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SO GIA’ COSA SCRIVERAI. IL GIORNALISMO IN ITALIA

eserciti-di-cartaDi Luigi Torriani

“Il problema di molte testate [giornalistiche italiane] è che la risposta, generalmente, è nota già prima di iniziare a leggere”. Questa frase dei giornalisti del Financial Times Ferdinando Giugliano e John Lloyd, a pagina 273 del libro “Eserciti di carta. Come si fa informazione in Italia” (Feltrinelli, 2013) dice già molto – e in un certo senso tutto – sul giornalismo in Italia.

Chi ha avuto l’idea di creare un “generatore automatico di articoli del quotidiano Libero” ha colto esattamente il punto: il lettore di Libero sa già in anticipo qual è l’opinione del giornalista (anzi: del giornale) praticamente su qualsiasi argomento.

Questo vale soprattutto per i quotidiani di centrodestra di epoca berlusconiana, ma anche – in misura minore – per quelli di centrosinistra e di sinistra. Non c’è bisogno di leggere più di mezza riga di un articolo di Giuliano Ferrara, di Alessandro Sallusti o di Maurizio Belpietro per sapere cosa “pensano” della sentenza Mediaset che ha condannato Berlusconi. Ma non è neanche difficile capire – già a priori – quali “opinioni” avranno da Santoro o al Fatto Quotidiano sulla Tav, sugli F35, o sull’acqua pubblica, e cosa “spiegano” ai lettori – l’Unità e la Repubblica – su sindacati, immigrazione, questione meridionale, spesa pubblica e taglio dei dipendenti pubblici. Uso “pensano”, “opinioni” e “spiegano” tra virgolette perché quanto viene scritto non è il frutto di una libera e attenta analisi di ogni problema specifico che è in quel momento in gioco, ma è di volta in volta un’incarnazione tra le tante di una scelta editoriale generale che viene poi declinata in ogni riga di ogni articolo di ogni pagina del quotidiano.

berlusconi1-960x651La differenza tra centrodestra e centrosinistra (che mi fa scrivere che quanto detto vale “in misura minore” per il centrosinistra) – e non è una differenza da poco – è che nei quotidiani di centrosinistra i referenti sono parti politiche in senso ampio e almeno in minima parte eterogeneo, mentre nel centrodestra il referente ultimo è un singolo uomo, che è il più importante imprenditore e il più importante politico italiano degli ultimi vent’anni, e che è sostanzialmente un delinquente, il che rende al tempo stesso onnicomprensiva e grottesca la macchina giornalistica che opera al suo servizio. Sintetizzando: nei giornali di centrosinistra si rinuncia all’obiettività per servire modelli ideologici predefiniti propri di una parte politica, nei giornali di centrodestra si rinuncia all’obiettività per servire modelli ideologici predefiniti propri di una parte politica ma in più – e soprattutto – per servire un uomo. Che poi molti retaggi ideologico-economici della sinistra italiana siano oggi del tutto anacronistici e dannosi per il Paese è quanto mai vero, ma è un’altra questione, che ha a che fare non con il modo di fare giornalismo (che è il tema che qui ci interessa) ma con i contenuti specifici degli articoli giornalistici.

(Apro una parentesi: siccome i giornalisti che hanno ideato questa macchina e quelli che lavorano all’interno di questa macchina sono spesso tutt’altro che sciocchi, il meccanismo ha avuto e ha una sua efficienza ed efficacia empirica, ma è del tutto indifendibile sul piano teorico (dentologico, filosofico, etico). Ho due cari amici che scrivono su quotidiani di centrodestra, e mi dispiace scrivere quanto sto scrivendo. Spero solo che i tempi cambino e che si possa fare giornalismo in modo diverso (e migliore) nel nostro Paese. Per il resto l’amicizia è un’altra cosa rispetto a queste diatribe, e rimane. Chiusa parentesi).

