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MORTE ED ETERNITA’ DEL CAPITALISMO (terza parte)

Capitalismo

Di Gianfranco Giudice

La tesi che noi sosteniamo, costituendo l’anima stessa della presente ricerca, è che il capitalismo pensi sé stesso come eterno, ma sarebbe meglio dire non può che pensare sé stesso come eterno. Dal punto di vista logico e non meramente ideologico, come possiamo sostenere una tesi del genere? Non ci interessa infatti l’aspetto puramente politico e ideologico della questione, e neppure culturale; quel che vogliamo comprendere è il presupposto formale, trascendentale, del paradigma capitalistico, sulla base del quale si è imposta l’idea della insuperabilità del modo di produzione capitalistico e la chiusura dell’attuale orizzonte storico all’interno del paradigma medesimo.

La risposta a questa domanda la troviamo proprio in un vecchio scritto del 1978 di Emanuele Severino, intitolato Tramonto del marxismo. Discussione con Lucio Colletti e risposta semiseria a Paolo Rossi, compreso nel volume Gli abitatori del tempo. Si tratta di uno scritto complesso e articolato, seppur nato come mostra il titolo da una circostanza occasionale; in particolare ci interessa il confronto di Severino con Colletti, perché proprio discutendo e confutando le tesi di quest’ultimo sui concetti di opposizione reale, opposizione logica e contraddizione dialettica, grazie al confronto diretto con testo marxiano ed hegeliano, Severino arriva ad analizzare la relazione tra capitalismo e intelletto, ed è proprio qui che troviamo in termini logici la risposta alla nostra domanda sul perché il capitalismo pensi, e non possa che pensare sé stesso come eterno. Colletti sostiene che il pensiero di Marx1, ed in particolare la sua critica del capitalismo, non avrebbe alcun carattere scientifico perché va contro il principio di non contraddizione ( p. d. n. c. ); infatti la contraddizione dialettica su cui si fonda il pensiero marxiano ed hegeliano, cozzerebbe contro il principium firmissimum, ovvero quello che sostiene l’impossibilità di affermare e negare contemporaneamente la stessa cosa. Colletti muove da Kant, in particolare dal testo Tentativo di introdurre nella filosofia il concetto delle qualità negative2, per stabilire la differenza tra l’ “opposizione reale” e l’ “opposizione logica”; la prima ammette un terzo tra gli opposti, la seconda non lo ammette, e dunque mentre la prima opposizione può esistere realmente perché produce un risultato, per esempio l’equilibrio tra due forze fisiche che spingono contemporaneamente in direzione opposte come nell’esempio kantiano, la seconda opposizione non può esistere nella realtà, perché l’esistenza contemporanea di due opposti logici ( A e non A ) violerebbe il p. d. n. c., cioè produrrebbe un assurdo, una impossibilità. Il punto decisivo nel ragionamento di Colletti è l’assimilazione della opposizione logica alla contraddizione dialettica, perché entrambe violerebbero il p. d. n. c. . Ma è proprio questo il punto che Severino mette radicalmente in discussione perché, con riferimento all’opposizione dialettica,

 Severino

dire che è all’interno della loro unità che gli opposti sono ognuno “negazione dell’altro” significa, appunto escludere che all’interno di tale unità gli opposti si identifichino: significa che, nell’unità, l’uno non è l’altro. […] In questo senso, l’unità degli opposti ( cioè la relazione all’altro ) lungi dall’essere violazione del p. d .n. c. , è addirittura la condizione trascendentale del costituirsi di tale principio – se tale principio è, primariamente, l’affermazione dell’esser sé da parte del determinato, e cioè del suo essere negazione dell’altro. All’interno dell’unità, gli opposti si oppongono, e non già si identificano: l’uno non è l’altro e cioè non accade che l’uno sia sé e insieme il proprio opposto. L’opposizione [ si intende l’opposizione dialettica ] non è una violazione del p. d. n. c, ma è la stessa non – contraddizione. 3

La contraddizione dialettica non viola dunque il p. d. n. c. , poiché gli opposti ( A e non A ) sono in relazione reciproca in quanto l’uno non è l’altro; dunque non sono la stessa cosa in quanto l’uno non è l’altro, solo se identificassimo gli opposti si violerebbe il p. d. n. c.; se noi infatti separiamo e isoliamo A e non A, e poi li poniamo come identici, in tal caso cadiamo in contraddizione, invece nella contraddizione dialettica

l’ “ unità “ degli opposti è giustamente intesa come sinonimo di “relazione” degli opposti; e relazione non significa identità. Dire che A riesce ad essere negazione di non A solo in quanto è in relazione a non A – e che al di fuori di tale relazione non riesce ad essere una siffatta negazione e a anzi è un niente – non significa affatto che A riesce ad essere negazione di non A solo in quanto è identico a non A; cioè, ancora una volta, non significa negare il p. d. n. c. in quanto tale. Hegel non nega questo principio ( e, in genere, la logica formale ) in quanto tale, ma in quanto è concepito astrattamente, cioè come “ riflessione “ che stabilisce un nesso accidentale tra determinazioni intese originariamente separate.4

