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TACCHINI IN FUGA (FREE BIRDS) di JIMMY HAYWARD: l’antispecismo raccontato ai bambini (ma non solo!)

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Di Rita Ciatti

Reggie è un tacchino consapevole del triste destino cui la sua specie è condannata: essere allevati e ingrassati per finire sulle tavole degli umani in occasione delle tante festività, in particolare quella del Ringraziamento. In svariate occasioni prova ad aprire gli occhi ai suoi compagni sulla realtà in cui sono immersi, ma essi preferiscono cullarsi nell’illusione che tutto ciò che li circonda sia buonissimo mais e che quando gli esseri umani vengono a prenderli in ultimo sia per condurli in quel posto magico che è il paradiso dei tacchini.

Dopo l’ennesimo tentativo fallimentare Reggie viene scacciato dal suo gruppo, fino a che, per una serie di coincidenze fortuite, non viene catturato e destinato a essere il tacchino graziato dal Presidente degli Stati Uniti in occasione della festa del Ringraziamento.

Si ritrova così a vivere un’esistenza privilegiata in cui scopre tutti gli agi della specie umana: camere da letto, comodi divani, calde pantofole, televisione e pizza a domicilio.

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Tutto sembra procedere per il meglio quando un bel giorno Reggie fa uno strano incontro, destinato a cambiare la sua vita, con un tipo piuttosto bizzarro, Jake, rappresentante unico del Fronte Liberazione Tacchini alla ricerca di un compagno di lotta per portare a termine il suo grandioso piano: viaggiare con una macchina del tempo fino al 1621, in particolare al giorno in cui fu istituita la prima festa del Ringraziamento, così da cambiare il menù e mutare per sempre il destino di tutti i tacchini.

Riusciranno i due eroi pennuti a portare a termine la loro missione? Ovviamente non rivelerò il finale, con la speranza che andiate di persona a vedere questo divertente e intelligente film d’animazione che porta la firma di Jimmy Hayward.

Perché Tacchini in fuga è qualcosa di più di un film per bambini e merita di essere visto?

Innanzitutto è un vero regalo natalizio per tutti i cinefili, tante sono le citazioni autoriali disseminate qui e là, più o meno esplicite, a partire dall’ovvio Ritorno al Futuro (il viaggio nel tempo, in particolare l’andare nel passato per cambiare il presente è peraltro uno dei temi tipici della fantascienza), passando da Matrix (solo Reggie “vede” la realtà per quello che è, la “matrice”, mentre tutti gli altri vivono in un mondo di finzione in cui credono a paradisi ultimi e non riescono a concepirsi come soggetti oppressi), fino ad approdare al recente Avatar (i tacchini del passato vivono tutti dentro la cavità di un albero e solo rimanendo uniti acquisiscono un grado maggiore di consapevolezza e di forza necessaria e difendere le loro esistenze e a preservare il futuro).

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Soprattutto, ed è questo il motivo che a me interessa principalmente (sono di parte, lo ammetto), Tacchini in fuga è un film esplicitamente liberazionista e antispecista.

Nemmeno tanto velato il richiamo a un noto membro degli ALF, Walter Bond, che si fa chiamare Lone Wolf: anche il tacchino Reggie si sente un “combattente solitario”– almeno prima di unirsi a Jake – e quando arriva, graziato, nella residenza presidenziale e si mette a guardare la tv, rimane colpito dal personaggio di una telenovela che per l’appunto si fa chiamare “Lonely Wolf”.

Evidenti poi i tanti dialoghi che esplicitamente richiamano l’attivismo improntato sull’azione diretta con finalità strategica politica abolizionista: “io non voglio liberare qualche tacchino, io voglio liberare TUTTI i tacchini”, concetto che emerge anche dalla radicalità del piano stesso dell’andare indietro nel tempo così da cambiare all’origine la tradizione che vuole che i tacchini siano mangiati e quindi portatore di una rivoluzione più propriamente culturale e non solo mirata a salvare soltanto alcuni particolari individui.

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Altro particolare significativo è l’apertura sul finale che lascia sottointendere l’impegno per una liberazione estesa anche ad altre specie, oltre quella dei tacchini stessi. Azione diretta quindi, ma anche progetto a lungo termine per approdare in futuro ad una società totalmente a-specista.

Non manca inoltre una frecciatina sarcastica rivolta ai “carnivori” quando talvolta, credendo di risultare simpatici, prendono in giro i vegani dando prova di vedere negli altri animali solo un gustoso pranzetto e nulla più, rinnegando loro totalmente lo status di essere senzienti, quale gli spetterebbe.

Certo, non si può dire che il film inviti direttamente gli spettatori ad abbracciare la scelta vegana (derivati animali e pesci vengono consumati senza che vi siano riferimenti critici), ma penso che consegni agli spettatori – soprattutto ai più piccolini, speriamo i più adatti a recepire alcune informazioni e proprio perché non ancora condizionati e pienamente immersi nella società antropocentrica e specista – un messaggio dirompente e rivoluzionario.

In particolare mi è piaciuto moltissimo il concetto per cui una festività può dirsi veramente tale solo se vissuta nella piena condivisione e senza che “qualcuno” (non “qualcosa”, la carne non è un alimento neutro, ma è parte di un animale ucciso e fatto a pezzi) faccia parte del menù.

Pensiamoci questo Natale, pensiamoci tutti! 

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3 commenti

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