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MORTE ED ETERNITA’ DEL CAPITALISMO (prima parte)

fine del capitalismo

Di Gianfranco Giudice

Prendiamo le mosse dalla tesi del filosofo Emanuele Severino, secondo il quale il destino inevitabile del capitalismo è il tramonto e la fine, così come è avvenuto con tutti gli altri immutabili della tradizione dell’Occidente. La tesi severiniana sembrerebbe dunque chiudere subito il nostro discorso, che si propone invece di indagare il postulato di eternità riguardo al modo di produzione capitalistico, fermo restando che se il capitalismo pensa sé medesimo come eterno, ciò non implica necessariamente che questo lo sia effettivamente. Tuttavia la discussione sarebbe segnata fin dal principio se Severino avesse ragione, perché a fronte di una convinzione che va in una direzione, la logica delle cose andrebbe in tutt’altra direzione. Per questa ragione la tesi di Severino merita di essere discussa in via preliminare nella nostra ricerca.

 Severino

Emanuele Severino definisce Apparato scientifico – tecnologico l’ossatura che tiene insieme il mondo nell’epoca della globalizzazione capitalistica; nella visione severiniana non è il capitale a guidare l’apparato scientifico – tecnologico, bensì è il secondo a costituire oramai lo scopo del primo, essendo lo scopo che subordina a sé ogni altra ideologia, compresa quella del capitalismo. Questo accade perché per Severino la tendenza fondamentale del nostro tempo “ è la progressiva scomparsa dell’atteggiamento che assume l’incremento indefinito della potenza come mezzo per la realizzazione di un fine ideologico “1 . Ogni immutabile nel linguaggio di Severino è oramai destinato a soccombere sotto la potenza della tecnica, che esprime in ultima istanza quella che per Severino è la fede ( e follia ) fondamentale dell’Occidente, ovvero la fede nel divenire di tutte le cose, cioè il loro uscire provvisoriamente dal nulla per poi ritornarvi inevitabilmente; si tratta della fede nel divenire, il tratto fondamentale dell’Occidente che sorge con la riflessione greca sul senso dell’ essere e del niente. Scrive Severino che “ qualunque possa essere il fine assegnato all’Apparato, quest’ultimo possiede di per sé stesso un fine supremo: quello di riprodursi e di accrescere indefinitamente la propria capacità di realizzare fini 2. Il punto da discutere è se il fine supremo dell’Apparato, coincida perfettamente col fine stesso del capitalismo, ovvero accrescere indefinitamente il profitto, produrre e riprodurre all’infinito valore. La logica che presiede ad entrambi, apparato scientifico – tecnologico e capitalismo, ad uno sguardo profondo si mostra essere la medesima logica della ripetizione. Del resto lo stesso Severino è in qualche modo costretto a riconoscere ciò, quando scrive:

La volontà di potenza è, appunto, volontà di produzione – e quindi distruzione, giacché la prima è impensabile senza la seconda, come Schumpeter tentava di esprimere sul piano economico, definendo il capitalismo come “distruzione creatrice”3.

 shumpeter

Se l’essenza dell’uomo è tecnica, perché ha a che fare con la volontà di potenza, allora possiamo avanzare l’ipotesi che la logica del capitalismo abbia a che fare con l’essenza medesima dell’uomo; si tratta tuttavia di indagare bene e a fondo questo nesso, con particolare riferimento alla dinamica del desiderio e del desiderare.

Il capitalismo costituisce a nostro parere la dimensione in cui si realizza pienamente e compiutamente come realtà effettuale, la potenzialità di quello che Severino chiama Apparato scientifico – tecnologico; la distruzione creatrice della tecnica si realizza attraverso e grazie alla distruzione creatrice del capitalismo. “ Avendo come scopo la crescita infinita della propria potenza, l’Apparato esclude in linea di principio che esista qualcosa di immutabile, qualcosa cioè che esso non sia capace di ricondurre all’interno del proprio dominio “4. Ma lo stesso si può dire del capitale, che non esclude nulla dal proprio orizzonte di valorizzazione ed incremento illimitato del profitto. Ogni angolo dell’intero globo terracqueo diventa spazio del capitale, occasione di profitto; la potenza del capitale coincide con la potenza medesima della scienza e della tecnologia, intesa “ come progetto di una produzione distruzione senza limiti della totalità degli enti “5. La potenza della metafisica, che Severino intende come volontà di potenza che domina gli enti, nel loro oscillare tra l’essere e il nulla, trova dunque nella logica del profitto capitalistico un motore straordinario e formidabile di realizzazione. Il tramonto dell’ epistème, ovvero la fine degli immutabili, significa il trionfo definitivo del divenire delle cose, della loro assoluta trasformabilità, che tradotto in termini di logica capitalistica significa affermazione del profitto onnilaterale.

