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PARISINA COMPIE CENT’ANNI. L’opera servì a riconciliare d’Annunzio e Mascagni

aadi Maria Orsola Castelnuovo

(immagine: Andrea Gastaldi, Sogno di Parisina)

Quest’anno ricorre il centenario della prima rappresentazione dell’opera “Parisina”, composta da Pietro Mascagni su libretto di Gabriele d’Annunzio. Chi conosce la storia della musica italiana sa che Mascagni compose la Parisina, ma difficilmente qualcuno – tranne gli addetti ai lavori – ricorda la data della sua uscita. A me è capitato di imbattermi in essa per una serie di circostanze.Vanto l’amicizia di un architetto novantatreenne che in più d’una occasione mi è stato d’aiuto, suggerendomi idee per lavori che sono risultati interessanti ed apprezzati, dopo che io mi ero divertita a svolgerli. Abbiamo in comune l’interesse per la storia locale e questo ci dà l’occasione per intrattenerci, discutendo animatamente e ricavandone profitto. Nel frattempo la signora sua moglie ci prepara un gustoso caffè casalingo, che serve ad accrescere il nostro entusiasmo per tutto ciò che si potrebbe scrivere della storia passata dei luoghi che tanto amiamo, anche se per lui si tratta di luoghi di villeggiatura. Vive d’abitudine a Cernusco sul Naviglio e in verità anche laggiù ha trovato di che occuparsi relativamente al suo hobby; tra l’altro, ha dimostrato la corretta etimologia del nome originale CISNUSCULUM ASINARIUM. Ma questo sarà oggetto di un prossimo lavoro.

Si serve solo in parte della tecnologia ed è per normale posta, su carta intestata del GRUPPO STORICO CISNUSCULUM, da lui fondato, che m’ha inviato qualche tempo fa la lettera che qui trascrivo.

Maria Orsola, amica carissima,

molti anni fa, un mio cliente che raccoglieva carte da macero, mi mostrò in originale questo documento scritto su carta a ‘mano’ da Gabriele d’Annunzio (che fotocopiai) nel quale il poeta “massacrava” il maestro Pietro Mascagni, che, tra l’altro, aveva nel 1913 musicato l’opera ‘Parisina’ su libretto dello stesso D’Annunzio.

Non so quando fu scritta tale diffamazione, perché senza data, perché non pervenne all’interessato, né fu pubblicata.

So solo che la ‘Parisina’ era Laura Malatesta, la moglie infedele di Nicolò III d’Este e che per tale motivo fu decapitata.

Nella lettura degli episodi riferentisi al musicista, non ho saputo decifrare la data e l’epoca della sua scrittura e soprattutto il motivo.

Potresti tu rivelare questo mistero?

Scusami se ti affido questo incarico, ma so che il tuo aiuto può essermi utile o forse per un tuo prossimo racconto.

Caramente

Franco

7.11.2012

abd’Annunzio ac Mascagni

Ecco che mi trovavo ad avere tra le mani, anche se in fotocopia, qualcosa scritto di pugno dal poeta, uno dei miei amati, il preferito tra quelli del Novecento. Ne riconoscevo la scrittura precisa ed elegante, benché dai caratteri enormi, dovuti ai suoi problemi di vista; scrittura che avevo visto in passato in una pasticceria sulla sponda del Benaco, dove il poeta viveva: alcune sue lettere incorniciate erano appese alle pareti; in esse il vate faceva richiesta di profumi ed acque di colonia al nonno del titolare del negozio, che era a quell’epoca, lì stesso, parrucchiere.

Tutte queste circostanze mi tornavano alla mente e mi esaltavano, come sempre quando mi si presenta l’occasione di contatto con qualche reperto relativo a fatti o persone del passato che ammiro.

Ricordo ad esempio quando in Camargue, ai piedi del castello di Baucaire, alcuni turisti parlavano con una persona del posto e volevano sapere a che cosa fossero dovuti i buchi che si vedevano presso la sommità, sotto i merli: “Ce sont les guerres mondiales.” Affermavano, sicuri d’avere conferma. E quello, con cognizione di causa: “Mais non, c’est la Révolution.”

La Rivoluzione francese, quella leggenda fantastica che s’impara sui libri di scuola, era lì con la sua storia, le sue conseguenze concrete, sotto i miei occhi.

Così a Sankt Gallen il manoscritto di Martino Lutero, la sua traduzione della Bibbia, la potevo vedere nella bacheca, potevo leggere alcune parti del testo scritte di suo pugno, in modo fitto e quasi incomprensibile. Un testo, per il quale il monaco si era dovuto inventare una lingua che prima non esisteva così ricca ed articolata. Come Dante per la Commedia.

