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PAROLARIO 2013: INTERVENTO DEL FILOSOFO ALFREDO PATERNOSTER

SOGNARE LA REALTA: MATRIX E LA FILOSOFIA

 matrix

 di Andrea Pollastri

 

Quali spunti, un film come Matrix, può offrire ad un’accurata analisi interpretativa?

Matrix riesce a rendere, in modo estremamente limpido e concreto, alcuni dei classici problemi affrontati dalla filosofia.

Li ha spiegati molto bene il filosofo Alfredo Paternoster, durante il suo intervento all’edizione 2013 di Parolario, in cui non è stato ad elencare la moltitudine degli aspetti filosofici affrontati da questo film ma, essenzialmente, quelli che maggiormente rientrano nelle sue competenze, quali la questione della riproducibilità artificiale della coscienza e le ricadute sulla visione filosofica riguardante la natura della mente.

Non sto a riassumere la trama del film Matrix perché penso che sia uno dei maggiori film visti da 14 anni della sua produzione ma, nel caso non lo abbiate visto, rimando al riassunto di wikipedia o a vedere direttamente il film, in modo da passare direttamente al nodo della questione affrontata da Paternoster.

 

Le questioni affrontate durante il suo intervento all’edizione di Parolario 2013, sono principalmente relative al primo episodio, quello che viene considerato il più importante e significativo per comprendere le questioni affrontate nella serata.

 

La riflessione del filosofo torinese si apre con un accenno al tema filosofico che in modo più manifesto viene sollevato nel film: quello dello scetticismo. Scetticismo che riguarda l’esistenza reale del mondo esterno così come esso si presenta ai nostri sensi.

Putnam

 

Il tema dello scetticismo è nitidamente affrontato nel film, tant’è vero che questo riprende, grosso modo, un esperimento mentale ideato da un filosofo americano contemporaneo, Hilary Putnam, in un articolo pubblicato in volume nel 1981, “Cervelli in una vasca”. L’unica differenza risiede nel fatto che, mentre nel film gli esseri umani hanno un corpo, nell’esperimento mentale di Putnam si immagina che essi non siano altro che cervelli, privi di corpo; le sensazioni corporee e tutti gli altri stimoli sensoriali sono simulati.

Putnam elabora questo esperimento per sostenere la tesi che lo scetticismo è fondamentalmente incoerente e, quindi, che lo scetticismo possa essere confutato.

Paternoster ha evocato la sua perplessità circa questa tesi e dice di apprezzare il film per l’efficacia con cui lo scenario scettico viene rappresentato, inducendo così a supporre che esso sia tutt’altro che incoerente .

 

La tesi scettica, come possiamo ben vedere, riprende un’altra formulazione filosofica sul tema e cioè quella esposta da Cartesio quando formula l’ipotesi dell’esistenza del demone maligno. Cartesio dipinge uno scenario nel quale mette in discussione l’intero mondo delle nostre conoscenze, l’esistenza della nostra realtà e in particolar modo, l’esistenza stessa della realtà esterna in quanto possa essere creata dal demone maligno.

Cartesio

Sappiamo tutti come Cartesio confuterà questa ipotesi, richiamandosi a Dio: l’ipotesi Cartesiana dell’esistenza di Dio porterà il filosofo francese a ritenere reale il mondo tangibile, in quanto Dio non potrà mai, ingannare la creatura umana.

Lo scenario scettico, anche in questo caso, è confutato.

In qualche senso, anche nel film si ricorre all’espediente cartesiano, nella figura di Neo, l’eletto, il “messia”, l’unico in grado di liberare l’uomo dalla prigione di Matrix. La differenza sta nel fatto che, nello scenario evocato da Matrix c’è, oltre a una prigione epistemica, anche una prigione reale.

 

Paternoster arriva quindi a parlare del tema dominante nella serata e all’interno del film e cioè quello degli stati mentali e della coscienza.

Il fatto che le macchine si siano ribellate suggerisce che esse siano dotate di un’ampia autonomia, espressione di una volontà libera.

Uno scenario, quello delle macchine che si ribellano alla razza umana, che è un classico della letteratura di fantascienza. Quanto siamo lontani da uno scenario del genere, si chiede Alfredo Paternoster?

Se dobbiamo guardare a come sono fatti i robot, le macchine della nostra generazione, lo scenario è indubbiamente molto lontano se non, per molti versi, fantasioso. Anche se indubbiamente, la tecnologia elettronica e dell’informazione odierna ha fatto passi da gigante. Ma pur sempre di programmi si tratta, senza alcun grado di autonomia. Anche perché, sembrerebbe esistere una vera e propria contraddizione tra l’idea di una macchina e l’idea di autonomia. Ogni robot, ogni macchina, funziona sulla base di un programma, magari programmi estremamente sofisticati, ma pur sempre programmi. Non si riesce ad intendere come un robot possa sfuggire alle linee guida dettate dalla programmazione. Nel caso ci fosse un determinato grado di libertà sarebbe inevitabilmente anch’esso previsto dal programma.

matrix2

 

Ma concentriamoci prevalentemente su quello che viene definita coscienza fenomenica. Domandiamoci: Potremmo essere in grado di costruire dei robot capaci di provare sensazioni ed emozioni? E’ possibile costruire robot che si arrabbiano, che hanno paura, che provano dolore?

