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MITOLOGIA DELLA RICCHEZZA. The Wolf of Wall Street e Il Capitale Umano

charging bull

Di Davide Banis

“Il denaro, sterco del demonio” (Lutero)

Il Charging Bull, la scultura raffigurante un toro nell’atto della carica, collocata presso il Bowling Green Park di New York, è stata realizzata dall’artista siciliano Antonio Di Modica nel 1989 per celebrare la forza e la speranza grazie a cui gli USA stavano provando a risollevarsi dopo il crack finanziario del 1987; le spese di costruzione, sia detto per inciso, furono di circa 360.000 dollari e vennero sostenute interamente dal suo autore.
In ogni caso, il toro che, a testa bassa, si prepara ad incornare le sue vittime, è oramai una stella fissa dell’immaginario finanziario, un riferimento simbolico molto importante per Wall Street, quel mondo parallelo che ha fatto dell’evanescenza e dell’impalpabilità due dei suoi cavalli di battaglia.
La possente e virile muscolatura taurina scolpisce infatti plasticamente quell’inafferrabile galassia pulviscolare di numeri che sono i soldi fatti in Borsa: dà un volto, quello della bestia scatenata, a quegli anonimi e impersonali “Mercati” di cui sentiamo parlare durante i telegiornali.

soldi borsa
In questi lunghi e medioevali tempi di crisi, c’è un gran bisogno di opere d’arte o di forme di narrativa che raccontino l’economia e segnatamente la finanza, che le restituiscano ad un immaginario collettivo intossicato da un sistema informativo troppo spesso appiattito e ripetitivo.
La distribuzione cinematografica italiana ha fatto sì che nello stesse mese uscissero nelle nostre sale due film di argomento, per così dire, economico; due film in cui il denaro ha un ruolo molto importante.
Mi riferisco a Il Capitale Umano di Paolo Virzì e a The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese.
Al di là della tematica principale – la ricchezza e gli uomini- i due film hanno ben poco in comune e non avrebbe molto senso mettersi a fare dei paragoni. Non è lo stesso campo da gioco, non è lo stesso campionato, e non è nemmeno lo stesso sport.
Proviamo quindi ad analizzarli singolarmente e a capire in che modo questi due film rispondono a quel “bisogno di immaginario”, a cui accennavo sopra.

capitale umano
Cominciamo da Il Capitale Umano. L’opera è tratta dall’omonimo libro di Stephen Amidon, una specie di giallo con in sottofondo un po’ di mondo finanziario americano. Virzì ha preso la storia e l’ha traslata nella laboriosa, nebbiosa e mentalmente occlusa Brianza. L’intento del regista è chiaro: dipingere l’affresco di un microcosmo provinciale e borghese in cui le relazioni umane valgono in quanto contabilizzabili, in quanto valutabili come un’altra voce del bilancio.
La tag-line con cui il film è stato pubblicizzato, “Avete scommesso sulla rovina di questo paese e avete vinto”, alzava poi l’asticella delle aspettative, lasciando presupporre un’importante narrazione cinematografica che avrebbe reso all’immaginario la decadenza dell’economia italiana.
Gli obiettivi del film erano quindi definiti ed anche molto lodevoli.
La realizzazione un po’ meno. Secondo me è in parte un problema di tono e di stile.
Virzì ha scelto una messa in scena un po’ da “Partito Democratico”, timida e moralizzatrice, senza artigli ma con il ditino alzato della maestra Boldrini ad indicare dove e come si è sbagliato; il prodotto sembra purtroppo confezionato ad usum dei radical chic che hanno bisogno di specchiarsi in questa Italia di provincia per riconoscersi come esseri superiori.
In questo contesto narrativo, il bel titolo di Amidon diventa pretenzioso e superficiale, sembrando quasi suggerito da Jep Gambardella come seguito del suo Apparato Umano.

jep
La Brianza, terra di grandi lavoratori, un po’ reclusi nella propria mentalità e nelle proprie case, come topi che difendono nelle loro tane la granaglia messa via per l’inverno (i beni borghesi), aveva bisogno di uno stile di racconto più graffiante e più satirico, più divertente insomma. Ma è solo una delle possibili ipotesi. Si poteva optare per una linea satirica ma venata di disperazione ispirandosi al Claudio Lolli che in Borghesia consegnava alla canzone italiana una spietata e triste critica di questa classe sociale: Vecchia piccola borghesia per piccina che tu sia | non so dire se fai più rabbia, pena, schifo o malinconia. […]Sempre pronta a spettegolare in nome del civile rispetto
| sempre fissa lì a scrutare un orizzonte che si ferma al tetto.| Sempre pronta a pestar le mani a chi arranca dentro a una fossa | e sempre pronta a leccar le ossa al più ricco ed ai suoi cani.