E tanti altri episodi ancora, che accadono di tanto in tanto e ogni volta mi fanno sentire trasportata indietro nel tempo, come se stessi vivendo l’episodio di cui trovo traccia. L’emozione è forte e si ripeteva qui, davanti al manoscritto di d’Annunzio, che lessi d’un fiato ritrovandovi la sua verve polemica, il suo linguaggio aulico che evita le doppie consonanti. Mi rendo ridicola rivelando che sentivo l’impulso di abbracciare quella sequela di quindici fogli, conclusi dalla sua firma. Ma tant’è: credo ci sia chi fa molto peggio per molto meno. Ecco di seguito il testo dell’articolo.

Il capobanda

Mi capitò jeri sotto gli occhi una prosetta telegrafica del signor Pietro Mascagni, propalata per tutti i giornali della penisola, comentata qua e là dai cronisti teatrali con più o meno di stupefazione benevola, con più o meno di compatimento benevolo: anche, da qualche turiferario impudico agli stipendii del Barnum musicale, anche con alti elogi alla energia tutta livornese del mirifico maestro. E, come la lessi, provai un particolare piacere; forse un po’ crudele ma d’essenza puramente intellettuale, simile forse a quello che deve provare un medico quando ha dall’infermo una prova palese indubitabile della giustezza d’una diagnosi.

Avrei potuto io desiderare un documento che meglio di questo giustificasse l’appellativo inscritto in cima alla colonna dove mi piace sospendere per ventiquattro ore la chiomata effigie dello strepitoso cittadino onorario di Cerignola? Mi duole, in verità, che una invincibile ripugnanza m’impedisca di trascrivere qui le fulminee parole con cui il velocissimo fabbricatore di melodrammi percote lo sciagurato il quale osò mettere in dubbio il viaggio a Vienna attribuendo al commesso viaggiatore sentimenti patriotici della medesima essenza di quelli che senza posa gonfiano il torace eroico di Matteo Renato Imbriani. Non pensate che tali parole non sono diverse dalle tante che si scaraventano contro vicendevolmente i direttori delle bande rosse verdi turchine bianche quando scoppia tra loro qualche conflitto su per le festicciuole dei villaggi meridionali. Il signor Pietro Mascagni somiglia a quei corifei rusticani anche nella materia delle epistole polemiche. Egli, da livornese di razza, ha l’ingiuria pronta. E io m’imagino che, anche fuor delle periodiche effusioni epistolari, nelle occorrenze cotidiane della vita comune egli debba provare assai spesso il bisogno di effondere per la bocca la sua incoercibile volgarità.

***

Un amico, tornato di Livorno, qualche settimana fa, mi raccontò di aver veduto esposto nelle vetrine di calzolai certe scarpe di cuojo rosso fiammante denominate in un cartellino “scarpe alla Mascagni”; e mi assicurò che l’autore dell’Amico Fritz si piaceva di andar vagando fra i delicati oleandri d’una sua villa maritima tutto vestito di rosso come un bandista di San Severo. Costui dunque nato capobanda con altri nasce musico, poeta, pittore? Jo non m’ingannai dunque, nel mio primo giudizio, quando per la prima volta lo vidi comparire sul palco scenico, ai fuochi della ribalta che lo accecavano, mentre verso di lui si esalava in urli e in strepiti inauditi la grande romana bestialità agglomerata nella platea. Non m’ingannai quando in quell’attimo, la mia immaginazione me lo finse vestito d’una tunica fregiata di danari di cordoni e di bottoni innumerabili, con un pennacchi etto di pelo di tasso in cima al casco ornato d’una lira di metallo lustro? Un capobanda eccellente – pensai. – Il signor Sonzogno ha avuto la mano felice: ha trovato il musicante che gli ci voleva. La Ditta farà affari d’oro.

E gli affari d’oro incominciarono quella sera, nel teatro medesimo dove di recente l’Hastreiter aveva diffusa l’onda piena e grave della sua voce androgìnea ripetendo la divina lamentazione d’Orfeo. E gli affari seguitarono, aumentarono; aumentano, aumenteranno. Augurii, augurii di infinita ricchezza a tutti gli industriosi, al produttore di musica plateale e al calzolaio delle scarpe rosse! Ma perché mai il signor Pietro Mascagni vuol darci ad intendere ch’egli << si occupa dell’arte>>? Perché osa egli pronunziare la sacra parola?

