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UN VIAGGIO NELLE FERITE DELLA COMUNICAZIONE. LUDWIG WITTGENSTEIN E LA TEORIA DEI GIOCHI LINGUISTICI

w841569aDi Sara Caon

Nato in Austria da una famiglia di ricchi industriali, Ludwig Wittgenstein (1889-1951) – dopo essersi in un primo tempo dedicato all’ingegneria aeronautica – si concentra sulla filosofia della matematica e sulla filosofia del linguaggio. Una domanda lo rode: com’è possibile che il linguaggio abbia un significato?$(KGrHqV,!mEFJtkgC7VuBScReQf3Wg~~60_1La sua prima riflessione filosofica, quella del Tractatus Logico-Philosophicus (1922), si presenta con la pretesa di risolvere tutti i problemi della filosofia mediante la logica. Soluzione che invece rifiuta nella seconda, quella delle Ricerche filosofiche, che inizia ad abbozzare mentre insegna a Cambridge e che sarà poi pubblicata postuma. Le due opere anche stilisticamente si presentano diverse: gli aforismi del Tractatus sono sentenziosi, laconici, rarefatti; nelle Ricerche invece sono molti gli esempi concreti e colloquiali[1]. Tra le due opere, Wittgenstein attraversa un periodo di silenzio insegnando nelle scuole elementari di alcuni villaggi austriaci. Il contatto quotidiano col linguaggio dei bambini gli fa capire che nella sua prima analisi filosofica aspetti fondamentali dell’esperienza umana non erano stati affrontati, e in particolare questo: per precisare il significato di ciò che si dice è necessario situarsi in un contesto specifico, da sole le frasi non bastano a produrre il senso. Ma è anche vero che nemmeno i comportamenti sono sufficienti da soli a produrre un significato: le parole non hanno una definizione, ogni volta assumono un abito diverso. Esistono cioè molti “giochi linguistici”.

31hhxDkiFaL._SY300_Wittgenstein ha assunto volutamente la parola “gioco” perché di esso non esiste una definizione univoca, ha a che fare con l’universo primitivo e pratico del bambino e si riferisce a un’attività reale. Nella parte iniziale delle Ricerche, il filosofo intende discutere alcune assunzioni generali, di cui la teoria del significato da lui elaborata in gioventù era un esempio: l’arbitraria assimilazione di tutte le parole ai nomi, sulla base del modello agostiniano (la parte del linguaggio costituita dai nomi, infatti, non ha alcun titolo per essere considerata come rappresentativa della totalità); il fatto che la logica formale possa esibire la struttura logica del linguaggio; il fatto che esista un linguaggio primario che precede il linguaggio comune nel quale le parole corrispondano direttamente ai fenomeni; l’idea che il linguaggio sia un calcolo e che il significato sia dato dalle regole di questo calcolo; la concezione del “comprendere” come processo o stato mentale (invece che in questi termini, andrebbe concepito come la padronanza di una tecnica). In questo contesto il filosofo si avvale di alcuni concetti-chiave della sua seconda filosofia, capovolgendo la visione del linguaggio espressa nel Tractatus. Ad esempio, si avvale del già citato concetto di “gioco linguistico”:

 «Possiamo immaginare che l’intero processo dell’uso delle parole sia uno di quei giuochi mediante i quali i bambini apprendono la lingua materna. Li chiamerò “giuochi linguistici” e talvolta parlerò di un linguaggio primitivo come di un giuoco linguistico. E si potrebbe chiamare giuoco linguistico anche il processo del nominare i pezzi, e quello consistente della ripetizione, da parte dello scolaro, delle parole suggerite dall’insegnante. Pensa a taluni usi delle parole nel giuoco del giro-giro-tondo. Inoltre chiamerò “giuoco linguistico” anche tutto l’insieme costituito dal linguaggio e dalle attività di cui è intessuto[2]»

Ad una visione del linguaggio come “immagine della realtà”, si sostituisce una visione nella quale il carattere denotativo del linguaggio è solo uno dei suoi infiniti giochi linguistici. Ciò che conta è l’uso che del linguaggio si fa, e non ha senso studiare i fenomeni linguistici in modo generale prescindendo dagli infiniti usi delle parole. Ripudiando la teoria di un mondo logico da lui stesso precedentemente abbracciata, l’autore arriva a pensare che la comprensione dei significati del linguaggio risieda nei svariati modi d’uso all’interno della vita quotidiana. Quasi mai le parole funzionano come nomi, etichette che incolliamo sugli oggetti, ma piuttosto sono mobili e mutevoli in rapporto alle funzioni cui sono destinate:

«Si pensa che l’apprendere il linguaggio consista nel denominare oggetti. E cioè: uomini, forme, colori, dolori, stati d’animo, numeri, ecc. Come s’è detto, il denominare è simile all’attaccare a una cosa un cartellino con un nome. Si può dire che questa è una preparazione all’uso della parola. Ma a che cosa ci prepara?[3]»

Locuzioni esclamative come “Via! Ahi! Aiuto! Bello! No!” adempiono a compiti espressivi che non hanno nulla a che fare con la funzione denominativa. Alle attività più disparate è destinato il linguaggio, in un gioco di infiniti giochi:

«Ma quanti tipi di proposizioni ci sono? Per esempio: asserzione, domanda, ordine? Di tali tipi ne esistono innumerevoli: innumerevoli tipi differenti d’impiegoi di tutto ciò che chiamiamo segni, parole, proposizioni. E questa molteplicità non è qualcosa di fisso, di dato una volta per tutte; ma nuovi tipi di linguaggio, nuovi giochi linguistici, come potremmo dire, sorgono e altri invecchiano e vengono dimenticati. […] Qui la parola «giuoco linguistico» è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita[4]»

a dispetto

«di quello che sulla struttura del linguaggio hanno detto i logici (e anche l’autore del Tractatus logico-philosphicus)[5]»

ludwigQuando tra i diversi elementi di un gioco linguistico si stabilisce una relazione armoniosa, essi sono adatti a produrre un significato, se invece si contraddicono generano dei paradossi. Tutti i gruppi umani hanno i loro giochi linguistici, e non sempre sono accessibili a tutti, giacché si basano su elementi anche impliciti (ad esempio il gioco linguistico di due persone sposate da cinquant’anni che si “capiscono al volo”). Infatti, affinché il linguaggio sia portatore di significato, è necessario  che il contesto, gli elementi impliciti, i gesti e i comportamenti vengano in suo aiuto. Il linguaggio rappresenta dunque l’universale di una comunità, ma ogni utilizzo che della parola si fa è un atto singolare. Come pensare allora insieme l’uno e il molteplice? Il passaggio da una filosofia che ingloba ogni cosa nella logica (allorquando si riuscisse a ripulire dalle scorie il linguaggio) ad una filosofia dei giochi linguistici è allora il passaggio da una filosofia dell’uno a una filosofia tensiva, del molteplice. È il passaggio dal mito della purezza cristallina al significato del linguaggio concreto. Il gioco linguistico è un po’ come il gioco degli scacchi: pensare che l’unico modo di parlare si dia attraverso definizioni, mostrando ciò a cui ci si riferisce (ad esempio “questa è una mela”) è un po’ come pensare che si possa spiegare a una persona completamente ignara del gioco degli scacchi l’uso del re dicendogli semplicemente: “Questo è il re”[6].  Il significato di ogni pezzo, di ogni casella e di ogni movimento dipende strettamente dalle altre variabili implicate nel gioco. Ci sono delle regole, che Wittgenstein chiama “grammatiche”, ma la connessione con la realtà non determina quale debba essere la grammatica del nostro linguaggio. È comunque una grammatica pragmatica legata alla vita. La maggior parte delle nostre difficoltà linguistiche è dovuta a contrasti tra giochi linguistici che obbediscono a grammatiche diverse. Per questo motivo, il concetto di gioco linguistico è molto utile per analizzare le patologie del linguaggio, i fallimenti, gli insuccessi. Se passa inosservato, lo scontro tra giochi linguistici “irretisce i nostri spiriti” e impedisce la trasmissione di significato. Filosofare è allora una pratica terapeutica, che mira a liberare i nostri spiriti dall’incantesimo dei tranelli del linguaggio. Accettando di avere contorni non marcati, che facilmente si confondono con quelli altrui, si evita di erigere la propria soggettività singolare a visione che si pretende universale. Ci si trova infatti sempre calati all’interno di un gioco linguistico che interagisce con altri giochi linguistici: cosa significherebbe il linguaggio senza la vita all’interno della quale si inserisce, per la quale agisce? Insomma, il termine “gioco” è un concetto dai contorni sfumati[7]. Le strutture della lingua perfetta, nella quale non sarebbe possibile pronunciare discorsi ambigui, elaborate nel campo della logica matematica, ma che all’interno della nostra vita quotidiana sono limitate, erano state il primo fine che il filosofo austriaco aveva cercato di individuare. Ma, proprio grazie all’errore, ha potuto intravedere poco più in là l’emergere di qualcos’altro: una lingua, quella più adatta agli uomini, imperfetta, che permette di far affidamento sulle sue ambiguità per tentare di districarsi dai tranelli che essa tende loro. «Solo nelle ferite che i nostri linguaggi riportano in seguito al loro scontrarsi si ritrova lo spazio per un significato proibito ed una parola inedita», ho sentito dire una volta da J. F. Malherbe, docente di Etica all’Università di Trento. E “nomade poliglotta” sarà allora il nuovo nome dell’uomo o della donna consapevole di questa missione[8].

 

 

BIBLIOGRAFIA:

CASALEGNO P., FRASCOLLA P., IACONA A., PAGANINI E., SANTAMBROGIO M., Filosofia del linguaggio, a cura di Andrea Iacona ed Elisa Paganini, Raffaello Cortina, Milano 2003, pp. 57-84.

MALHERBE Jean-François, Le nomade polyglotte, Bellarmin, Montreal 2000.

SANTAMBROGIO M . (a cura di), Introduzione alla filosofia analitica del linguaggio, Laterza, Bari 1992, pp. 89-133.

WITTGENSTEIN Ludwig, Philosophische Untersuchungen, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2001; trad. it. a cura di M. Trinchero, Ricerche filosofiche, Einaudi, Torino 1995.

NOTE

[1]    Cfr.  Casalegno P., Frascolla P., Iacona A., Paganini E., Santambrogio M ., Filosofia del linguaggio, p. 57.

[2]    Wittgenstein, Ricerche filosofiche, par. 7.

[3]    Wittgenstein, cit., par. 26.

[4]    Wittgenstein, cit., par. 23.

[5]    Ibidem.

[6]    Cfr. Santambrogio M. (a cura di), Introduzione alla filosofia analitica del linguaggio, p. 103.

[7]    Wittgenstein, cit., par. 71.

[8]    Vedi Malherbe J.F., Le nomade polyglotte.

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