Scrive Severino:

Il progetto tecnologico di produzione – distruzione illimitata delle cose esige che la “cosa” sia un’assoluta disponibilità all’esser prodotta e distrutta. In questo progetto la “cosa” non si presenta disponibile fino ad un certo punto, oltre il quale essa si rifiuti di lasciarsi maneggiare, ma come interamente disponibile. Ebbene, per la prima volta nella storia dell’uomo, è stata la metafisica greca a portare alla luce il senso di questa assoluta disponibilità della “cosa “ all’essere e al niente6.

Potremmo aggiungere alle parole di Severino che è esattamente con la nascita dell’economia capitalistica a partire dal ‘500, che la metafisica greca trova la sua più compiuta e coerente realizzazione; e noi riteniamo, diversamente dal filosofo bresciano, che la tecnica non sia lo scopo supremo del capitalismo; tecnica che subordinerebbe a sé tutte le ideologie, trasformandosi con un processo di inversione da mezzo a fine. Il capitalismo è una ideologia del tutto speciale, peculiare; il capitalismo ambisce all’eternità, proprio perché sussume, attraverso la logica del profitto, l’apparato scientifico – tecnologico.

La peculiarità del capitalismo è del resto riconosciuta dallo stesso Severino quando, riferendosi significativamente a Marx, scrive:

Nella sua funzione originaria, anche il denaro è un mezzo: serve, nello scambio economico, a sostituire provvisoriamente le merci. Marx ha mostrato come nella società capitalistica il processo di scambio venga rovesciato; perché invece di andare dalla merce , attraverso il denaro, alla merce, il processo va dal denaro, attraverso la merce, al denaro ( cioè dalla quantità di denaro investita dalla produzione della merce alla maggior quantità di denaro ricavato dalla vendita della merce ). In questo modo , da mezzo il denaro diventa fine 7.

 marx

Per Severino quanto più cresce l’efficacia del mezzo, tanto più esso tende a diventare fine; ma questo è proprio ciò che accade nella logica del capitalismo; l’economia capitalistica è infatti una economia monetaria, dunque l’incremento indefinito del valore – denaro costituisce l’essenza stessa del capitalismo, essenza che si realizza attraverso la crescita indefinita dei profitti, ovvero del valore in sé che si esprime proprio nella forma del denaro. Qui sta la radice profonda di quel destino alla finanziarizzazione dell’economia capitalistica e alla trasformazione del capitalismo industriale in capitalismo finanziario che è sotto i nostri occhi; questo non è un accidente di percorso, bensì è l’esito inevitabile della logica del profitto capitalistica.

Per questa ragione riteniamo non corretta la previsione che formula Severino a proposito del capitalismo, associato in quanto immutabile, al tramonto del cristianesimo e del marxismo. La tecnica diventa per Severino lo scopo dell’ideologia, compresa quella capitalistica, e “ poiché essa rimane anche il mezzo più potente, il destino delle ideologie è di dissolversi non solo come scopi, ma anche come mezzi “8. Noi crediamo invece che solo con l’affermarsi del capitalismo la tecnica possa sprigionare tutte le proprie potenzialità, per cui nella forma – mondo attuale, ovvero nell’ economia – mondo attuale, capitalismo e tecnica arrivano a realizzare un perfetto isomorfismo e una perfetta integrazione di mezzi e di fini. L’incremento del profitto è scopo e mezzo dello sviluppo tecnico; lo sviluppo tecnico è scopo e mezzo dell’incremento del profitto.

Per comprendere meglio l’analisi che Severino fa del capitalismo ci rivolgiamo ai tre volumi che contengono le analisi più specifiche della questione. Il primo testo è Il declino del capitalismo

( Rizzoli, 1993, le nostre citazioni sono dall’edizione del 2007 ). Si tratta di un lavoro importante, perché la testi severiniana del declino irreversibile di tutte le verità assolute, ovvero degli immutabili le cui radici affondano nella tradizione metafisica dell’Occidente, viene declinata in modo specifico in relazione a quell’immutabile specifico costituito dal capitalismo. L’interesse del testo in questione è legato anche alla data della sua prima edizione; siamo infatti pochissimi anni dopo il crollo dell’URSS e dei regimi comunisti dell’Europa orientale, e la vulgata dominante andava allora in direzione esattamente contraria alla tesi di Severino. Consegnato il cosiddetto socialismo reale alla spazzatura della storia, il capitalismo appariva oramai, e non solo ai suoi apologeti, come l’ultimo orizzonte della storia, dunque destinato se non all’eternità quanto meno alle magnifiche sorti e progressive. Severino, come è sua abitudine, forte delle proprie premesse teoretiche, faceva il controcanto al pensiero dominante.

