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SOLO CONTRO TUTTI. IL DISCORSO DI PIAZZA DEL PLEBISCITO

bERLUSCA PIAZZA

Di Andrea Giardina

Sono le quattro del pomeriggio del 27 novembre 2013 quando Berlusconi appare sul palco allestito in piazza del Plebiscito, di fronte a Palazzo Grazioli, la sua residenza romana. Indossa la giacca e la maglia nera, un abito che abbiamo visto spesso in questi anni, ma che, nel caso, contiene già “il messaggio” destinato ai suoi fedelissimi. Quel nero, infatti, esprime prima di ogni cosa il lutto. Berlusconi è l’uomo colpito a morte da una congiura (lo striscione con la scritta “colpo di stato” avrebbe dovuto campeggiare alle sue spalle) ordita da chi, sospinto dall’odio, lo considera un nemico da abbattere. Ma il lutto, come sta per ripetere, è pure quello della democrazia, tradita dalle trame della Magistratura e della Sinistra. Il nero è però anche il colore dell’azione temeraria, dell’eroismo disposto al sacrificio. ”Siam pronti alla morte”, dice Berlusconi citando Mameli appena le note dell’Inno nazionale si sono spente. Ovvero la congiura non determinerà il suo “ritiro in convento”, ma darà ulteriore forza alla sua ardimentosa volontà di “restare in campo”.

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Contemporaneamente, però, quell’abito è sportivo ed elegante. E’ una mise pratica, che esprime energia, in aperto disprezzo della temperatura rigida (come si affretta a segnalare il presidente, attribuendone l’origine alla stessa Sinistra). Berlusconi interpreta uno dei ruoli che preferisce, quella dell’uomo di mezza età – è la sua condizione mentale, quella nella quale ama rispecchiarsi- che si esercita col fitness e sbarra la strada ai segni dell’invecchiamento. Rifiutando una tenuta più formale, egli esprime il suo netto distacco da quel Senato che lo sta per espellere. Il mondo della “giacca e cravatta” è quello dei suoi carnefici.

Tra le bandiere della neonata Forza Italia, il presidente si mette sull’attenti e allarga la mano destra sul petto. Mentre suona l’inno, Berlusconi appare concentrato, assorto, commosso. Sta recitando, è evidente, ma è la stessa recitazione partecipe, profondamente coinvolta, dei calciatori che stanno per giocare un match internazionale. Una commozione di secondo grado, che nasce dal sapere che in quel momento bisogna commuoversi. L’unica differenza rispetto ai calciatori è che Berlusconi lì è solo. Solo contro tutti. Ma di fronte a sé, con sé, ha il suo “popolo”, che, nello stesso tempo, è il suo pubblico, e , televisivamente, la sua audience. In quel momento di fusione mistica Berlusconi è contemporaneamente l’atleta che sta per combattere, il “missionario di verità e di libertà”, il trascinatore della sua “gente”. E l’attore che interpreta tutti questi ruoli.

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Quando inizia a parlare, Berlusconi assume una postura che manterrà per tutto il discorso: allarga le braccia che rimangono ferme e tese a formare, col corpo, una sorta di doppio contrafforte, una figura piramidale, che dovrebbe trasmettere un’idea di solidità, ma che, invece, suggerisce la sensazione di un equilibrio vacillante. Le mani sono appoggiate alla balaustra, ma non le vediamo. Dietro di lui c’è il cielo azzurro simbolo del partito, quello che tante volte è stato utilizzato, con successo, nei manifesti elettorali. L’azzurro è il colore del sogno, dell’evasione verso un altrove che è comunque indefinitamente migliore. Berlusconi ha sempre desiderato far sognare. Nessuno deve permettersi di impedirglielo.

Come in ogni rito, Berlusconi, che è sia l’officiante sia l’idolo esposto all’adorazione dei fedeli, procede per formule fisse. Chi è presente sente quello che già sa, forse ripete con lui le sue stesse parole sull’azione eversiva della magistratura che, addirittura (almeno per l’ala di “Magistratura Democratica”) arriva ad equiparare alle Brigate Rosse.

Berlusconi Moro

Ecco, quest’ultimo è il vero elemento nuovo. Il tentativo di stabilire un raccordo tra sé ed Aldo Moro. E’ un caso che il primo anno citato nella sua ricostruzione delle malefatte della Magistratura sia proprio il 1978, quando il presidente della DC venne rapito e assassinato? Nella piazza viene più volte inquadrato un cartello in cui la celeberrima foto di Moro nella prigione del popolo brigatista è stata sostituita con quella di Berlusconi. In basso si legge “prigioniero politico”. Qual è il senso del paragone? Berlusconi è come Moro una vittima sacrificale, tradito dagli amici che pensava più fidati? E’ l’uomo tornato “creatura” , come disse Sciascia nell’ “Affaire Moro”? Oppure Berlusconi evoca l’idea del complotto che avrebbe tolto di mezzo lui come era stato fatto per Moro? Come ha spiegato Marco Belpoliti, quella foto, già nelle intenzioni dei brigatisti, aveva una “dimensione” pubblicitaria. Era una réclame. Il fotomontaggio non fa che rafforzare il senso di quell’intuizione.

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In prevalenza la voce del presidente si mantiene bassa, il suo periodare è talvolta farraginoso, si ha la sensazione che talvolta il pubblico non lo segua, come capita agli studenti a scuola quando le spiegazioni dell’insegnante si fanno tortuose e astratte. A differenza di quanto richiederebbe il suo ruolo di “soldato della democrazia”, Berlusconi dà l’impressione di essere stanco. Le sue stesse idee per il futuro – i club “Forza Silvio”, disseminati capillarmente ovunque ci sia traccia di vita umana – sono snocciolate con poca convinzione . E’ un attore esausto, quello che abbiamo di fronte. Il Chaplin di “Luci della ribalta”. E, come può capitare agli uomini vecchi, la nota che si sente suonare più spesso è quella del risentimento. Più che un invito alla lotta – questo è “solo” scritto nel copione – il suo dà la sensazione di essere un epicedio funebre. Quello che, se potesse, Berlusconi reciterebbe di persona al suo stesso funerale. L’approssimarsi di un termine –la sua fine “politica” – non può che ossessivamente ricordargli l’altra inevitabile fine. Perché il risentimento allora? Semplicemente perché c’è qualcuno che non ha capito nulla di lui. Berlusconi si sente buono, lo si sa. Più volte ha proposto al pubblico la sua immagine di uomo generoso, affettuoso, simpatico, gioviale, eternamente sorridente.

Berlusconi corna

L’uomo che fa le corna ai potenti della terra, l’uomo che appare in prima pagina con il cagnolino Dudù a cui tutto concede. Gli ingrati sono gli “altri”, ovvero tutti tranne quelli che stanno lì, insieme a lui, uniti dall’affetto, dalla comune passione, dalla certezza di appartenergli per sempre. Solo loro si salveranno.

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