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INTRODUZIONE ALLA FENOMENOLOGIA DI HUSSERL (seconda parte)

Husserl

 Di Piergiorgio Scilironi

Tenendo presente quanto ora chiarito a proposito della coscienza e della sua più propria caratteristica, consideriamo con più attenzione la proposta husserliana. Si è detto dell’esigenza di una filosofia che a partire dal piano dell’ evidenza proponga una gnoseologia libera da ogni preconcetto.

Poiché nulla è altrettanto indubitabilmente evidente dell’esperienza sensibile (o intuizione sensibile che dir si voglia), il primo piano da cui partire sarà quello della estetica trascendentale fenomenologica: si tratta cioè, anzitutto, di soddisfare il quesito relativo alla costituzione dell’evidenza esperienziale, della datità percepita a monte di ogni ulteriore concettualizzazione5. Poniamoci dunque ad osservare la dinamica percettiva, esplicitandone anzitutto le caratteristiche generali.

a. La percezione esterna, in quanto operazione della coscienza, è intenzionale, ovvero essa è costantemente diretta al suo tema che indichiamo, per l’appunto come noema percettivo.

b. A differenza di altri vissuti di coscienza, come, ad esempio, il ricordo o la fantasia, la percezione esibisce il proprio oggetto in originale, qui e ora. Questo carattere di originalità che spetta all’oggetto percepito non va confuso con lo statuto di “realtà” ascritto all’oggetto, che è invece una caratteristica accessoria di tipo conoscitivo e non puramente percettivo (per avere un’idea intuitiva della differenza basta pensare agli inganni dei sensi: non sempre diamo valore di realtà a tutto ciò che appare così come appare!)

c. A differenza della percezione immanente, la percezione esterna è, per essenza, inadeguata. Il noema percettivo (oggetto della percezione) non è mai dato intuitivamente tutto d’un colpo, così che è possibile distinguere, seppure astrattamente, entro una unitaria percezione d’oggetto, ciò che è percepito propriamente e ciò che è solo impropriamente percepito. Ad esempio, della sedia che mi sta di fronte, io colgo in percezione autentica solo lo scorcio frontale, mentre nella percezione “sedia” sono in effetti coimplicati o, meglio, co-intenzionati, anche gli altri lati della cosa “sedia”. Questa distinzione è strettamente collegata alla differenza tra sentito e percepito: se guardiamo un medesimo oggetto in differenti condizioni d’ illuminazione il colore visto di volta in volta sarà mutevole, mentre non pensiamo affatto che, per questo, il colore dell’oggetto cambi di continuo. Questa distinzione tra la manifestazione e ciò che, per suo tramite, si manifesta va rettamente intesa: il primo “colore” è il contenuto reale di un vissuto sensibile, il secondo “colore” è, invece, il contenuto intenzionale di tipo percettivo, col che è chiaro che la percezione è più di quanto non comunichi la datità sensibile; il che, da un lato spiega come sia possibile riconoscere una stessa cosa pur nel variare delle sue manifestazioni, dall’altro chiarisce il carattere trascendente dell’oggetto. Si noti che il vissuto e ciò che vi si manifesta non sono realmente distinguibili come due elementi separati: la coscienza intenzionale, che coglie il medesimo nella varietà dei vissuti, non è un’ aggiunta posteriore al dato sensibile. L’intenzionalità infatti, come abbiamo già più sopra detto, opera costantemente, indicando un senso che travalica il vissuto sensibile ma che non è reperibile se non attraverso il vissuto stesso. Allo stesso modo, il vissuto coscienziale di tipo sensibile non è un parto della mente, ma il modo in cui, nel variare delle circostanze e dei tempi, il senso dell’oggetto percepito si offre alla coscienza.

d. Al di là di quanto possa ingenuamente sembrare, il fenomeno percettivo mostra una struttura processuale. Alla luce di quanto ora detto sulla sostanziale inadeguatezza della percezione, potremmo dire che in effetti essa consta di tanti “atomi” percettivi, che si armonizzano via via in sintesi sempre più complete. Una data scena percettiva è soggetta ad una continua reinterpretazione poiché il vissuto percettivo è collocato entro uno sviluppo che esige una dimensione temporale: si tratta di una temporalità immanente la coscienza, in cui le dimensioni di passato, presente e futuro vivono in intima connessione. Ciascuno di noi possiede un bagaglio conoscitivo cui può attingere attraverso rimemorazioni (ricordi); d’altra parte, la stessa percezione è un progressivo prendere atto: ogni conoscenza è perfettibile e presuppone l’apertura alla dimensione futura. E’ inoltre necessario che la coscienza trattenga, nel proprio presente i momenti impressionali trascorsi nel loro legame con l’intenzionalità in atto. Come si vede, l’intero processo conoscitivo è strettamente fondato nella dimensione temporale.