Il capitalismo è definito da Severino come un’azione estremamente complessa; l’essenza di ogni azione ha a che fare con il fine dell’azione medesima, e il fine del capitalismo è il profitto; e “ il capitalismo è capitalismo solo in quanto persegue il profitto e il suo indefinito incremento “9.

Il capitalismo secondo Severino è destinato a dovere modificare il proprio fine per poter continuare ad esistere, ma ciò significa modificare la propria essenza poiché, come abbiamo detto, ogni azione è qualificata in maniera fondamentale dal proprio scopo. Severino assume la convinzione sempre più diffusa che la forma economica attuale della produzione economica stia distruggendo la Terra; se questo fosse vero, il capitalismo starebbe distruggendo sé stesso; ma l’esito sarebbe lo stesso anche se ciò non fosse vero, perché la convinzione comunque diffusa che l’attuale modello economico porterà alla distruzione del pianeta, obbligherà il capitalismo a modificare la propria essenza, ovvero l’incremento indefinito del profitto. Come avverrebbe tutto ciò? Attraverso la tecnica, che da mezzo utilizzato dal capitale per realizzare profitti, diventerebbe il fine del capitale, perché solo grazie all’innovazione tecnologica sarebbe possibile salvare la Terra e il capitalismo medesimo. “ Così stando le cose, la tecnica acquista per il capitalismo un’importanza essenzialmente superiore a quella che in passato lo sviluppo tecnologico ha assunto per l’impresa capitalistica “10. La questione che Severino tuttavia tralascia di porre è se per il capitalismo attuale proprio la salvezza della terra non rappresenti una nuova e sconfinata frontiera per realizzare profitti; una occasione formidabile attraverso cui il capitale, fedele alla propria essenza di incremento indefinito del profitto, potrà valorizzare indefinitamente sé stesso.

Severino sostiene che il capitalismo per salvare sé stesso deve subordinarsi all’efficienza tecnologica, ma facendo questo nega la propria essenza; tutto ciò porta infatti alla morte del capitalismo, così come è avvenuto con la fine degli altri immutabili, cancellati dalla medesima forza che ha condotto a quella che Nietzsche ha chiamato “ morte di Dio”; per Severino si tratta della logica del nichilismo che crede nell’identità di essere e nulla, ovvero nel divenire universale di tutte le cose. Il capitalismo inizialmente ha sposato la tecnica, e dunque ha prevalso sugli altri immutabili, per esempio sul comunismo; ma oggi la potenza della tecnica, in quanto potenza massima di trasformazione e annullamento delle cose, capacità massima di realizzare scopi, condurrà inevitabilmente il capitalismo alla medesima fine. “ Insensibilmente, si sta andando verso un’epoca in cui il capitalismo, non avendo più come scopo primario il profitto, è capitalismo solo in apparenza, mentre in realtà è tecnocrazia, è cioè agire che si propone come scopo l’incremento indefinito della capacità di realizzare scopi, oltrepassando la volontà ‘ideologica’ di realizzare un certo mondo in vece di un altro “11.

A proposito di limiti ecologici allo sviluppo scrive Severino:

La perpetuazione del capitalismo si fonda sullo sviluppo tecnologico. Eppure il problema non è chiuso. L’adozione delle energie alternative richiede una riconversione industriale di grandi proporzioni; e se il capitalismo ha continuato e continua a rinnovare le proprie strutture industriali, altro è operare la riconversione per incrementare il profitto, altro è operarla perché altrimenti la produzione economica distrugge la Terra e quindi se stessa. Nel primo caso, poiché lo scopo del capitalismo rimane il profitto, il capitalismo continua ad essere capitalismo. E nel secondo caso ? 12

