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E’ NATALE, OVVERO E’ COME SE LO FOSSE

 

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Di Andrea Giardina

Si entra nella terra della citazione (e non dell’eccitazione), quando si “respira” l’aria di natale. Il testo di riferimento è il “bianco natale” nordico attraverso la combinata rilettura Dickens-Disney-Coca Cola-Folklore teutonico. Scintillii, sfolgoranti giochi di luce, renne che sfrecciano nel “coelum stellatum”, babbinatale ovunque, e poi mercatini con gingilli lanosi e lampade di sinistra e salumi e formaggi nostrani (sempre per alternativi) ; e neve, artificialissima, spruzzata qua e là, surrogata dal polistirolo, richiamata per analogia dalle piste ghiacciate per pattinatori che sostituiscono le piazze lastricate. Insomma sono giorni in cui quasi tutti dobbiamo giocare al “come se”: si finisce con l’ammettere che le voci pastose dei crooners intonanti “White Christmas”, i fiocchi e le scatole coloratissimi, i lacerti d’abete con palle rosse facciano atmosfera di attesa, di febbrile gioia, di biscottino, di famigliola (o, ahimè, famiglione) ricompattata e immemore, felicemente chiassosa attorno all’albero, mentre fuori regnano le nuvole basse e le lingue insidiose della glaciazione.

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Si cita, ovvero si riportano distese di testi alieni nei nostri copioni grigiosetti, che poi altro non sono che infinite, personali tessiture di citazione di citazione, nel trionfo dell’assoluto incosciente inautentico. E citare vuol dire trapiantare, trasferire quello che è stato detto così bene che diventa inutile ripeterlo. Citare significa credere alle parole d’altri. Credere alle loro immagini. Rendergli omaggio. Esprimere un “debito di riconoscenza”. Talvolta essere un po’sottodimensionati nella fantasia.

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Il doloroso vantaggio del natale è che consente a molti renitenti di capire quanto la citazione sia diffusa. Il meccanismo che ci conduce a voler assomigliare a qualcun altro è nelle ore piretiche della vigilia così scoperto che è impossibile non accorgersene. Vorremmo essere uno di quei brillantoni delle zone residenziali stelle e strisce, quelli con la casa di “Mamma ho perso l’aereo”, venti ampi locali tutti con la luce accesa. Vorremmo essere dentro luoghi caldi e accoglienti con luci basse e suadenti. Vorremmo avere il focolare ed essere in una baita con gli amici. Vorremmo avere un vecchio nonno saggio. Bambini caldi e croccanti. Mariti riposati. Mogli morbide. Regali fiabeschi. Vorremmo essere immortali. Forse vorremmo pure avere una bella depressione natalizia e forse, anche se non ci fosse, vorremmo pure il cinepanettone.

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C’è un segno inequivocabile di quest’invito a recitare, a stare al gioco (altrimenti…). Ed è il ricorsivo, inesausto , onninvasivo dilagare delle campanelline. Sarebbero quelle della slitta del Babbo, quelle appese alle renne. In questi giorni sono dappertutto, nelle pubblicità, nei rifacimenti delle sigle televisive riadattate per ossequio alle festività, nelle strade, nelle teste. Non ti ricordi di essere felice? Scampanellio. Non vuoi proprio saperne di queste “luminarie”? Scampanellio. Sei un tragico asociale senza televisione senza bambini senza pazienza che si è veramente stancato del giochino di gruppo? Scampanellio.

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E così tra le melodie insinuanti, gli inviti alla bontà, l’intreccio di “auguri- auguri”, i “presenti”, i “è solo un piccolo gesto”, i brindisi con spumanti zeppi di gas che sforbicia l’intestino, i panettoni e pandori con fette tagliate a riquadri che ne dimezzano la superficie (per risparmiare? Per non ingrassare?), le esiziali tombolate che dell’infernaccio eventuale potrebbero essere efficace prefigurazione concessa alla nostra terrena immaginativa, trascorriamo della nostra vita “la miglior parte”. Convinti di essere noi a voler questo – il patè, le olive ripiene, gli arrosti, il maglioncino della festa, il “ma non dovevi”, il “ma hai esagerato”, la “messadimezzanotte”. Convinti di essere incredibilmente al centro di qualcosa, di essere in fondo in fondo davvero parte di chissà quale progetto. Convinti che qui è la festa e peggio per chi rumina troppo. Convinti, in particolare, che Babbo Natale davvero esista, e non sia l’allucinazione collettiva di una civiltà ben oltre la psicosi, ma un omone flatulento alto un metro e novanta, senza remissione contento del suo ruolo di dio minore, faceto, pacioso, a-politico e a-confessionale (che, tra l’altro, ha annientato il neorealistico puer delle nostre lontane infanzie, il puttino con i boccoli biondi di nome “Gesubambino”, sopravvissuto solo nelle cartapeste dei presepi).

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