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Stabilita la necessità di partire dall’ evidenza, che è il modo in cui la coscienza accoglie il dato in immediatezza, ed individuata la sede dell’evidenza nella percezione di cui abbiamo fornito le caratteristiche generali, si tratta ora di precisarne la struttura. Come funziona, dunque, la dinamica percettiva?

Abbiamo già accenato come la percezione d’oggetto sia in realtà un processo che si svolge in un eterminato tempo, unificando singole impressioni discrete: si tratta, cioè, di un decorso che consta di un certo numero di “ora” impressionali i quali, unificati attraverso sintesi specifiche, individuano ciò che comunemente intendiamo come oggetto. Questo ultimo è, quindi, la summa di una serie di datità. Perché questa descrizione abbia ragion d’essere, è anzitutto necessaria la dimensione temporale e, precisamente, è necessario che essa intervenga fin dall’inizio come dimensione propria della coscienza che promuove le varie rappresentazioni percettive. Diremo perciò, esplicitando i brevi accenni sopra forniti sulla temporalità, che alla coscienza compete una tipicità essenziale: essa si può intendere come “flusso temporale immanente”. Ogni vissuto coscienziale in genere, sia esso percettivo, emotivo, onirico, etc.., è connotato dal punto di vista temporale: ha una propria collocazione temporale specifica entro il nostro tempo di vita, è connesso con un “prima” e un “dopo” specifici ed è quindi, ipoteticamente, sempre individuabile entro la totalità del flusso coscienziale. Ora, tutto ciò che si offre alla coscienza le si offre in conformità alla sua natura temporale. Nel presente caso della percezione, questo non vale solo, banalmente, per quelle rappresentazioni intuitive che individuano oggetti diacronici (come è, ad esempio, il caso di una melodia) ma anche per quelle che intendono oggetti sincronici. Per meglio comprendere, torniamo un attimo al nostro esempio del libro; quando osservo il libro, in effetti il mio sguardo compie un tragitto, segue determinate linee di percorrenza attraverso il movimento degli occhi (destra-sinistra, sopra-sotto, etc…): in ogni istante io osservo propriamente solo frammenti di quanto senza dubbio colgo unitariamente come “libro”. Si tratta allora di comprendere come si arrivi al coglimento unitario di un oggetto come obiettivo di un unico atto della coscienza intenzionale. D’altra parte, prima di addentrarci nelle analisi relative ai modi della coscienza temporale bisogna aggiungere un’ulteriore considerazione. La sola dimensione temporale della coscienza non è infatti sufficiente a spiegare perché noi cogliamo inerenza tra taluni momenti impressionali e non tra altri: detto altrimenti, la temporalità immanente spiega la messa in forma dei contenuti, ma non è certo in grado, da sola di dirci perché noi possiamo percepire una pluralità di oggetti e distinguerli, perché raggruppiamo talune intuizioni e non altre a formare un determinato oggetto. E’ necessario perciò riconoscere, accanto alla condizione formale costituita dalla temporalità della coscienza, una condizione materiale che dipende propriamente dal dato, dalla cosa: per ogni sintesi pecettiva, per ogni legame, deve esserci anzitutto un fondamento contenutistico. Infatti, le legalità interne al percepito non sono un prodotto dell’attività soggettiva creatrice: non è il soggetto che fa sorgere i legami, il soggetto “si limita” a farne esperienza. Procediamo quindi nell’analisi del vissuto percettivo, analizzando rispettivamente, la temporalità coscienziale prima e le legalità inerenti i contenuti poi, per vedere come entrambe si compongano a definire l’evidenza intuitiva alla base della nostra conoscenza del mondo. Costituzione e coscienza originaria del tempo. Si è detto come, entro il processo costitutivo di qualsivoglia oggettualità, in ogni singolo momento impressionale insistono gli “ora” suoi propri trascorsi e quelli che verranno. Ogni vissuto presente, e quindi anche ogni evidenza percettiva che nel presente si esibisce, non è un punto istantaneo: dobbiamo piuttosto parlare di un campo temporale originario, di una sorta di tempo di presenza, oltre il quale i contenuti precipitano nel passato, come se l’attenzione coscienziale presente fosse un fascio di luce che si sposta illuminando nuovi tratti e lasciando nuovamente al buio il tratto temporale già percorso Tale campo temporale originario, che è limitato si presenta schematicamente come segue: Ritensione – Presente – Protezione Il primo ed il terzo membro insistono nel secondo e costituiscono l’indispensabile alone temporale del secondo, verso il passato e verso il futuro. Occupiamoci dunque di chiarire i due nuovi termini proposti. La ritensione Immaginiamo la seguente situazione percettiva: ad un tratto nel silenzio, irrompe un suono To; a tale suono ne seguono immediatamente altri fino all’istante Tn. I diversi momenti sonori che