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MORTE ED ETERNITA’ DEL CAPITALISMO (seconda parte)

fine del capitalismo 2

Di Gianfranco Giudice

Cosa ci dice dunque Severino? Che il capitalismo si regge sullo squilibrio, sulla disuguaglianza, e che la radice della spinta al profitto è l’appetito, ovvero il desiderio; quest’ultimo punto è cruciale, perché se il desiderare costituisce il fondamento ontologico dell’essere umano, allora la radice della spinta al profitto che costituisce l’essenza stessa del capitalismo, starebbe nell’ontologia medesima dell’essere umano inteso come essere desiderante.

La tecnica è per Severino capacità infinita di realizzare scopi, qualsiasi scopo; “ la logica della democrazia e del capitalismo è certo più congruente alla logica della scienza e della tecnica di quanto non lo sia la logica filosofica del marxismo “ ( Ivi, p. 127 ). Noi riteniamo che la logica del capitalismo non solo sia “ più congruente”, bensì sia la più coerente traduzione storica, effettuale, della logica della scienza e della tecnica, pur essendo il capitalismo in quanto tale distinto dalla tecnica. Il capitalismo dunque non costituisce come la metafisica, il cristianesimo, l’umanesimo, il comunismo e la democrazia, un limite per lo sviluppo della tecnica, ovvero per la volontà di potenza, che in ultima istanza costituisce per Severino l’essenza dell’uomo occidentale. Il profitto, in quanto perseguito indefinitamente dal capitalismo, è superamento di ogni limite, in perfetta sintonia e armonia con il processo di innovazione tecnologica.

Ci rivolgiamo ora ad un altro testo di Severino che contiene alcuni capitoli dedicati proprio al destino del capitalismo. Si tratta del volume Dall’Islam a Prometeo ( Rizzoli, 2003 ). In questo volume la prospettiva della globalizzazione capitalistica è affrontata in relazione al conflitto tra Islam e Occidente.

Nel capitolo intitolato Islam, Capitalismo , Tecnica, Severino ritorna sul tema della differenza esistente tra capitalismo e tecnica; scopo del primo è l’incremento indefinito del profitto, scopo della tecnica è l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi1. Il capitalismo subordinandosi alla tecnica, di fatto snaturerebbe sé stesso; pertanto Severino può concludere che

La globalizzazione è dunque l’estensione a tutto il Pianeta non già del modo capitalistico di produrre ricchezza, ma del processo in cui, attraverso la distruzione del capitalismo e di tutte le forme della tradizione occidentale, la potenza della tecnica diventa lo scopo supremo dell’uomo2.

Tutto ciò è assai suggestivo, dopodiché rimane da spiegare come la tecnica abbia potuto attuare le sue enormi potenzialità, e come potrà continuare a farlo senza il motore del profitto capitalistico; senza sviluppo ineguale, ovvero diseguale distribuzione della ricchezza, scarsità relativa e non certo assoluta, perché l’era del capitale è l’era dell’abbondanza, non esiste capitalismo, e solo il capitalismo realizza la tecnica come essere storico.

fine del capitalismo

Severino sostiene che il mondo sta andando verso la pax technica, questo sarebbe un destino inevitabile, necessario3, perché connesso al tramonto inevitabile di ogni verità immutabile, al tramonto dell’ epistème. La tecnica in quanto potenza massima di trasformazione – annullamento delle cose, esprime la fede fondamentale dell’Occidente nel divenire di tutti gli enti, dunque in ultima istanza è l’unica autentica verità dell’Occidente, che in quanto tale porta alla fine ogni altra verità, compresa per Severino la verità dell’Islam che condivide in ultima istanza il medesimo destino, lo stesso “piano inclinato”, lungo il quale scivolano gli immutabili dell’Occidente. Scrive il filosofo bresciano che “ la distruzione del senso tradizionale della verità, in cui consiste l’essenza della filosofia contemporanea, sta al fondamento del processo in cui la tecnica diventa, da mezzo, scopo“4; con ciò la verità ( epistème ) della tradizione occidentale, rimane nella sua pura forma, ovvero la pura ripetizione della negazione del contingente; perché la tecnica in ultima istanza è la capacità di negare tutto nella logica dell’innovazione senza fine, secondo ciò che Severino chiama l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi.

Il tramonto della stessa tecnica è tuttavia un destino per Severino già segnato dall’apparire futuro della verità inconcussa dell’essere e dell’eternità di tutte le cose. Pertanto dal punto di vista di Severino, il capitalismo sarebbe comunque destinato al tramonto, anche se ammettessimo che non sia subordinato alla tecnica, perché dovremmo comunque riconoscere il legame essenziale tra realizzazione del profitto capitalistico e uso dell’apparato scientifico – tecnologico.

