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IL MISTERO DI PONZIO PILATO

Agamben 2

Di Andrea Pollastri

Che cosa conosciamo della figura di Ponzio Pilato, il prefetto della Giudea innanzi al quale si svolse il processo a Gesù che si concluse con la sua crocefissione? Sicuramente le sue battute memorabili: “Che cos’è la verità”, Ecce Homo”,”Quel che ho scritto, ho scritto”. E poi? Poco altro.

Infatti, nonostante quello di Ponzio Pilato sia l’unico nome proprio che troviamo nel “credo”, il “symbolon” apostolico, recitato dai cristiani come segno di appartenenza alla propria fede, la sua figura è difficile da interpretare, non solo dal punto di vista teologico, ma anche storico e giuridico.

Pilato e gesù 2

Il “credo” che i padri avevano formulato a Nicea nel 325 non conosceva questo nome. Vi fu aggiunto nel 381 dal Concilio di Costantinopoli, in quanto “il credo cristiano parla di processi storici”.

Il filosofo italiano Giorgio Agamben, in un breve saggio uscito per la casa editrice Nottetempo, ha provato a tracciarne la figura, cercando di analizzare l’enigmaticità del personaggio servendosi dei quattro vangeli canonici, di quelli cosiddetti “apocrifi” e degli scritti di alcuni tra i più grandi pensatori della cultura occidentale, quali Porfirio, Agostino, Dante, Tommaso D’Aquino, Kierkegaard e Pascal.

Agamben

Un agile saggio che illustra in modo chiaro e conciso la leggenda su Pilato (i cosiddetti Acta o Gesta Pilati), che si costruisce su due linee divergenti, quella della leggenda “bianca”, che vede in Pilato un prescelto di Dio per portare a termine la profezia della salvezza, e quella della leggenda “nera”, in cui Pilato finisce per essere considerato come l’espressione diretta del maligno in persona.

Non solo, Agamben analizza passo dopo passo il tentativo di “costruire un personaggio” da parte dell’evangelista Giovanni in particolar modo, nella puntigliosa attenzione con la quale viene descritto il “funzionario dell’Impero Romano”, attraverso le sue esitazioni, il suo tergiversare e mutare opinione.

pilato e gesù

E’ proprio la narrazione di Giovanni, nella sua ampia e particolareggiata testimonianza, a risultare come la più adatta ad essere analizzata. I dialoghi fra Pilato e Gesù acquistano uno spessore e un senso decisivi nelle sette scene dei suoi scritti.

Secondo il filosofo, la scena del processo a Gesù rappresenta il punto di svolta nella storia dell’umanità, il momento chiave in cui “l’eternità ha incrociato in un punto decisivo la storia”.

Nella scena evangelica si trovano di fronte due mondi, due realtà, il mondo terreno e quello celeste, la storia e l’eternità, il sacro e il profano, il giudizio e la salvezza.

Pilato

Il saggio – che tenta inoltre di chiarire l’aspetto giuridico del processo contro Gesù, dimostrandone la validità formale e l’autenticità storica – si presenta in definitiva come un lucido strumento di indagine, in grado farci addentrare in uno dei più incomprensibili misteri della cristianità.

Articolo uscito sul quotidiano La Provincia di Como del 14 Dicembre 2013

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1 commento

  1. Ravecca Massimo ha detto:

    Gli ebrei volevano uccidere Gesù, ma non potevano, Pilato poteva condannarlo a morte, ma non voleva, Erode tratto Gesù come fosse il protagonista di un carnevale ebraico (Purim), i soldati romani come se fosse il protagonista di un carnevale romano (saturnali), la scelta tra i due prigionieri famosi riecheggia vecchi riti mediorientali di feste primaverili in cui un dio muore e l’altro vive. Barabba più che un nome proprio, che probabilmente era Gesù, potrebbe essere un titolo relativo ad una funzione ed in ogni caso coincideva con l’imputazione relativa a Gesù: essersi proclamato Figlio del Padre. Per questo Michelangelo quando dipinse il Giudizio Universale per Gesù giudice riprese la figura di Aman (protagonista del carnevale ebraico) dipinta precedentemente nella volta della Cappella Sistina? Cfr. ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.

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