Ma anche al di là della messa in scena c’è in questo film un altro problema, più sostanziale.
Il Capitale Umano non è un film intelligente, nel senso che non è in grado di intellegire, di leggere oltre la superficie, di comprendere nel bene o nel male l’anima della terra brianzola che è fatta dal duro lavoro di tante piccole imprese che tengono insieme un importante tessuto produttivo che si sta dilacerando. Virzì scavalca completamente l’analisi di ogni serio problema sociale per raccontarci di una fantasmatica terra dove Brianza fa rima con finanza, dove il problema è la speculazione finanziaria di anonimi broker che leggono La Prealpina al posto del Wall Street Journal.
Un racconto del tutto inverosimile che può rompere la sospensione di incredulità anche in un aborigeno appena arrivato nel Belpaese.

the wolf
Dieci giorni dopo aver visto Il Capitale Umano, mi sono recato al cinema per vedere The Wolf of Wall Street di Martin Scorsese. Un altro pianeta. Come già ho scritto, nessun tipo di confronto è possibile.
The Wolf of Wall Street racconta l’ascesa e la caduta di un dio della finanza sceso in terra per rubare ai ricchi e ai poveri e dare tutto a se stesso: Jordan Belfort, un uomo così arrogante e spregiudicato da chiudere la propria carriera con una dettagliata autobiografia, da cui poi, peraltro, è stato tratto questo film. Una storia vera, quindi.
Siamo negli anni ’80 dell’euforia borsistica ma anche del disastroso crollo del 1987, un periodo della storia economica americana già magistralmente raccontato dal dandy Tom Wolfe ne Il falò delle Vanità e da Oliver Stone nel suo grintosissimo film Wall Street. Entrambe le opere sono peraltro citate esplicitamente da Scorsese.
The Wolf of Wall Street
travalica però i confini del racconto sugli anni’80 per imporsi come una mitologia della contemporaneità, una monumentale opera sulla ricchezza e sugli uomini che la desiderano. Il tono è genialmente tragi-comico con momenti di assoluto divertimento.

the wolf 2
Per quanto riguarda la storia, Jordan Belfort è un giovanissimo americano della classe media che, quando per la prima volta arriva a Wall Street, ha in testa solo una cosa: “fare i soldi”; la ricchezza per lui è fin’ora il mito ambiguo e ingenuo del Sogno Americano, ancora riecheggia il rumore del piccone di un qualche pioniere del Klondike. Sarà il suo primo capo, l’eccentrico Marc Hannah, a insegnargli le “regole del gioco”, a consegnargli il vangelo di Wall Street: “seghe, troie e cocaina”.
In quel momento, mentre sono a pranzo in un lussuoso ristorante, Belfort viene preparato per la giungla metropolitana con uno spassoso rito di iniziazione simil-tribale in cui entra ragazzo ed esce lupo, lupo di Wall Street. Purtroppo per l’enfant prodige della speculazione, i tempi sono grami: dopo pochi mesi dall’assunzione viene licenziato a causa del già citato crollo borsistico del 1987.
Deve ricominciare da zero. Il lupo cerca una nuova tana e prepara una nuova strategia predatoria. Va a finire che inizia a vendere azioni spazzatura a dei piccolissimi risparmiatori, che ci fa un bel po’ di grana in commissioni e che vuole espandersi.
Fonda la Stratton Oakmont, apparentemente una affidabile e seria società finanziaria che ha come proprio simbolo un rispettabile e fiero leone, in realtà una spregiudicata società per fare il maggior numero di soldi in Borsa in qualunque modo, lecito o illecito. Le coorti manageriali della Stratton Oakmont sono cani e iene finemente ammaestrati dalla bestia nobile e astuta, il lupo, Jordan Belford.

