la verità? Si può imparare la virtù per raggiungere la saggezza?

Descartes indica una strada per orientarsi nel problema. Distingue la rappresentazione dalla verità. Il soggetto conosce le sue rappresentazioni della realtà, non la realtà stessa che è strutturalmente al di là di sé.

Se la realtà supera l’uomo allora la verità (l’incontro dell’uomo con la realtà) non può essere un possesso controllo razionale e cosciente. Il soggetto contemporaneo, succeduto al soggetto cartesiano, è un soggetto che è dis–locato rispetto alla verità, un soggetto che può incontrarla nella forma della domanda e/o di una alterità che si dona.

Antonello_da_Messina_009Oscar Wilde ha scritto: “A dar risposte son capaci tutti, ma è a porre le vere domande che ci vuole un genio”.

E’ ancora importante, al giorno d’oggi, porsi delle domande quando, ovunque ti giri, puoi entrare in contatto con infinite risposte, efficaci o meno che siano?

La domanda è effettivamente una struttura fondamentale del pensiero. Nella prima pagina del dialogo De magistro Sant’Agostino afferma che “chi domanda veramente insegna e chi insegna veramente domanda”.

Questa proposizione è incomprensibile per la mentalità odierna. Se uno è in grado di insegnare, perché dovrebbe domandare? Domandare implica un non sapere e se uno non sa non può insegnare.

Agostino, da filosofo neo-platonico ed anche da credente, ritiene che il sapere non sia un possesso da parte di un soggetto. Il problema che ho davanti a me, il mio simile che ho davanti a me, non sono oggetto di un mio dominio: mi suscitano al tempo stesso che io li suscito. Il senso, la “verità” stessa di ciò che dico è più grande di me, mi precede ed io posso rapportarmi ad essa come un “non mio”.

Perciò chi insegna, il “maestro” dà ciò che non ha. Inversamente chi domanda, il “discepolo”, anche lui, non avendo “in proprio” il sapere, non sapendo, obbliga il maestro a collocarsi nel punto sorgivo del sapere, che è un non proprio per entrambi.

Questa dinamica vale ancor più potentemente oggi, in una società che cerca certezze, cioè risposte, rassicuranti, più che domande. Ma è la domanda che genera, che è attiva e feconda, proprio nel suo esporsi, accettarsi “spiazzati” rispetto ad un ideale di controllo e di dominio.

DerridaQuali sono i filosofi viventi e in attività che rimarranno nella storia della filosofia e quali i nodi filosofici fondamentali che saranno ricordati nel dibattito filosofico del XXI secolo?

In una società di fine millennio in cui tutto è detto e al tempo stesso niente si dice, l’impresa, alla lettera, memorabile è pensare l’ordine del linguaggio. Per ordine non intendo solo classificazione, sistema, ma intendo il senso latino, che è anche quello italiano, di ordo. Ordo in latino significa filare di alberi, gruppo, spiegamento di truppe, ma anche ingiunzione, minaccia, appello. Sono stati filosofi radicalmente tali coloro che hanno tentato di pensare il legame tra queste due accezioni del termine ordine.

Ritengo che la “verità” del discorso non risieda in ciò che si dice, nel detto, ma nel luogo in cui si dice. Luogo del discorso significa movente, origine, causa , ma anche destinatario. I grandi filosofi nell’ora presente ritengo siano coloro che sono in grado di mettere a fuoco e lavorare sulle dinamiche di questo luogo, cioè dare strumenti per accedere ad un nozione di razionalità e di discorso che non sia mera astratta e controllabile procedura. Razionalità e discorso sono un atto che include, strutturalmente, il suo movente e il suo destinatario.

In questo stile di pensiero è possibile identificare l’essere umano come strutturato attorno a un sì, o a un no, ingredienti essenziali di una parola non autoreferenziale, che possa ospitare l’altro, la alterità.

Dei nomi? Adorno, Levinas, Bachelard, De Certeau, Derrida, e forse anche altri che potranno essere riconosciuti nel tempo di una lettura.

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