 fine del capitalismo 2

Severino esclude che il capitalismo possa salvare sé stesso seguendo la prima strada, perché la strada da seguire sarà la seconda, ma con ciò il capitalismo giungerebbe alla fine, perché si subordinerebbe alla tecnica, unica salvezza della Terra. Non esiste tuttavia alcuna evidenza che porti ad escludere la prima via, ovvero la riconversione ecologica dell’economia come via di salvezza della Terra, funzionale all’incremento del profitto. L’innovazione oggi, nell’epoca della globalizzazione capitalistica, va infatti proprio in questa direzione. Il capitalismo non solo ha vita lunga, come riconosce lo stesso Severino, bensì ambisce all’eternità, con potenzialità del tutto diverse rispetto agli immutabili della tradizione metafisica, teologica e politica. Certamente anche gli immutabili della tradizione ambivano all’eternità; ma un conto è nutrire ambizioni, altra cosa è avere le energie per farlo. In tal senso il capitalismo ha tutti i numeri per sfidare la (propria ) morte.

Del resto quando Severino sostiene che il capitalismo è destinato al tramonto, a causa della sua subordinazione alla tecnica, per cui il capitalismo si trasformerebbe in tecnocrazia; non possiamo tuttavia non obiettare che il capitalismo medesimo è una tecnica, ed è precisamente la tecnica per realizzare profitti; e allora crediamo che la fine del capitalismo non arriverà per la sua subordinazione alla tecnica, perché al contrario la tecnica in quanto guidata dalla logica della ripetibilità assoluta, può garantire alla logica del profitto un dimensione potenzialmente infinita, dunque potenzialmente eterna. Il capitalismo può dunque finire se e solo se la tecnica stessa giungerà alla propria fine, e su questo Severino non ha dubbi, identificando egli il paradiso della tecnica con l’inferno della tecnica ( cfr. Oltrepassare, Adelphi 2007; La morte e la terra, Adelphi 2011 ); ma questo pone altre questioni che vanno al di là del nesso capitalismo – tecnica, che stiamo affrontando.

 oltrepassare - Severino

Tornando al punto, ecco l’argomento più forte con cui Severino intende dimostrare che il capitalismo, subordinandosi alla tecnica, va verso la sua fine:

Il capitalismo è in conflitto con la tecnica perché, mentre l’apparato della tecnica tende a ridurre il più possibile la scarsità, il capitalismo deve perpetuarla. Lo scopo che tale apparato possiede di per se stesso è l’incremento indefinito della propria potenza, cioè della propria capacità di realizzare scopi. E la scarsità di beni è una forma di impotenza; che dunque l’apparato tende a ridurre il più possibile. Il capitalismo, invece, è un modo di produrre ricchezza in una situazione di scarsità. Se quindi vuole sopravvivere, deve perpetuare la scarsità. 13

Il discorso di Severino non è corretto, perché il capitalismo non perpetua la scarsità, bensì la disuguaglianza, ovvero la distribuzione diseguale dell’abbondanza; infatti è peculiare dell’economia capitalistica la crisi di sovrapproduzione, non certo quella dovuta alla penuria di beni, come accadeva nell’economie precapitalistiche. La scarsità su cui si regge il capitalismo è una scarsità relativa, non assoluta, ovvero è la disuguaglianza; infatti la produzione di massa tipica delle economie capitalistiche, genera abbondanza, spreco, non certo scarsità!

Severino aggiunge tuttavia delle precisazioni assai interessanti quando scrive, proseguendo il suo ragionamento, che

In un mondo dove lo sviluppo della tecnica eliminasse la scarsità – cioè consentisse di avere a disposizione i beni economici mediante l’impiego di una quantità di capitale e di lavoro considerevolmente inferiore a quella richiesta dall’economia capitalistica -, quasi tutti potrebbero essere imprenditori, ed essere nel contempo lavoratori per svolgere la quantità minima di lavoro richiesta dall’alto sviluppo tecnologico. In questa situazione il profitto, così estesamente distribuito, non sarebbe più qualcosa di appetibile: la sua appetibilità consiste nella sua capacità di far avere quello che la maggior parte del prossimo non riesce ad avere14.

1 E. Severino, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Adelphi, Milano 1988, p. 49.

2 Ivi, p. 41.

3 Ivi, p.53.

4 Ivi, p. 60.

5 E. Severino, Tèchne. Le radici della violenza, Rusconi, Milano 1988, p. 195.

6 Ivi, p. 203.

7 Ivi, p. 205.

8 Ivi, p. 207.

9 E. Severino, Il declino del capitalismo, Rizzoli, Milano 2007, p. 56.

10 Ivi, p. 61.

11 Ivi, p.62.

12 Ivi, pp. 69 – 70.

13 Ivi, pp. 80 – 81.

14 Ivi, p. 81.

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