La logica formale, in quanto logica dell’isolamento, ovvero dell’ astrazione della parte dal tutto concreto, cade in contraddizione quando identifica gli opposti precedentemente isolati e separati; la relazione dialettica è invece non contraddittoria proprio in quanto correlazione degli opposti che rimangono opposti pur essendo legati necessariamente. Identificando “opposizione logica “ e “ opposizione dialettica”, come secondo Severino fa erroneamente Colletti, si altera profondamente l’articolazione essenziale del metodo dialettico hegeliano, in cui l’unità degli opposti è il risultato del movimento dialettico, ovvero di un processo in cui gli opposti sono uniti nel senso che sono in relazione, dunque sono differenti. Il p. d. n. c. della logica formale ( opposizione logica ), il quale dice che A e non A non si identificano, presuppone come sostiene Severino l’unità dialettica degli opposti (opposizione dialettica ), ovvero che A e non A si implichino reciprocamente in quanto opposti, non certo in quanto identici. L’opposizione logica considera gli opposti “ in sé e per sé “

 marx

Qui, la figura che corrisponde a tale “in sé e per sé “ è l’isolamento in cui viene a trovarsi la determinazione in quanto contenuto dell’intelletto: l’intelletto astrae, cioè separa, isola la determinazione dalle altre […] e questo astratto – che in quanto tale è insieme “limitato”, “finito” – vale per l’intelletto come “ cosa che è e sussiste per sé “ […]. Una determinazione è cioè “ in sé e per sé” solo dal punto di vista dell’intelletto. Ora, questo contenuto astratto ( “finito” ) ha questa proprietà essenziale, di essere “ il sopprimersi da sé “ […] e il “passare” […] nel contenuto opposto. Questa auto soppressione del finito che lo fa passare nel suo opposto è la contraddizione dialettica “.5

L’analisi condotta da Severino è per noi estremamente interessante, perché ci conduce attraverso Colletti al confronto con Marx e al tema delle contraddizioni del capitalismo. Colletti sostiene che l’analisi marxiana del capitalismo non reggerebbe alla logica scientifica, perché se l’economia capitalistica è minata da insanabili contraddizioni, allora il capitalismo non dovrebbe esistere, poiché la contraddizione logica ( che per Colletti sappiamo identificarsi con la contraddizione dialettica ) non può darsi nella realtà. Il ragionamento di Colletti non sta in piedi per Severino che giustamente osserva che se la realtà non è contraddittoria, è tuttavia ben possibile, dunque ha una sua realtà, pensare la contraddizione, ovvero contraddirsi. Il pensiero si contraddice quando è pensiero del finito, la contraddizione “ è il contenuto necessario di ogni pensiero del finito “.6 Per Marx il capitalismo è contraddittorio, non nel senso che esista come contraddizione, perché ciò sarebbe assurdo, bensì nel senso che il capitalismo in quanto realtà pensata ( ed ogni realtà non può che esistere in quanto pensata ) è isolamento e astrazione, pensiero del finito dunque contraddizione. Il finito è contraddittorio perché, in quanto finito, si toglie da sé, si riduce al nulla.

Claudio Napoleoni coglie perfettamente questo punto, distinguendo chiaramente nel discorso marxiano il piano del analisi economica da quello filosofico, da questo punto di vista se la realtà dell’economia capitalistica, in quanto isolamento, esiste senza contraddizione, tuttavia va pensata come contraddizione se posta in relazione alla dimensione della totalità originaria che unisce l’umano in se stesso e con la natura.

Marx, pur intendendo, materialisticamente la realtà come retta dal principio di non – contraddizione, attribuisce però la contraddizione specificamente al capitalismo, perché per lui il capitalismo è una realtà “capovolta”, in quanto espressione ultima e perfetta della scissione che ha rotto l’unità originaria e naturale degli uomini tra loro e degli uomini con la natura. Il concetto di valore è certamente il luogo della teoria marxiana del capitalismo che fa da fondamento a questa visione del capitalismo stesso come contraddittorietà. Ma è pure stato precisato che in Marx c’è anche la continuazione del discorso scientifico dell’economia politica classica, di un discorso cioè che, proprio in quanto scientifico, deve ignorare la categoria della contraddizione7.