***

L’autore della Cavalleria Rusticana, dell’Amico Fritz, dei Rantzau, e di non so quante altre opere ed operette inedite, non si occupa che d’affari. Egli è sempre stato fuori dell’arte, e ci vorrà rimanere. A questo sol patto il suo Barnum l’ha assoldato. Jo non so esprimere né pure il rammarico che dà a un appassionato d’arte lo spettacolo d’un ingegno che si degrada, d’una forza che si perde; così mirabilmente mi sembra adatto questo giovine al mestiere da lui esercitato che in verità io lo stimo incapace d’un’attività più alta. Jo penso ch’egli non potrebbe fare cosa diversa da quella che fa, da quella che gli chiedono l’Editore e il Pubblico: i due tiranni che ora lo accarezzano così teneramente, in lui riconoscendo l’uno la facoltà di produrre in fretta e in copia roba commerciale, l’altro la facoltà di dar forma sensibile a quelle vaghe aspirazioni ch’io chiamerei stomacali, evaporanti per lo più dopo il pranzo nel tepore dei teatri dalla stupidezza dilatata.

Nessun atto della sua vita artistica (chiamiamola “vita artistica” per adoperare una frase del gergo teatrale, con cui si decora tutta la gente di teatro indistintamente dai cantanti ai preparatori di scenarii, dai coreografi ai coristi) nessun atto è mai venuto a dimostrare in lui un intendimento di pura speculazione estetica, non industriale.

Egli ha sempre calpestato tutte le convenienze, con una impudicizia che ci dimostra la sua profonda inconsapevolezza. Questo ultimo documento, se vogliamo passar sopra agli altri, ce lo rivela intero. Egli non nasconde che lo scoppio della sua collera è causato dal timore di un danno materiale. Egli scaglia le contumelie più violente contro la persona immaginaria che, secondo lui, ha tentato di <<danneggiare>> l’impresa. Qualunque altro avrebbe avuto un’ombra di pudore, si sarebbe accorto della inopportunità d’un simile linguaggio; e avrebbe, tutt’al più, spinto altri a protestare in vece sua o avrebbe lasciato compiere un tale atto dal suo impresario. Ma no: il fragoroso viaggiatore ha sentito il bisogno irresistibile di esalare a tutti i venti d’Italia la sua mercantile indignazione. Egli ha voluto allontanato da sé qualunque sospetto di generosità giovenile, facendo l’elenco delle terre italiane non ancora nostre e chiudendolo con un Je m’en fiche impertinente. Egli <<si occupa dell’arte>> e fra otto giorni sarà a Vienna per muovere la <<concorrenza>> alla musica del Suppé.

***

In verità, il signor Sonzogno dev’essere molto soddisfatto della sua creatura. Egli favorisce le produzioni rapide, abondanti e mediocri. La ricchezza gli viene dalle vaste imprese tipografiche, da una spaventevole quantità di carta stampata con cui egli ha reso popolare l’alta letteratura del tenore du Terrail ed ha per due soldi infuso i succhi di tutte le scienze e di tutte le arti alla nazione giovinetta. Ora, come i suoi gusti inclinano alla musica, qual meccanico prodigioso avrebbe mai potuto construirgli una macchina da melodrammi più largamente e rapidamente produttiva?

Dopo che tutti gli eugenii checchi della penisola proclamarono nel livornese di Cerignola il tanto aspettato restauratore del teatro lirico italiano, il primo atto restaurativo del signor Mascagni fu quello di raffazzonare in poche ore una sua piccola messa puerile (già composta per le esequie della figliuola d’un qualche compare vinattiere in terra di Puglia) e di farla eseguire per una occasione solennissima nel duomo di Orvieto, in quel sovrammirabile monumento della rinascenza italica il cui aspetto deve far tremare il cuor religioso di quanti professano il culto della Bellezza immortale. E, notate, in quella profonda urna marmorea che chiude le visioni dantesche del Signorelli, dovevano anche squillare le trombe tonanti della Gran Messa verdiana.

Fu quello il primo atto d’irreverenza e d’impudenza, non perdonabile né pure a un ubriaco. Ed ora, dopo che questo vanaglorioso musicante estemporaneo ha dato i suoi inni a tutte le inaugurazioni ed ha fatto annunziare dieci opere nuove a colpi di gran cassa ininterrotti, ora, quasi burlandosi dei severi laboriosi indugi d’un artista che ha ben altra potenza d’ingegno e ben altro rispetto dell’arte sua, si mette a gridare: – Vi darò io un Nerone, in due settimane –. Oh, costui è veramente capace di musicare tutto Svetonio in una notte sola.