belfort
I Dollari cominciano ad inondare le casse della società. Ed è a questo punto che si scatena la fantasia visionaria di Scorsese, il suo talento mostrativo.
La storia si blocca spesso nell’affrescare i sibaritici festeggiamenti di Jordan e dei suoi compari, nel raccontare la loro atavica fame di sesso a pagamento, nell’allestire la scena imperiale di un Caligola che può ordinare a una sua segretaria, in un atto di tremenda dominazione, di rasarsi i capelli per diecimila dollari, consigliandole poi di usare quei soldi per aumentare il seno.
Mangiare carne, comandare carne, fottere carne.
In questo folle baccanale non poteva certo mancare la droga, di ogni tipo. Nella prima parte del film, Jordan Belfort fa perlopiù uso di cocaina, ciò che lo tiene sveglio e gli permette di lavorare.
Piccola curiosità: c’è una scena in cui il Lupo sembra sniffare coca dall’ano di una prostituta e questa interpretazione è avvallata da varie recensioni su internet; una “fonte” mi ha però fornito un’altra versione dei fatti: Belfort starebbe insufflando la cocaina su per la via anale della prostituta, beneficiaria dello stupefacente, poiché questa modalità ne aumenterebbe di molto la potenza. Il dibattito è aperto.
Tornando al film, o meglio tornando al tema delle droghe in generale, più avanti nella storia troviamo l’apoteosi del Qualuude, un farmaco sedativo, che viene rivestito quasi di una funzione sacrale, tanto che una sua versione particolarmente pregiata, la Lemon, viene chiamata “il Santo Graal delle droghe”, a confermare come anche gli stupefacenti trovino il loro posto sull’allucinato Olimpo di Wall Street.

cocaina
Il tema delle droghe, in ogni caso, è essenziale nel film. Tutti i personaggi principali ne fanno uso e tutti i personaggi principali vivono delle relazioni umane distorte e controproducenti. L’overdose di dollari e l’abuso degli stupefacenti modificano chimicamente le emozioni, anestetizzano grottescamente i sentimenti, pervertono le relazioni sociali. C’è una scena in cui tutti i dipendenti della Stratton acclamano Jordan dicendogli di amarlo e anche lui dice di amare tutti loro, in una delirante parodia dell’amore. Questi broker di successo hanno un’intelligenza emotiva bassissima, gravemente intossicata dal lavoro che fanno.
Jordan è, da questo punto di vista, uno dei più compromessi, se vogliamo anche uno dei più fragili.
Si lascia con la prima moglie credendosi sinceramente innamorato della Duchessa di Bay Ridge, si mette a piangere sull’aereo per Ginevra perché ha bisogno di essere tranquillizzato, tenta di portarsi via sua figlia ma combina un disastro, pensa di tradire il suo principale socio ed amico Donnie ma poi ci ripensa e lo salva, fino a quando è lo stesso Donnie a tradire lui e a consegnarlo all’FBI.
Finisce in carcere per 36 mesi e, dopo essere stato liberato, si mette a tenere seminari sulle strategie di vendita. Mestiere che svolge tutt’ora.
Innanzitutto, bisogna tributare i giusti onori all’interpretazione oceanica di un Leonardo di Caprio titanico che regge il film (e sono 180 minuti di film!) sulle sue spalle. L’attore di Los Angeles conclude magnificamente con The Wolf of Wall Street quell’ideale trilogia attoriale del Sogno Americano andato a male che vede nel Calvin J. Candie di Django Unchained e nel Jay Gatsby de Il Grande Gatsby gli altri suoi due capitoli.
Non si può poi che ammirare l’energia di un Martin Scorsese che a settant’anni aggiunge un altro importante tassello alla sua filmografia ma anche alla storia del cinema. Vediamo perché.
The Wolf of Wall Street segna il definitivo passaggio dello studio Paramount dall’analogico al digitale: addio pellicola; ma allora avrà ancora senso chiamarli “film”, parola inglese che significa appunto “pellicola”? E’ un avvenimento simbolico che inaugura una fase nuova e sconosciuta per la storia del cinema, una fase che potremmo chiamare, banalmente e in modo provvisorio, “post-cinema”.