La questione è per noi di particolare interesse, perché è proprio la logica dell’isolamento che ci permette di comprendere perché, e in che senso il capitalismo possa pensare sé stesso come eterno. Per Marx, coerente in questo con il pensiero hegeliano, la contraddizione di fondo del capitalismo dipende dalla logica della separazione della parte dal tutto, dell’individuo dal genere, dell’uomo dalla natura, insomma della separazione dell’unità originaria. Severino rileva tuttavia che sia nella filosofia hegeliana che in quella marxiana, manchi la fondazione del nesso necessario del tutto, e da questo ne conseguirebbe l’impossibilità di affermare l’assurdità dell’isolamento, la contraddittorietà della separazione della parte dal tutto. Per Severino Marx pur ragionando in termini di totalità, dunque in termini filosofici, non spiega ma considera come un dato originario l’unità dell’uomo con la natura e con l’uomo, dunque non può dimostrare l’assurdità della separazione dell’uomo dal genere. Il punto è di grande rilevanza, ma lo tralasciamo perché non riguarda direttamente la nostra ricerca, bensì lo specifico del percorso filosofico di Severino per il quale, non facendo i conti con la coerenza del nichilismo che porta al tramonto di ogni epistème e della filosofia come discorso sulla totalità, il marxismo è destinato a rimanere solo “edificazione “.

Emanuele_Severino_2

Come abbiamo già detto, il punto per noi decisivo è quello che riguarda il capitale che pensa sé stesso in termini di orizzonte ultimo della storia, dunque di eternità. Severino ci aiuta a capire dal punto di vista logico tutto ciò, quando stabilisce la relazione tra capitalismo e intelletto astratto per spiegare in che senso Marx possa parlare delle contraddizioni del capitalismo. Il modo di produzione capitalistico pensando sé stesso nella logica dell’isolamento e dell’astrazione, dunque al di fuori della reale e concreta dinamica storica, non può che pensarsi ( con l’intelletto astratto ) come fissità ed eternità ( momento astratto) ; questa è la contraddizione logica del capitalismo, ovvero del pensare il capitalismo che, come ogni realtà, non può esistere che come oggetto di pensiero. Il nesso concreto che toglie l’isolamento è la relazione e unità degli opposti che toglie la contraddizione,

per Hegel la verità non è la contraddizione ma il togliersi della contraddizione. I “momenti astratti” ( le determinazioni separate) sono dialettici, cioè un contraddirsi, appunto perché sono degli astratti e dei “non veri” ( “i momenti astratti, non veri, che perciò appunto son dialettici” ). Come toglimento della contraddizione, l’unità degli opposti è necessaria, perché non essere nell’unità significa essere nella contraddizione e un nesso è necessario appunto qualora la sua assenza provoca la contraddizione. L’isolamento effettuato dall’intelletto è appunto l’assenza del nesso tra le determinazioni isolate. L’intento esplicito del metodo dialettico è appunto di fondare quell’unità necessaria che, nella figura marxiana dell’ “identità immediata” di merce e denaro ( cioè della loro “unità interna”, della “connessione” di aspetto individuale e sociale del lavoro, dell’ “unità originaria” di individuo e genere, di uomo e natura, ecc. ), si presenta semplicemente come un presupposto ingiustificato, un dogma.8

Poiché il nesso dialettico degli opposti è necessario, la separazione e la scissione dell’unità necessaria degli opposti provoca la contraddizione; l’isolamento degli opposti logici è contraddizione in quanto negazione del legame necessario tra gli opposti stessi, solo a partire da qui Marx, presupponendo la dialettica hegeliana, può sostenere che il capitalismo è contraddizione in quanto isolamento dall’unità necessaria col suo opposto dialettico, ma isolamento significa astrazione, dunque separazione dalla dinamica temporale e storica, eterno presente. Leggiamo a questo punto ancora Severino:

Marx rimane aderente, nel senso che ora verrà indicato, alla dialettica hegeliana ( molto più di quanto non si pensi ), ma proprio per questo Marx non si trova costretto a teorizzare [ come crede Colletti ] una realtà contraddittoria. Quando Marx parla di “separazione” pensa all’ “intelletto” hegeliano. La separazione è l’atto dell’intelletto e il separato è il contenuto dell’intelletto. ( La separazione di merce e denaro, ad esempio, è un atto dell’intelletto ). In Marx, cioè, la separazione non è qualcosa di semplicemente ontico ( cioè non è separatezza ), ma è l’atto del pensiero in quanto intelletto. […] Il capitalismo, in Marx come in Hegel, è un modo di pensare; ciò non significa certo che non consista in altro che in un modo di pensare: il capitalismo è una forma storicamente determinata dei rapporti di produzione, ma il rapporto di produzione è anche, sempre, un modo di rappresentarsi le cose, cioè appunto, è pensiero. Il capitalismo è una realtà, ma una realtà che è anche un modo di pensare. Come l’individuo umano. Per Marx il modo di pensare che conviene alla realtà capitalistica è il pensare in cui consiste l’intelletto. Anche il capitalismo è “intelletto”. A questo punto ci si deve rendere conto che se il p. d. n. c. proibisce che la realtà sia contraddittoria, non proibisce però che il pensiero si contraddica. Il contraddirsi è reale. 9