riempiono man mano gli “ora” percettivi To, T1,…Tn non vengono intesi distintamente,ma definiscono una melodia, una successione sonora intesa in maniera unitaria. Ciò accade perché i diversi istanti uditivi sono legati l’un l’altro da una specifica sintesi coscienziale (della cui natura e legalità tratteremo più compiutamente parlando delle associazioni); quest’ultima può tuttavia operare proprio perché la coscienza può disporre, in ogni momento sonoro, delle diverse sonorità che lo hanno preceduto, quasi come se esse fossero ancora intuitive: la coscienza le trattiene in una memoria fresca nei progressivi passaggi all’ “ora” successivo. Questa essenziale caratteristica coscienziale è il movimento ritensionale mentre, con il termine ritensione Husserl indica i momenti impressionali appena stati che affondano in questa dimensione. Per ora possiamo genericamente dire che: ogni momento intuitivo possiede una coda ritensionale che conserva un contenuto che sbiadisce man mano che ci si allontana dal presente attuale. Quando poi il decorso di una determinata apprensione d’oggetto si è concluso, l’intero insieme ritensionale sprofonda nelle nebbie del passato e all’intuizione si sostituisce una vuotezza indistinta mentre l’Io si volge percettivamente ad altre datità. La descrizione qui proposta merita ora qualche chiarimento. Per Husserl non è possibile una pura esperienza di tempo che non sia esperienza di un dato temporale: è stata, del resto, la stessa relazione tra i dati percepiti a porre la questione del vissuto originario di tempo, come unità di ciò che è e di ciò che non è più già nella percezione; in ogni intuizione discreta che è, perciò, anche dato temporale, Husserl distingue il modo del suo apparire dal suo essere. Pensiamo ad esempio ad un suono: il suono è magari sempre lo stesso, ma i modi del suo apparire sono sempre diversi per l’intero decorso sonoro, allo stesso modo in cui non si può dare due volte uno stesso momento temporale. Abbiamo visto che il vissuto percettivo ha una dinamica estesa, un suo tempo di presenza: Husserl indica la maniera dell’apparizione coscienziale di un oggetto come fenomeno di decorso, ovvero come una “continuità di mutamenti incessanti che forma una unità indivisibile”. L’oggetto è, in certo modo, una durata contenutisticamente piena che si fa di continuo; ogni nuovo ora impressionale la incrementa e le varie fasi del decorso mutano di continuo e di necessità il loro modo di apparizione, la loro caratterizzazione temporale, poiché sono tema della coscienza ed il flusso coscienziale è, appunto, inarrestabile. La posizione relativa di ogni fase nei confronti del nuovo “ora” che sempre subentra cambia continuamente. Entro la continua evoluzione dei modi di decorso che caratterizza l’apparizione d’oggetto, ogni successiva fase è una continuità di passati che si accresce; ogni nuovo “ora” coscienziale spinge verso un più lontano passato tutti gli istanti che lo precedono. Da un punto di vista coscienziale diremo che i vari momenti impressionali che si susseguono lungo il flusso relativo all’apprensione d’oggetto trapassano di continuo in ritensioni. La coda ritensionale si modifica di continuo e permane insieme al nuovo “ora” originario di cui, assieme alle protezioni (quelle aperture verso il futuro cui prima accennammo e di cui parleremo a breve), costituiscono l’alone temporale. Husserl, in Per la fenomenologia della coscienza interna del tempo, propone la seguente visualizzazione: La dinamica della corrente ritensionale è simile a quella di una valanga: ad ogni modificazione si associa una continuità di modificazioni che riguardano tutte le precedenti fasi ritensionali, finchè quella determinata percezione d’oggetto non sia giunta al termine. Per comprendere come vada intesa la ritensione e per evitare di confonderla con ciò che per solito indichiamo come “ricordo”, esponiamone le caratteristiche:

a. La ritensione non dà i contenuti in carne ed ossa, non esibisce nulla intuitivamente. Rispetto al presente intuitivo cambia il modo in cui la coscienza intende: la ritensione, infatti, è nel presente come impressione che trattiene inavertita ciò che è appena passato mentre la coscienza è volta in un’altra direzione, verso ciò che di continuo le si presenta. La coscienza ritensionale non è tematica. Il presente è, infatti, di volta in volta, fine del prima e inizio del poi: la ritensione è il primo membro di questa triade, cioè il progressivo incessante scorrere nel passato del movimento della coscienza intenzionale

b. In ogni apprensione l’appena-stato accompagna di continuo, per motivi essenziali, il presente coscienziale ed è in continuità con esso. La ritensione dipende dal presente: poiché esso muta costantemente, muta anche la posizione dei contenuti ritensionali rispetto alla attività coscienziale ed ogni nuovo momento ritensionale modifica i precedenti ed il loro indice di lontananza dall’ “ora”.

