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IL CASTRATO (dalla Rubrica Sciocchezzaio)

mammone

Di Andrea Giardina

E’ un piagnucoloso incrocio tra l’uomo in tuta (vedi voce) e il poeta di provincia (vedi voce), ed è , per statuto ontologico, disoccupato. La madre è un’anziana signora tracagnotta, spesso meridionale, ovviamente protettiva, solita esprimersi con loquacità disturbata e sentenziosa alla padron ‘Ntoni. Lui è un uomo dal ventre molle con occhiali di celluloide, barba malfatta, pustole in viso, peli alle orecchie e al naso, colletto della camicia puntuto e giallo, che ha ridotto la sua vita alla condizione di un’ombra. Dalla culla, gli è estranea qualunque autonomia, né saprebbe come conquistarsela. Simile a una mosca in bottiglia, vede l’esistenza altrui scorrergli attorno inesorabile, i coetanei crescere ed invecchiare, mentre lui rimane fermo, incapsulato nella sua terrea e sempiterna dimensione filiale post-adolescenziale. La sua vita è la mamma. Con lei, il sabato mattina, va a comperare le scarpe, scegliendo il modello imposto dalla vecchia, ovvero un mocassino a tomaia bucherellata, che “fa respirare il piede”. Oppure, nelle stagioni di mezzo, transita nei magazzini di sottomarche dove, in mezzo a complicati passaggi nei camerini e sotto lo sguardo pietoso di avvenenti commesse, finisce col comprare un giaccone informe e pantaloni finto sobri taglia 54, inevitabilmente orientati su quella indefinibile cromia verde marrone che la madre ritiene “adatta alla sua età”. Di fatto, la sua è la condizione di un tredicenne permanente del secondo dopoguerra. Non sa fare telefonate da solo, non ha contatti umani se non attraverso il filtro della madre, subisce le sue ispezioni intime del letto e dei cassetti delle mutande, deve mangiare alle ore stabilite non lasciando nulla nel piatto, gli sono vietati gli alcolici, deve indossare sempre la canottiera, alle elezioni deve votare gli stessi candidati scelti dalla vecchia sulla base della sua desolante opinione. Ripetutamente bocciato a scuola, per non dare altri dispiaceri alla mamma il castrato non guida, né è mai andato in vacanza da solo, anzi continua a seguire la donna nella stessa località rivierasca per le canoniche due settimane d’agosto. Soprattutto, il castrato non può, pena il mutismo materno, manifestare nessun interesse verso l’altro sesso. Ma la questione è delicatissima e determina pesanti contraccolpi sugli esili equilibri del “ragazzo”. Pur non avendo mai avuto una fidanzata, pur non essendo mai piaciuto a nessuna neanche di sguincio, il castrato è in realtà sempre stato alla costante ricerca di una compagna. Però mai lo ha ammesso, rivelando un impacciato disdegno quando la madre, con subdola cattiveria, lo richiama ai suoi doveri virili (“Devi trovarti una ragazzina”), per poi subito annichilirlo con sensi di colpa epocali (“E poi ti dimenticherai subito di me”). L’operazione materna, involontaria e malata, è del resto proprio quella di impedire che il figlio possa sfuggirle. Così, nei lunghi pomeriggi d’inverno, finite le meticolose pulizie di ogni recesso del minuscolo appartamento dove i due convivono, spolverate le foto del “povero papà”, il castrato non può rimanere solo nella sua cameretta da Gregor Samsa, ma deve stare con la donna nella mezza luce diaccia della cucina mentre lei armeggia per la cena e la televisione rimanda le voci di un intrattenitore. Il sesso diventa, per questa via, un incubo spropositato, da vivere nella più assoluta solitudine, quando finalmente la madre dorme (ma sarà vero?). E’ il castrato, infatti, il più accanito voyeur dei siti vietatissimi; è lui che si alza in piena notte e scorre frenetico su tutte le reti locali alla ricerca di donnacce, è lui che si dimena accoccolato tra le lenzuola ipotizzando situazioni irrealistiche persino per il kamasutra, è lui, ancora che, nelle sporadiche circostanze in cui riesce ad avere l’appartamento tutto per sé, gironzola nudo vicino alle finestre assumendo pose discutibili e proferendo richieste irriguardose alle lontane passanti. Di giorno, all’aperto, il mondo ha un altro volto, purissimo e casto. Sic e simpliciter, il castrato perde consistenza fisica, evitando con lo sguardo qualsiasi donna che non sia ultrasessantenne.

Questa è la sua esistenza, tiepida, inodore, dove nulla sembra modificare la routine alla camomilla. Ma talvolta qualcosa accade. Sono quegli istanti in cui, tempestosamente, il cielo di piombo della sua vita si squarcia. Basta pochissimo – una bistecchina con poco sale, una calza bucata, un odore di formaggio che invade il frigorifero – e l’uomo vede finalmente nel corpo miserando della madre l’origine di ogni suo fallimento. Allora urla, lancia per aria la gondola comprata nel 1962 dai genitori, emette caricaturali voci ad imitazione delle tonalità materne, ne dileggia ogni aspetto, dai capelli ovini agli occhiali sghembi. Nel ferirla gode e s’immagina ripetutamente la sua fine e il gusto che proverebbe a occultarne il corpo nella nicchia dietro all’armadio. All’improvviso, però, si deve fermare. Accartocciando il volto, sospirando, l’anziana che gli ha dato la vita simula malori mortali che, tra muti singhiozzi, la costringono all’immobilità sul catacombale letto vedovile. E’ il momento in cui il castrato crolla e, lacrimando come nell’Ottocento, si inginocchia di fianco alla donna, tenendole stretta la mano grassa. Con voce smozzicata e occhio vacuo, egli giura di non farlo mai più. E di volerle bene.

Dopo un’ora, in genere, i due cenano.

 

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