Se il capitalismo è per Severino intelletto, ovvero “ una delle forme emergenti dell’intelletto”, come scrive successivamente, e se intelletto significa astrazione – isolamento – separazione, allora è necessario che quella peculiare forma del pensare che è il capitalismo sia un pensarsi eterno, ovvero un pensarsi fissato per sempre in un puro regno extratemporale. Certamente rimane aperta una domanda cruciale, l’unità necessaria degli opposti è anch’esso un pensarsi ( in tal caso della ragione e non dell’intelletto in termini hegeliani) eterno ? E se sì, di che eterno si tratta? Se così fosse, allora ci troveremmo di fronte a qualcosa di assai più radicale, perché saremmo di fronte non più all’eternità astratta dell’intelletto, frutto della logica dell’isolamento, bensì all’eternità concreta della ragione, ovvero in termini hegeliani, all’eternità – circolarità dell’Assoluto, in cui i diversi momenti non sono più isolati, ma in relazione – unità necessaria, essendo la totalità concreta. Valore d’uso e valore di scambio, merce e denaro, individualità e genere, uomo e natura, lavoro astratto alienato e produzione umanizzata, desiderio reificato e desiderio di relazioni umane ricche, insomma capitale e lavoro, sarebbero nella logica della totalità concreta momenti che stanno uniti in una relazione dialettica necessaria, in cui l’opposizione è come abbiamo visto correlazione di diversi che in quanto diversi sono tuttavia legati e uniti. Se le cose stanno così allora sarebbe eterno non tanto il capitalismo, perché questo varrebbe solo per la logica intellettualistica astratta, bensì in termini di ragione concreta e storica il nesso capitalismo – anticapitalismo.10 In tal caso il cerchio si chiuderebbe, e finché si permane sul terreno dell’orizzonte storico e della sua radicale immanenza, ogni ipotesi di salto o di fuoriuscita sarebbe pura assurdità, il pensarlo sarebbe … impensabile. Pertanto se possiamo pensare come eterno il capitalismo in termini di logica astratta dell’intelletto che separa la parte dal tutto, dobbiamo più profondamente pensare come eterno, in termini di nesso concreto della ragione storica, la dialettica capitalismo – anticapitalismo; infatti, come scrive Severino con le cui parole concludiamo

Gli oggetti si “separano” perché la loro differenza qualitativa rende necessaria l’introduzione della contraddizione tra di essi, come solo possibile fondamento di una separazione che unisce. In fin dei conti è la contraddizione che rende possibili dei sistemi strutturati e la loro proiezione nel divenire concettuale; la storia è l’istanza concreta di questo processo di ordine logico.11

1 Vedi in particolare di L. Colletti, Intervista politico – filosofica, Laterza, Roma – Bari 1974, testo a cui fa riferimento Severino nel suo scritto, e il capitolo Contraddizione dialettica e non contraddizione, nel volume Tramonto dell’ideologia, Laterza, Roma – Bari 1981. E’ da segnalare che con il volume del 1974 inizia per Colletti l’abbandono del marxismo.

2 In I. Kant, Scritti precritici, Laterza, Roma – Bari 1982.

3 E. Severino, Gli abitatori del tempo. Cristianesimo, marxismo, tecnica, Armando, Roma 1981, p. 39.

4 Ibidem.

5 Ivi, p. 41.

6 Ivi, p. 46.

7 C. Napoleoni, Valore, Mondadori, Milano 1982, p. 99. Il tema della contraddizione in Marx, con esplicito riferimento alle tesi di Severino, è sviluppato ampiamente dallo stesso Napoleoni nel Discorso sull’economia politica, Boringhieri, Torino 1985, vedi in particolare pp. 95 – 111. Napoleoni riprende la tesi severiniana del capitalismo come modo di pensare secondo la logica (formale e contraddittoria) dell’isolamento dalla totalità che esprime il principio di non contraddizione , si tratta di un punto importante perché il capitalismo può pensare se stesso come eterno proprio a partire dalla ripetizione del suo isolamento dal tutto.

8 Ivi, p. 66.

9 Ivi, pp. 68 – 69.

10 Da qui discende la tesi apparentemente paradossale dell’ anticapitalismo capitalista sostenuta da G. Alvi in un suo recente volume intitolato Il capitalismo. Verso l’ideale cinese ( Marsilio, Venezia 2011 ), su cui ci soffermeremo successivamente.

11 E. Fleischmann, La logica di Hegel, Einaudi, Torino 1975, p. 322.

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