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LA NOTTE DI NATALE

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Di Davide Banis

Germania, dicembre 1941. Adolf Hitler presiede la festa di Natale del Partito Nazista a Monaco di Baviera. L’evento è documentato dal “fotografo a colori” del Reich, Hugo Jaeger.
Le tradizionali celebrazioni cristiane sono ormai state completamente denaturate e nazificate da Hitler che non può accettare di festeggiare la nascita di un bambino ebreo in una mangiatoia.
Adesso i ragazzi del volk ricevono i regali dal dio Odino, le massaie tedesche sfornano biscotti e leccornie a forma di svastica e sugli alberi di Natale, al posto delle consuete decorazioni, compaiono delle ridicole statuine che raffigurano il Führer il persona. Il tentativo è quello di neo-paganizzare la festività.

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Allo stesso modo, negli anni della guerra fredda, l’Unione Sovietica rilancerà in funzione anti-occidentale la figura di Nonno Gelo, l’equivalente russo di Babbo Natale; ma gli americani non stanno di certo a guardare e, mediante la Coca Cola, creano con Santa Claus un mito della contemporaneità che dura fino ad oggi, uno straordinario fenomeno di marketing che vede la sua ultima tappa nella campagna pubblicitaria di quest’anno in cui Santa Claus medesimo ci saluta con un sorprendente “Anche io credo in voi!”


ImagePenso che questi brevi accenni storici bastino ad evidenziare l’importanza dell’immaginario natalizio nella nostra società: il 25 dicembre infatti è una data fondamentale o comunque obbligatoria nel calendario di quasi tutti noi, uno dei pochi eventi unanimemente condivisi; chi ne conquista gli usi e le tradizioni -che sia un governo totalitario, una multinazionale o una qualunque altra forza della società- conquista un’occasione unica per veicolare il proprio messaggio.
Ad esempio, nell’Italia del 2013, la notte di Natale è oramai l’unica volta in cui le persone vanno a messa. L’omelia del 25 dicembre è quindi una delle ultime armi di comunicazione di massa nelle mani della Chiesa.
La predica del sacerdote è un evento quasi unico poiché è estremamente capillarizzata e al contempo potenzialmente controllabile (potrebbero infatti essere impartite dall’alto delle direttive molto precise sui contenuti); inoltre, mediaticamente è un territorio vergine, per ora incontaminato dai social network. E’ un’occasione di comunicazione pura che la Chiesa potrebbe sfruttare molto meglio.
Immaginatevi, per ipotesi miracolistica, se quest’anno lo spirito del Natale cristiano fosse trasmesso a tutti coloro che partecipano alla messa di mezzanotte. Quale è questo spirito? A me sembra che sia qualcosa del tipo: il Figlio di Dio è venuto al mondo in una stalla. Mi sembra il sovvertimento radicale di ogni regola. L’esaltazione della fragilità come potenza.
L’idea che la Nascita, e quindi la rinascita che ogni anno viene celebrata, debba essere l’occasione per un cambio di prospettiva, per un nuovo modo di vedere le cose.
Non si tratta di fare della morale o, peggio ancora, della teologia, ma di decidere semplicemente il senso di quello che intendiamo quando compiamo l’azione “festeggiare il Natale”.

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Se si festeggia esclusivamente (ed in questo “esclusivamente” sta tutta la differenza tra il fanatismo e un modo sensato di vedere le cose) in base alle consuetudini tradizionali, bisogna accettare di essere oggetti più che soggetti della festa. La nostra festa sarà allora in gran parte quello che riceviamo dalla società sotto l’etichetta “festeggiare il Natale”: ottanta anni fa erano la svastica e il neopaganesimo, di questi tempi è l’estetica accogliente e confortante del Lindor.
Io come individuo singolo posso però farmi carico dell’autentico Spirito del Natale come occasione di cambiamento e di rinascita.
E’ più o meno quello che troviamo nel Canto di Natale di Charles Dickens del 1843.
Purtroppo tendiamo a vedere in Ebenezer Scrooge, l’avaro protagonista del racconto, qualcosa che è completamente altro da noi, un Grinch del tutto detestabile che vuole rovinare il caloroso spirito di armonia della Vigilia.
Di sicuro non proviamo nemmeno per un momento a identificarci in lui. E invece è quello che dovremmo fare. Siamo tutti Ebenezer Scrooge.

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Certo, la critica di Dickens é eminentemente sociale: egli puntava infatti il dito contro l’alta borghesia vittoriana che crapulava sulle fatiche del nascente proletariato industriale, ma se astraiamo un poco il discorso ci accorgiamo di come la figura di Scrooge sia universalizzabile. Ebenezer è tirchio, noi avremo qualche altro difetto. Quello che conta è il radicale cambio di prospettiva che si attua nella notte del “Canto di Natale”; come è noto, infatti, il protagonista, dopo una serie di tormenti, si redime scoprendo nell’amore e nella generosità i veri significati della festa fino a quel momento da lui disprezzata.
L’originalità di Dickens, una delle sue mosse più avvincenti, risiede proprio nell’aver fatto precipitare in un’atmosfera di tormenti la tradizionale calma della notte di Natale. Un tema che, dal punto di vista figurativo, sarà ripreso da Tim Burton nel bellissimo “Nightmare Before Christmas”.

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Lo spirito del Natale in questa prospettiva, che abbiamo tratto dal cristianesimo ma poi dedotto laicamente anche da Dickens, è il bisogno di un cambiamento radicale e la necessità di una trasformazione interiore, è la speranza di una rinascita nel cuore dell’inverno dopo una notte di Vigilia, ovverosia di veglia; per poi svegliarsi, in una fredda alba di Natale, pronti, come da tradizione, per l’harakiri gastronomico coi parenti serpenti.

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