Riamane tuttavia l’ambizione all’eternità del capitalismo, in quanto espressione di una logica circolare ( ripetizione assoluta), e il circolo, essendo movimento immobile, pensa sé stesso come eterno. La logica del capitalistico, come ha spiegato una volta per tutte Marx, è l’incremento senza fine del profitto; questo avviene attraverso la riduzione di ogni ente a valore di scambio, tramite il denaro che funge da equivalente universale. In tal senso la vera essenza del capitalismo è l’astrazione e la ripetibilità; la forma storica che permette la effettiva realizzazione della logica della ripetibilità capitalistica, è la tecnica. Il capitalismo è pertanto il compimento e la realizzazione nella storia, grazie alla tecnica, della verità come ripetibilità, ovvero della verità così come definita dalla tradizione metafisica e scientifica dell’Occidente. Insomma il capitalismo pensa sé stesso, per dirla con Hegel, come piena identità di razionalità e realtà, il vero Spirito che anima la storia del mondo.

Barcellona

Ricordiamo in proposito un lavoro di Pietro Barcellona pubblicato anni fa e intitolato significativamente Il capitale come puro spirito ( 1990 ), in cui l’autore prendeva in esame la spiritualizzazione del capitale come elemento portante ed essenziale della sua pervasiva globalizzazione; ritorneremo su questo lavoro perché Barcellona individuava proprio nella ripetibilità assoluta il tratto essenziale di quello che lui definiva il capitale come puro spirito.

Severino riprende in qualche modo l’argomento marxiano che sta alla base della previsione del crollo del capitalismo, ovvero la contraddizione crescente tra forze produttive e rapporti di produzione. Leggiamo per esempio questo passo:

Gli interessi del singolo gruppo economico sono cioè destinati a trovarsi in contrasto con gli interessi del sistema economico globale perché sono in contrasto con la necessità di rafforzare il potenziale tecnologico globale a disposizione di tale sistema. Rafforzando la propria potenza mediante la privatizzazione delle conoscenze, tale gruppo impedisce che sulla Terra esista una potenza maggiore, ossia la maggiore potenza che possa essere ottenuta dalla partecipazione dell’intero sistema economico a quelle conoscenze5.

Il capitalismo non è la tecnica tout court, bensì è la tecnica in quanto storicità, è la tecnica in quanto verità effettuale. Il capitale non è certamente quella tecnica neutra, piegabile a qualunque fine, così come molti credono ingenuamente. Il capitalismo è la conditio sine qua non della tecnica come possibilità storica; il capitalismo è la forma del profittoche ripete indefinitamente sé stessa. Il capitalismo esiste in quanto esiste lo squilibrio, e il fondamento dello squilibrio è lo sfruttamento del lavoro che crea il plusvalore. La tecnica per Severino è la capacità di realizzare indefinitamente scopi, ma la tecnica per incrementare la propria forza all’infinito deve necessariamente ricreare infinitamente margini di profitto, che come abbiamo detto esistono se e solo se esiste lo sfruttamento del lavoro, ovvero se permane il saggio di plusvalore, il quale misura il saggio di sfruttamento. Il comunismo sovietico è fallito perché si è posto come scopo esterno rispetto alla potenzialità intrinseca della tecnica; il capitalismo diversamente è legato alla tecnica da un rapporto intrinseco, perché il legame attiene alla forma del ripetibile: il capitalismo è la ripetizione infinita del profitto, ovvero il suo incremento infinito; la tecnica è, come dice Severino, la capacità infinita di realizzare scopi. Severino osserva giustamente come la tecnica non abbia come scopo il profitto capitalistico in sé, tuttavia la tecnica può diventare apparato scientifico planetario, ovvero può diventare essere verità effettuale, solo come modo di produzione capitalistico. Senza squilibrio e sviluppo diseguale, la tecnica non si realizza, ovvero l’apparato scientifico – tecnologico non si attuerebbe come orizzonte storico planetario. In Grecia e nel mondo antico, come ci insegna lo stesso Severino, sussiste infatti la tecnica nel suo presupposto ontologico, tuttavia la tecnica nel mondo antico non diventa storia, verità effettuale, cioè organizzazione sociale; ciò avverrà solo a partire dal ‘500, con la nascita del capitalismo. La tecnica si realizza come storia, in quanto produzione di massa, e la produzione di massa è possibile ed accade solo grazie allo sfruttamento capitalistico del lavoro che diventa lavoro astratto. Pertanto se secondo Severino il capitalismo per salvare sé stesso deve assumere la tecnica come proprio scopo, e facendo ciò firma la propria condanna; noi affermiamo invece avanziamo l’ipotesi che il capitalismo sposando la tecnica si garantisce potenzialmente l’eternità, ovvero la ripetibilità assoluta.