Trasmissione "Porta a Porta"La giustificazione a questo modo di procedere (la giustificazione alla granitica faziosità – e quindi disonestà intellettuale e prevedibilità – di molti giornali italiani) è sintetizzabile in questi termini ricorrenti: l’obiettività e la neutralità sono irraggiungibili, ed è sbagliato e ipocrita dare a intendere al lettore che si cerca di essere obiettivi e neutrali. Nelle parole di Giuliano Ferrara (intervista di Lloyd e Giugliano, pagg. 22-23 del libro “Esserciti di carta”): “non sono un commentatore indipendente, sono un essere un umano, sono un cittadino, una persona. Vedete, il giornalismo per me non è una professione, è un aspetto della vita politica […]. Io non credo nel giornalismo professionale”. Al che in genere si aggiunge: questa idea del giornalismo militante e orgogliosamente fazioso è un tratto caratteristico del giornalismo italiano, che precede il berlusconismo e che veniva portato avanti anche da Montanelli e da Scalfari quando fondarono Il Giornale e la Repubblica (rispettivamente nel 1974 e nel 1976). E inoltre: nessun giornale è davvero libero, perché tutti hanno una proprietà (il Corriere della Sera è controllato da Mediobanca, Intesa Sanpaolo, Generali, famiglia Agnelli; Repubblica è di De Benedetti, quindi un tempo Olivetti, oggi Sorgenia; Il Sole 24 Ore è di Confindustria; ecc.). E se è vero che Mediaset è di Berlusconi, la Rai è lottizzata dai partiti (con Rai 3 sempre controllata dai partiti di centrosinistra) e La7 è di Telecom, monopolista della telefonia (fino ad aprile 2013, ora è di Cairo). Chi vi vuole far credere di essere libero e obiettivo mente, noi invece siamo di parte, lo diciamo e anche ce ne vantiamo perché secondo noi il giornalismo deve funzionare così.

facci-filippo.jpg_370468210Qual è il problema in tutto questo discorso? Anzitutto c’è la sensazione, in molti casi, che certi discorsi sui massimi sistemi del giornalismo siano solo razionalizzazioni a posteriori per dare il belletto a situazioni ben più prosaiche che non si vogliono ammettere di fronte al lettore e forse nemmeno di fronte a se stessi. Se in Scalfari e in Montanelli poteva esserci ai tempi un’idea (discutibile) di giornalismo, nell’epoca del berlusconismo in tutta franchezza sembra esserci prima il lavoro stipendiato al servizio di Berlusconi, poi il tentativo – spesso goffo – di giustificare sul piano teorico questo lavoro dicendo che se si racconta agli italiani che Berlusconi è un grande statista liberale perseguitato dalle toghe rosse non lo si fa per difendere Berlusconi ma per altri motivi meno squallidi da trovare di volta in volta. In un’intervista rilasciata a Giugliano e Lloyd (“Eserciti di carta”, pagg. 77-78) Filippo Facci afferma che dopo aver letto le famose dieci domande di Repubblica sul caso Noemi ha pensato: “erano domande fatte con una violenza tale che a chiunque sarebbe venuto di difenderlo, anche a me che non ne avevo nessuna intenzione”. Ah sì, davvero?! Senza le dieci domande di Repubblica, Facci non avrebbe difeso Berlusconi? Ma per favore…

minzoliniLa verità è che in nome di questa idea (meglio: pretesto, scusa, razionalizzazione a tavolino) del “giornalismo militante, non iprocritamente neutrale e orgogliosamente di parte” si è potuto digerire e far digerire di tutto, dagli agghiaccianti editoriali di Minzolini quando dirigeva il Tg1 al servizio sui calzini del giudice Mesiano fino alle “cene eleganti” e allo “scoop” de il Giornale sulla Boccassini che amoreggiava con un giornalista. In realtà, anche quando non è un mero pretesto, è inaccettabile e pericolosa (perché si presta a giustificare qualsiasi cosa venga scritta) l’idea stessa del giornalismo che rinuncia alla neutralità e obiettività. Meglio sarebbe dire: che rinuncia all’aspirazione alla neutralità e obiettività e al tentativo – per quanto possibile – di essere obiettivi e neutrali. È vero che tutti i giornali hanno una proprietà, che ognuno ha delle idee e dei pregiudizi, e potremmo proseguire all’infinito citando Popper e tutta l’epistemologia postpopperiana antiscientista e antiobiettivista, ma parliamoci chiaro e finiamola qui una volta per tutte: c’è modo e modo. Un conto è sforzarsi di essere intellettualmente onesti e obiettivi, e riconoscere che in certi casi non è possibile esserlo totalmente per vincoli economici o politici, un altro conto è scrivere un giorno sì e l’altro pure balle stratosferiche come quelle del Berlusconi onesto liberale perseguitato dai “talebani delle procure”, per poi dire: che c’è di male se scrivo questo, l’obiettività non esiste, è ipocrita chi vi dice di essere neutrale, siamo di parte e lo ammettiamo, anzi lo rivendichiamo, e così via all’infinito con il solito ritornello. C’è modo e modo di vivere l’imperfezione e la fallibilità dell’umano.

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2 commenti

  1. unamicoinsospettabile ha detto:

    Il re è nudo ma ovviamente tutti giurano sia vestito. Pezzo che dovrebbe essere sempre in prima pagina su ogni quotidiano come “avvertenza” per chi sta per leggere. Bravo Torriani

    • domenico ha detto:

      Tutto sacrosanto: un giornalista di parte rinuncia per ciò stesso alla propria libertà di parola riducendosi ad un pennivendolo tanto prezzolato quanto meschino

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