Ma lo spettacolo che con una così brutale inconsapevolezza dà di sé questo giovine italiano, se bene talvolta muova il riso, è triste come tutti gli spettacoli ne’ quali noi vediamo abbassata la dignità delle cose più pure e più venerabili. Troppo ci par triste, quando ci avviene di sorprendere qualche segno d’invidia e di gelosia mal dissimulata in giovini artisti che conoscemmo un tempo fierissimi custodi del loro ideale e che oggi turba e corrompe la fortuna così rapidamente conquistata dal lesto manipolatore.

Per quel tradimento e per quella corruzione, più che per qualunque altra causa, io mi dolgo contro colui. Sarei lieto se il disprezzo cordiale di chi ha sempre proseguito di religioso amore tutte le forme dell’Arte più alte e più acute, schiettamente manifestato, richiamasse i dubitanti all’austero culto primitivo distogliendoli dalle lusinghe di quella fortuna plebea.

______________

Gabriele d’Annunzio

L’articolo di critica musicale usciva sul ‘Mattino’ di Napoli nel settembre 1892. Pietro Mascagni era dunque definito “capobanda” e reso oggetto di feroce ironia, oltre che di insulti palesi. La cosa m’interessava e mi mettevo subito all’opera a ricercare delucidazioni. M’è occorso del tempo e mi sono anche fatta aiutare. Dopo vari scartabellamenti anche in rete, siamo giunti ad una conclusione soddisfacente, tanto che ho presto scritto al mio amico, riferendo quello che avevamo trovato e allegando anche una copia stampata dell’articolo che più d’ogni altro scritto ci aveva illuminati.

Ecco la mia lettera di risposta.

Eupilio, 12.11.2012

Preg. Architetto De Ferdinando

Il documento che mi ha inviato mi è parso subito molto interessante e mi sono messa lo stesso venerdì alla ricerca di qualche percorso che mi portasse ad una soluzione.

Vi ho dedicato il pomeriggio e sono riuscita ad individuare degli spiragli di luce.

La sera ho mostrato il tutto a mio marito che apprezza molto il poeta (e del resto anch’io, pur avendo dedicato il libro a Pascoli nel centenario della morte).

Anche lui si è subito sentito coinvolto e nella giornata di sabato, dopo varie ricerche e passaggi, abbiamo trovato (veramente mio marito ha trovato) l’articolo di giornale che Le invio, pubblicato nel numero di maggio-giugno 2012 sulla rivista musicale bimestrale Music@, che ha questo titolo scritto a caratteri tecnologici e viene pubblicata da cinque anni dal Conservatoriodi Musica“Alfredo Casella”, che ha sede all’Aquila

A pagina 6, troverà l’avvio della lettera che Lei mi ha inviato. Ci sono poi tutti i riferimenti chiari e precisi, relativi anche alla data di pubblicazione dello scritto. D’Annunzio l’aveva preparato per Il Mattino di Napoli, su cui faceva della critica musicale. La ‘Parisina’ doveva arrivare molto tempo dopo.

Spero d’avere soddisfatto le Sue attese; comunque, come vede, non si tratta di un inedito.

Cordialità a Lei e alla gentile Signora

Quindi firmavo il tutto e procedevo all’invio per posta cartacea.

Tutto questo lavoro mi ha dato l’opportunità di scoprire che l’opera “Parisina” usciva proprio cent’anni fa: la sua prima esecuzione fu data al Teatro alla Scala di Milano il 15 dicembre 1913.

ad

Questa è la sintesi dell’opera, che rispecchia l’effettiva vicenda:

Atto primo . Presso la villa estense sull’isola del Po. Nicolò d’Este lascia la sua amante Stella dell’Assassino, dalla quale ha avuto un figlio, Ugo, per legarsi a Parisina. Stella, che odia la rivale, cerca in tutti i modi di alimentare questo sentimento nel figlio che, pur amando la madre, non può sottrarsi alla passione per Parisina.

Atto secondo . La Santa casa di Loreto. Dopo avere respinto i predoni di Schiavonia, Ugo incontra Parisina che, non riuscendo a resistere alle sue profferte, gli si concede.

Atto terzo . La camera a Ursi in Belfiore. I due amanti vivono segretamente la loro relazione ormai da un anno, ma Parisina è inquieta: sente di rivivere la sfortunata vicenda di Francesca da Rimini, e teme una delazione. Infatti, una notte, Nicolò, giunto improvvisamente, sorprende i due amanti e li condanna entrambi a morte.

Atto quarto . La torre del Leone. Mentre Ugo e Parisina, imprigionati, attendono la fine, giunge Stella; ma Ugo non l’ode più. Avvinti dal fuoco della loro passione e dallo spirito del sacrificio, i due amanti offriranno il capo al carnefice, che potrà ucciderne solo i corpi.