c. La ritensione, quindi, non è ancora propriamente “passato”, ma è piuttosto il permanente defluire del presente vivente nell’orizzonte del passato E’ il “poco fa” simultaneo alla nuova impressione, che fluisce di continuo. La continuità ritensionale è una prima e originaria temporalizzazione del tutto inconsapevole: la coscienza ritensionale è una sorta di assenza nella presenza, è la traccia di una precedente esibizione intuitiva. A differenza del ricordo, che è un atto spontaneo e che perciò può o meno esserci, la ritensione è una costante del presente, non implica alcuna scelta dell’io: è sentimento del passato, intuizione del passato.

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La protensione. Volgendo lo sguardo in altra direzione, abbiamo detto che ad ogni presente intuitivo compete anche un’apertura verso il futuro immediato: il presente va verso il futuro, lo attende come una evenienza necessaria e in generico accordo con quanto è già giunto a coscienza. Ad esempio, nel semplice guardare noi siamo, in ogni istante, diretti al nuovo immediato presente percettivo, che attendiamo senza dubbio quanto meno come un “ora” di tipo visivo. Husserl indica questa propensione coscienziale – che, come la ritensione, è precedente ad ogni consapevolezza – come protensione. La continuità protensionale è il movimento naturale della coscienza: ogni singola protensione è la rappresentazione vuota di ciò che verrà, quasi come se l’andamento coscienziale predisponesse il luogo ospitante delle intuizioni a venire. Si noti che, come avveniva per la ritensione, la protensione non esibisce alcun contenuto intuitivo: è, invece, la generica attesa che sempre accompagna il presente come sua naturale evoluzione, è la direzione dell’intenzionalità coscienziale. Traiamo ora le opportune conseguenze gnoseologiche di tale impostazione, indicando in che modo la costituzione temporale riesca a spiegare i caratteri dell’evidenza così come ci si presenta. Per Husserl l’evidenza si precisa come “verificazione riempiente” di tipo percettivo. Alla luce di quanto detto ora sulla protensione è facile comprendere cosa intenda il filosofo: l’evidenza è ciò che subentra intuitivamente, riempiendo adeguatamente la generica attesa anticipatrice motivata dall’ “ora” che immediatamente la precede; ed è dunque, sotto questo aspetto, un suo riempimento esaustivo: «Nell’intuizione che si dà per prima entrano in gioco vuote intenzioni di orizzonte alle quali l’intuizione che ad essa si lega procura la pienezza corrispondente»6. In questo quadro, ugualmente imprescindibile è il ruolo della ritensione. Solo conservando traccia, nel presente, di ciò che, pur appena passato, ancora fa parte della percezione in atto, la coscienza intenzionale può progredire in una sempre più compiuta specificazione del suo tema. Siamo in un contesto dove appare ormai chiaro che non è possibile parlare di una percezione pura o semplice del presente. Se parliamo di percezione semplice è perché non teniamo conto di questa specie di composizione, alla quale tuuto ciò che trascorre nel tempo è ovviamente soggetto. Un esempio intuitivo può aiutare a comprendere meglio ciò che stiamo dicendo. Figuriamoci di percorrere una strada lungo una pineta. Ad un certo punto la vegetazione si dirada e si abbassa; inaspettatamente, oltre i cespugli, ci si presenta il mare. Le successive percezioni hanno progressivamente modificato il loro senso: solo alla fione della strada possiamo collocare la pineta sulla costa ed attribuire al paesaggio un senso generale certo diverso da quello esibito dalla semplice visione dei pini. Le associazioni relative alla strutturazione del campo sensibile. Chiarita la natura temporalmente complessa della coscienza percettiva e quindi dell’evidenza che si dà nel presente, bisogna ora quantomeno accennare a quelle legalità contenutistiche che, componendosi di necessità con le sintesi della temporalità immanente, spiegano l’unitarietà dell’oggetto: si tratta di fenomeni associativi che dipendono da condizioni essenziali proposte dal contenuto stesso dell’oggetto d’esperienza; anch’essi operano preventivamente rispetto ad ogni consapevolezza dell’io e dal loro funzionamento dipende l’interna organizzazione dei contenuti coscienziali. Dall’analisi dell’ordinamento del campo percettivo si ricava che le sintesi che intervengono a livello più generale sono quelle promosse