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SILENZI, AMICIZIE, AMORI. UN ROMANZO DI SANDRO DE FAZI

De Fazi libro

Di Andrea Giardina

Che libro è “Ti scrivo brevemente per chiederti scusa dei miei silenzi” di Sandro De Fazi (Edizioni Libreria Croce)? Se diamo retta al sottotitolo potremmo pensarlo come la biografia di Gaetano Dimatteo, uno dei maggiori pittori italiani contemporanei. Un saggio allora? O, forse, come ci suggerisce l’autore, un romanzo? A conti fatti, né l’una né l’altra cosa. Nel solco di una tradizione recente ma già consolidata (che ha in figure come Sebald il punto d’avvio), quello di De Fazi è un pastiche di riflessioni, narrazioni, inserti dialogici, lettere, che si muovono seguendo il flusso della divagazione.

Di Matteo 2

Ne deriva un percorso che si muove in più direzioni sul filo della memoria, che del libro è, a ben vedere, la vera e indiscussa protagonista. In casi come questi, allora, rendere conto di ciò che il testo è o “vuol comunicare” diventa un compito quasi imbarazzante, perché qualsiasi operazione di semplificazione riduce proprio l’intento dell’autore, lo svilisce quasi. Tracciamo allora alcune coordinate consapevoli che il senso del lavoro di De Fazi sta nella somma dei particolari più che nella loro separazione analitica.

L’aspetto che più affascina sta nella scelta del tema. Il libro, infatti, raccontando alcuni snodi della vita di Dimatteo – la nascita a Nova Siri in Lucania, il rapporto con la madre, gli anni di Roma, le opere, la malattia – diventa l’occasione per riflettere sul senso, sulla pratica verrebbe da dire, dell’amicizia e dell’amore. Sulla scena del romanzo si muovono figure d’eccezione. Anna Maria Ortese, innanzitutto, e poi Dario Bellezza, Elsa Morante, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Elio Pecora. Con ognuno di loro Gaetano Dimatteo ha stabilito un rapporto confidenziale, che in molti casi può essere definito d’amicizia. Su tutti spicca certamente il legame che lo unì a Ortese.

Ortese

L’autrice del Mare non bagna Napoli ebbe per Dimatteo una sincera ammirazione, che la condusse a sceglierlo come interlocutore delle sue lunghe e improvvise telefonate. Fu Dimatteo l’ultimo a cui parlò prima di morire. Spesso lo chiamava di notte, con lui era materna, ma anche incredibilmente aperta. Dimatteo aveva conosciuto Ortese negli anni Ottanta, quando la scrittrice venne riscoperta dalla casa editrice Adelphi. Da quel momento la frequentazione, pur nella lontananza, non si interruppe più, anzi, proprio per la distanza, nacque “il salotto telefonico” tra Ortese, Dario Bellezza e Dimatteo.

Di Matteo

A loro Ortese si rivelava, raccontava il dramma dei “suoi amori fuggiti nel passato”. Nessuno come Di Matteo può dire di averla avuta vicina, di aver vissuto il suo disprezzo per il mondo e per i “falsi intellettuali e i cattivi maestri“ che non si traduceva mai però in disprezzo per la vita. Il ritratto ha tinte memorabili: Anna che “viveva in quanto sentiva”, Anna “claustrale nella scrittura”, geniale nella sua ingenuità, nella sua intelligenza sensibile e proteiforme, nel suo senso del dolore, nel suo sguardo appassionato sulle cose.

Bellezza

L’altra figura centrale del romanzo è quella di Dario Bellezza, il poeta romano che Dimatteo conobbe a Roma nel 1971, destinato a diventare noto per le sue provocazioni, soprattutto per l’esibizione rimbaudiana della propria omosessualità. Anche in questo caso De Fazi rende omaggio a un’amicizia, con le sue incomprensioni, con le sue sintonie, con la sua capacità di avvincere e di deludere. Con i suoi amori. Come quello disperato e davvero impossibile di Bellezza per Elsa Morante, per cui egli scrisse il romanzo Angelo. Amore che diventa sofferenza, vuoto incolmabile, fonte di dolore. E poi, attraverso Bellezza, la conoscenza della “vera natura” e della “follia creativa” di Luchino Visconti. A lui, al grande regista, rende omaggio Dimatteo con una “personale”organizzata a Capri nel 1983; come fece con Pasolini, a cui dedica la mostra “Chant d’amour per Pier Paolo Pasolini” presentata al Festival del Cinema di Berlino nel 2001.

Pasolini

Morante

Amori perduti, percorsi della memoria, atmosfere scomparse, parole destinate a rimanere, sovrapposizioni di piani temporali, sintonie più o meno occulte (si vedano le pagine dedicate a Visconti e a Thomas Mann). C’è tutto questo nel lavoro di De Fazi. E, su di sé, sul sé che è personaggio e autore, fa scorrere il tempo, con la coscienza del passare di tutto, dello svanire delle sensazioni, dell’annichilirsi di ciò che rendeva la vita degna di essere vissuta.

Luchino Visconti

Così, la seconda parte del libro, orientata dalla prospettiva del titolo proustiano “Il tempo ritrovato”, diventa un omaggio al vuoto, alla disorientante percezione –conseguenza anche dell’attraversamento del proprio dolore – che oggi “amore sia scomparso dalla frequentazione dei nostri simili”.

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3 commenti

  1. Sandro De Fazi ha detto:

    grazie a Andrea Giardina, che dà una lettura sentimentale di questo libro in antitesi con l’ingenuità (alta) della Ortese. Non avevo pensato a Sebald ma la citazione è lusinghiera e “omaggio al vuoto” mi piace. Per il resto non mi riconosco nella recensione e nemmeno nel suo approdo “nichilistico”.

  2. Sandro De Fazi ha detto:

    C’è inoltre almeno un’inesattezza che devo rilevare: l’amicizia di Dimatteo con Anna Maria Ortese fu anteriore agli anni Ottanta e nel “salotto telefonico” c’ero anch’io, altrimenti non si spiegherebbe il mio interesse per la materia affabulata.

  3. Andrea Giardina ha detto:

    Prendo atto dell’ imprecisione non lieve, che, a ben vedere, non permette di cogliere un certo e fondamentale snodo del ricco testo di De Fazi. Ne chiedo scusa all’autore di un testo a cui dedico riletture frequenti.

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