Da quel momento, mi sono dedicata alla sua scoperta. Di sicuro Mascagni è noto per cose migliori. E anche d’Annunzio.

Ma che cosa aveva condotto i due a questa collaborazione, visti i precedenti? Presto detto: il poeta aveva bisogno di soldi e si cimentò nella compilazione d’un libretto d’opera, riprendendo la tragedia dell’omonimo poema di Byron, scritto circa un secolo prima (1816). Poi lo consegnò all’editore Sonzogno, che lo propose a Mascagni, il quale si rivolgeva a lui in un periodo di scoramento: dopo il successo della Cavalleria Rusticana, era riuscito a mantenersi a galla sulla scia di esso, ma le opere successive non avevano più la sostanza della prima. Aveva bisogno di qualcosa di eclatante, che lo riportasse sulla cresta dell’onda e d’Annunzio sembrò fare al caso.

Meno di un mese dopo la realizzazione del testo definitivo, Mascagni aveva già iniziato a comporre l’opera, tale era il suo entusiasmo per il progetto. Gli piacevano l’atmosfera tragica e potente e l’abilità di d’Annunzio nel creare personaggi convincenti.

Mentre componeva, manco a dirlo, continuava ad interpellare il poeta sui suoi pareri, sulle sue idee, perché il lavoro rispecchiasse effettivamente lo spirito della vicenda narrata, tanto che i due trascorsero a Parigi la maggior parte del periodo dedicato alla composizione; il musicista si recava quasi ogni giorno presso l’albergo dove il poeta soggiornava e dove si era fatto portare un pianoforte. Mascagni desiderava che d’Annunzio controllasse di volta in volta l’efficacia delle parti che lui componeva. L’altro approvava sempre e già dal primo assaggio gli disse di non toccare quella musica, perché era l’esatta espressione di ciò che lui sentiva, e forse anche qualcosa di più.

Insomma, un accordo perfetto che non si sarebbe atteso, visti gli antefatti. Ma era passato del tempo e le circostanze erano cambiate.

aed’Annunzio in Francia, con i suoi cani

Intanto, se l’opera non è geniale, prestiamo però attenzione a che cosa si produceva cent’anni orsono. Cent’anni, cioè un tempo misero, che passa in un baleno, se pensiamo – come ho già avuto modo di dire durante una conferenza – che le prime testimonianze scritte in Lombardia risalgono a 8 mila anni prima di Cristo, vale a dire a 10 mila anni fa.

Cent’anni fa, senza tecnologia e senza mezzi di comunicazione immediati.

I tempi sono cambiati, è vero. Ma la dedizione, l’impegno, l’entusiasmo, la smania di riuscire che prendeva questi artisti, le lettere che tra loro intercorrevano, i viaggi, ciascuno dei quali era un’avventura… L’uomo ad un’altra dimensione, di fronte ad un pubblico bene abituato e quindi esigente e impietoso nel dispensare critiche negative, tanto quanto favori.

Tuttavia, con l’entusiasmo e la convinzione dei due, il successo dell’opera non fu quello che si aspettavano. Del resto, Mascagni non è uno dei compositori che primeggiano, che hanno segnato in maniera significativa la storia della composizione. È un bravo musicista da annoverare tra i nostri e quindi possiamo esserne orgogliosi. A suo tempo, però, aveva furoreggiato anche fuori d’Italia e quindi aveva contribuito a tenere alti all’estero il livello e l’apprezzamento della penisola dal punto di vista musicale, ed artistico in generale. Perciò il merito gli va riconosciuto. E anche all’opera “Parisina”, che riuscì a far diventare amici questi due personaggi: ascoltiamola tutti almeno una volta, magari non di seguito, a puntate, con un lungo intervallo tra un atto e l’altro. Qualche cosa di nuovo ci porterà di sicuro. Io ne ho tratto alcuni versi, che conservo (per il momento) sul comodino, trascritti su un foglietto azzurro. Riflettono in poesia sensazioni che ciascuno di noi prova, presto o tardi, anche se li sente o li esprime in modo diverso da questo.

Li riporto qui di seguito, a beneficio di tutti i lettori:

“Che foco è questo ch’arde e non consuma?

Che piaga è questa che sangue non getta?”

“Chi m’ha dato quest’ale senza piuma?

Chi m’addimanda e chiama e non aspetta?”

(Gabriele d’Annunzio. Parisina. Atto I. Coro delle Fanti.)

afIl castello degli Este a Ferrara

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