 Severino

Il testo più recente in cui Emanuele Severino ritorna ampiamente sul tema del capitalismo è Democrazia, tecnica, capitalismo ( Morcelliana, 2009 ). Molte argomentazioni riprendono quanto abbiamo già illustrato nelle pagine precedenti; nel testo in questione troviamo tuttavia alcuni significativi approfondimenti e sviluppi del tema in questione. Severino sottolinea giustamente come il capitalismo da “legge naturale eterna”, quale era considerato dagli economisti classici a partire da Ricardo, successivamente diventi con Keynes e Schumpeter “ un esperimento, la cui buona riuscita non è garantita a priori da alcuna ‘mano invisibile’. Il carattere sperimentale del capitalismo implica la negazione dell’immutabilità e incontrovertibilità delle sue procedure e, insieme , della scienza economica su cui esse si riflettono “6. Il capitalismo oggi dunque non sarebbe considerato dalla scienza economica come un immutabile, bensì come un esperimento ben riuscito ( in linea con quanto accade con le scienze naturali ipotetico – deduttive ); insomma l’economia capitalistica funziona, e prevale su ogni altra forma economica perché capace di produrre ricchezza meglio e più di ogni altro sistema economico mai apparso sulla faccia della terra. Tutto ciò è indubbiamente vero, ma è proprio ciò che noi sosteniamo affermando che il capitalismo pensa sé stesso come eterno, pur non potendo dimostrare di esserlo in via di principio.

Severino 2

Oggi quel che appare evidente è infatti la fiducia nel capitalismo, nell’economia monetaria di mercato come unico orizzonte effettivo di creazione e distribuzione ( diseguale ) della ricchezza, e la fede è incrollabile, più forte di qualunque dimostrazione; così forte da imporre un pensare dominante che vede nel capitalismo la fine stessa della storia. In qualche modo la fede nel capitalismo come orizzonte ultimo della storia, ha a che fare con quella fede fondamentale dell’Occidente che Severino vede nel divenire delle cose, nel loro uscire e ritornare nel niente; ma per Severino ciò porta alla subordinazione del capitalismo alla tecnica, perché “ la destinazione dell’Occidente è la sua destinazione alla civiltà della tecnica “7; per noi invece porta alla piena attuazione della tecnica grazie al capitalismo, perché se, come spiega il filosofo bresciano, “ il capitalismo non è la tecnica “8, tuttavia mai e poi mai la tecnica potrebbe farsi storia, orizzonte planetario, senza il capitalismo, e mai e poi mai la tecnica potrebbe essere suprema potenza, capacità di realizzare infiniti scopi, senza la spinta motrice del profitto capitalistico. La tecnica è mezzo, e il profitto capitalistico è lo scopo; dunque per Severino ciò comporta alla lunga una limitazione della tecnica, perché il mezzo non essendo lo scopo, lo deve comunque rispettare limitando le proprie infinite potenzialità. Il punto che Severino tuttavia tralascia di considerare è la perfetta sinergia e complementarietà che si stabilisce tra l’ incremento indefinito degli scopi proprio della tecnica, e l’incremento indefinito del profitto essenziale nella formazione economica capitalistica.

Scrive Severino:

La destinazione dell’economia dell’Occidente ( e ormai del Pianeta ) è il passaggio dalla situazione in cui lo scopo del processo economico è l’incremento indefinito del profitto di pochi, cui fa riscontro il crescente impoverimento dei più, alla situazione in cui lo scopo è l’incremento indefinito della potenza, ossia la capacità di realizzare scopi – conseguenza della quale […] è che quanto viene prodotto si rende disponibile a tutti, visto che l’indisponibilità dei beni è condizione essenziale della sopravvivenza dell’intrapresa capitalistica. 9.

 Capitalismo

Severino, come abbiamo già sottolineato, non si domanda come sia possibile che l’incremento della potenza tecnologica avvenga indefinitamente; senza la spinta del profitto, che a sua volta necessita dello squilibrio, e dunque dell’ “impoverimento dei più”, non potrebbe esserci affatto alcun incremento indefinito della potenza. Più che di rovesciamento mezzo – scopo tra tecnica e capitalismo, dobbiamo piuttosto parlare di perfetto isomorfismo tra tecnica e capitalismo.

1 Cfr. E. Severino, Islam, Capitalismo , Tecnica, Rizzoli, Milano 2003, pp. 10 – 11.

2 Ivi, p. 11.

3 Cfr. op. cit., p. 13.

4 Ivi, p. 15.

5 Ivi, p. 74.

6 E. Severino, Democrazia, tecnica, capitalismo, Morcelliana, Brescia 2009 , p. 30.

7 Ivi, p. 34.

8 Ivi, p. 34.

9 Ivi, p. 37, ma vedi anche pp. 44 – 45.

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