dai collegamenti di omogeneità ed eterogeneità. A seconda che esse agiscano sul piano sincronico o diacronico, determineranno differenti forme di unificazione. Chiariamo quanto detto tramite opportuni esempi intuitivi: • Nel caso in cui il collegamento di omogeneità (e, per converso, anche quello di eterogeneità) riguardi elementi che riempiono un medesimo “ora” coscienziale, una eventuale uguaglianza tra due oggetti determina una sintesi associativa che li unifica in una coppia; per esempio, due triangoli analoghi vengono immediatamente associati in una “coppia”. Ovviamente se la somiglianza non si spinge fino alla assoluta uguaglianza, la coppia sarà relativa ad uno o più aspetti che accomunano la figura, mentre verrà mantenuta la distinzione per quanto riguarda altri punti di vista. L’accoppiamento può, inoltre essere reiterato, attraverso un membro ponte che consentirà altre sintesi, consentendo la formazione di insiemi e la loro eventuale confrontabilità. • Nel caso in cui il collegamento di omogeneità (e, per converso, anche quello di eterogeneità) riguardi elementi presenti in diversi “ora” coscienziali, il confronto darà luogo,nel caso di elementi identici, ad una specie di sovrapposizione coscienziale: se vedo questo foglio in tre momenti distinti, automaticamente presumo si tratti del medesimo foglio. Assieme alle dinamiche temporali, l’associzione di omogeneità presiede all’elaborazione del concetto di “esistenza continuata”. Se l’associazione è di semplice somiglianza e non di piena uguaglianza, allora avremo ciò che per solito percepiamo come evoluzione. Ad esempio, ascoltando in un certo lasso di tempo una sinfonia, la somiglianza stilistica tra i diversi momenti mi consente di percepirla come un tutto unitario; se, viceversa, improvvisamente essa fosse sostituita da un pezzo rap, la difformità sarebbe tale da impedirmi di associarla alla prima come se ne fosse la continuazione. I collegamenti di omogeneità/eterogeneità ci riportano al fenomeno originario del contrasto. Chiamiamo contrasto il fenomeno per cui ogni elemento che emerge in un campo sensibile può emergere perché si distingue rispetto ad uno sfondo. Si tratta del peculiare collegamento tra il dato emergente e quello dal quale è emerso, in una sorta di “unificazione per distinzione”. Tale fenomeno non si incontra solo in casi plateali, come nel caso di una deflagrazione: esso, viceversa, funziona pressoché costantemente e concorre, nelle diverse sintesi associative, alla apprensione oggettuale. Prima di concludere questa breve disamina relativa alle associazioni, bisogna aggiungere una breve considerazione. Parlando della temporalità immanente come caratteristica essenziale alla coscienza, abbiamo detto che ogni contenuto che si esibisce all’io, si esibisce propriamente come tema della intenzionalità coscienziale e perciò, anzitutto, come dato temporale. Dal punto di vista dell’oggetto appreso dunque, anche la temporalità costituisce una forma di ordinamento e, precisamente, una forma di ordinamento imprescindibile. Perciò, i dati che confluiscono nella percezione vengono tra loro associati anzitutto sulla base della loro manifestazione “temporale”. Quindi, in senso ampio e generalissimo, possiamo dire che il tempo della coscienza promuove le più basilari associazioni tra i vari dati. Abbiamo, così, le fondamentali forme di ordinamento della successione e della coesistenza: la prima si dà quando diversi elementi riempiono una medesima scena percettiva nello stesso “ora” coscienziale (ad esempio, l’insieme dei diversi oggetti che, simultaneamente, ingombrano il tavolo di fronte a me) e costituisce perciò la forma di ordinamento del campo locale; la seconda, invece, esprime la concatenazione tra diversi contenuti di “ora” consequenziali. Si pensi, ad esempio, al solito caso di una melodia, oppure, spostandoci sul piano visivo, all’incremento di un fascio di luce o alla percorrenza visiva dell’orizzonte ottico. Come è facile notare, queste primarie legalità, si compongono con i collegamenti di tipo “materiale”; basta l’esempio della sinfonia precedentemente proposto parlando dei collegamenti di omogeneità per capire come, di fatto, la successione, come operazione originariamente ordinante della coscienza che costituisce il tempo, intervenisse inavvertita a supportare la associazione contenutistica.  

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