scorsese
Martin Scorsese è come se fosse collegato a una di quelle macchine complicate che registrano i terremoti a ventimila chilometri di distanza. E’ come se fosse un sismografo del cinema in grado di captare le sensibilità future.
Il regista newyorchese aveva iniziato con gli ultimi suoi due film una fase riflessiva sulle origini del cinema; mi riferisco a Shutter Island che richiamava Il Gabinetto del dottor Caligari (1920) ma soprattutto a Hugo Cabret che rievocava la figura di George Melies, il regista francese d’inizio ‘900, padre del cinema attrattivo-mostrativo, quell’idea di cinema che non aveva nella narrazione e nel montaggio i propri cavalli di battaglia ma puntava tutto sui trucchi e sulla messa in scena.
Scorsese sa che un’epoca di Hollywood è finita: i film non sono più i padroni assoluti dell’immaginario narrativo collettivo che si è frammentato in particolar modo nelle serie tv.
Grandi case di produzione cinematografica cercano di inseguire le produzioni televisive (o le piattaforme tipo Netflix) realizzando progetti di trilogie e saghe purché ricalchino la struttura episodica del serial, in questo momento vincente nell’immaginario.
Scorsese di rimando propone in The Wolf of Wall Street la sua nuova idea di cinema: il film-evento dal sapore fortemente attrattivo-mostrativo che sappia imporsi come mitologia collettiva con tutta la sua strabiliante messa in scena; senza dimenticare le continue citazioni a culti del pop come il telefilm con Steve Buscemi, la mongolfiera di Otto sotto un tetto e la divertentissima scena con Braccio di Ferro. Un film che si sviluppi su se stesso, per accumulo, più che per una progressione narrativa lineare.
Un ritorno alle origini, alle fonti del cinema, ma non una regressione; al contrario, alla veneranda età di settant’anni Martin Scorsese cerca di aprire nuove strade per la Settima Arte senza paura di lasciarsi contaminare dai nuovi arrivati, come testimonia la sceneggiatura di The Wolf of Wall Street scritta da Terence Winter che è significativamente un autore televisivo (I Soprano, Boardwalk Empire,…)
Rimane da affrontare una delle tematiche più dibattute dalla stampa internazionale: la presunta immoralità di questo film.
Scorsese non è un maestro di scuola elementare. Non pedagogizza gli spettatori con delle lezioni didascaliche sulla malvagità della finanza. Il regista semplicemente ci mostra che cosa è la vita attraverso gli occhi di Jordan Belfort.
Ogni spettatore, in base alla propria cultura e alle proprie esperienze, ci vedrà probabilmente qualcosa di diverso. Per quanto mi riguarda, Belfort e i suoi soci sono degli affascinanti e immondi terroristi finanziari (la parola “terrorista” è usata dallo stesso Jordan) e costituiscono una minaccia pericolosissima alla stabilità degli Usa (perlomeno alla stabilità dei ceti medi e bassi). Scorsese rappresenta questi banditi del XXI secolo come belve della foresta (homo homini lupus, di Wall Street) che vivono seguendo codici di comportamento animaleschi: si insultano, si picchiano, fanno degli specie di rituali tribali,…..e in alcuni casi non hanno nemmeno raggiunto il tabù dell’incesto, come Donnie che sposa la sua cugina di primo grado e ci fa due figli (incurante “del 60% di possibilità di averli ritardati”.) D’altro canto però, questi broker si godono il massimo della raffinatezza in fatto di donne, vino, macchine e abiti in un grottesco lusso, incesto e impunità completamente amorale.

market-brokers-panic
Questa è stata la mia visione del film. Nella stessa sala cinematografica, c’erano altri spettatori che avevano trovato in Jordan Belfort il loro nuovo Santo Protettore, affascinati soprattutto dai bolidi e dalle ragazze. Questa categoria di spettatori si divide principalmente in Mužik e Pro. I Mužik, che sono la stragrande maggioranza, sono quelli che vedono il film, si esaltano e venderebbero la madre per vivere come Jordan Belfort ma finiranno come quei poveretti che partecipano al seminario sulla psicologia delle vendite della scena finale. I Pro, invece, che magari sono abbastanza grandi da aver già avuto in Gordon Gekko il proprio nume tutelare, sono dei lupetti contro cui varrebbe la pena riaprire la stagione di caccia.
Al di là delle ironie, non è vero che Scorsese non dice la sua: è solo che gli bastano due bellissimi ed emblematici momenti in un film di 180 minuti.
Mi riferisco alla poetica scena in metropolitana, in cui il detective dell’FBI Patrick Denham torna a casa, e all’inquadratura finale in cui Scorsese decide di non concludere il suo film con il volto divino di Jordan Belfort ma con le facce e gli sguardi della gente comune, persone dannate dalla vita, vittime sacrificali sull’altare della ricchezza.

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1 commento

  1. […] fatto di effetti speciali e magnificenza della rappresentazione (in questo senso anche un film come The Wolf of Wall Street mi sembra rientrare in questa categoria). Freccero ha capito che la borghesia culturale, che un tempo leggeva i romanzi, adesso si […]

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