Questa è appunto la coscienza fenomenica, cioè la capacità di provare sensazioni ed emozioni.

 

Vediamo questo concetto in Matrix.

L’importanza della coscienza fenomenica risulta essere particolarmente evidente nella condizione degli uomini nella vasca. Questi uomini, messi in ammollo e continuamente sollecitati da questi input che riproducono una “realtà parallela” a quella reale, hanno coscienza?

La risposta è affermativa. Si, ce l’hanno, e anche ricca quanto la nostra, in quanto questi impulsi, riproducono effettivamente tutte le sensazioni che avvengono nella vita reale: rabbia, paura, odio, dolore, amore…. Hanno una vita emotiva, una coscienza fenomenica e sensitiva ricchissima.

La loro condizione può essere paragonata in un certo qual modo alla nostra situazione durante il sonno, quando sogniamo. Ma la coscienza fenomenica degli uomini in ammollo nel film è ancora più nitida della nostra quando sogniamo. Questo è dovuto al fatto che risulta molto difficile che uno dei nostri sogni risolti limpido, nitido, come la realtà. Al nostro risveglio, ripensando al sogno, riusciamo facilmente a tracciare una differenziazione netta tra il sogno e la realtà. Differente è la condizione degli uomini in Matrix che non possono fare questa distinzione in quanto vivono in una situazione di perenne simulazione.

Questo serve a dimostrare come l’aspetto della coscienza fenomenica sia un fattore cruciale della vita mentale. E’ un tratto che persiste anche nella condizione di inganno epistemico degli uomini nel film: anche se i contenuti delle sensazioni, non sono veridici (non corrispondono alla realtà), le sensazioni che provano sono autentiche.

 

Appurata l’esistenza di una coscienza fenomenica negli uomini in ammollo di Matrix, cosa possiamo dire delle macchine? Hanno anche loro coscienza fenomenica?

 

Dal film, una risposta netta non arriva. C’è solo Morpheus, personaggio chiave del film, che parla di una “sinistra coscienza” delle macchine. Ma è l’unico accenno e potrebbe alludere a un senso diverso di “coscienza”.

Paternoster sostiene la tesi che i robot ipotizzati in Matrix abbiano una coscienza fenomenica, proprio in ragione della loro sofisticazione. L’idea è questa: è evidente, nel film, che queste macchine hanno un’elevata autonomia, una capacità di discernere. Proviamo quindi ad immaginare come potremmo essere noi se non provassimo alcun tipo di sensazione, nessuna emozione.

Se uno non prova nessuna sensazione, nessuna emozione, che cosa potrebbe importarci di fare un’azione piuttosto che un’altra? Di scegliere l’opzione A piuttosto che l’opzione B? Non ci importerebbe nulla. Ecco perché macchine che conducono azioni in reale autonomia hanno molto presumibilmente una coscienza fenomenica.

Il fatto stesso che le macchine abbiano elaborato un programma così sofisticato, in grado di riprodurre la coscienza fenomenica, porta a pensare che ne abbiano esperienza diretta. questo tipo di coscienza la si conosca. Sarebbe difficile capire cosa sia la coscienza fenomenica se non la si prova in prima persona.

Molti filosofi sono molto scettici sulla possibilità di riprodurre artificialmente la coscienza fenomenica. Alcuni sono ancora più radicali, sostenendo che la coscienza fenomenica è impossibile da spiegare per ragioni di principio dalla scienza. Addirittura non solo non è spiegabile dalla scienza quale la conosciamo noi oggi, ma è inspiegabile dalla scienza in linea di principio.

[Si noti che,] se fossimo capaci di riprodurre artificialmente la coscienza fenomenica, con ciò stesso avremmo una spiegazione della coscienza.

robot

 

Nel film, ad un certo punto, viene posta questa domanda: Come fanno, le macchine, ad essere certe di aver riprodotto esattamente i sapori? Come fanno ad essere certe di non aver invertito, per esempio, il sapore delle fragoline di bosco con il sapore del pollo in gelatina? Questa è una domanda veramente cruciale perché, se noi siamo in grado di spiegare la coscienza, se le macchine di cui si parla nel film avessero veramente compreso le leggi della coscienza, allora sarebbero certe di aver riprodotto esattamente il sapore.

La letteratura filosofica ci viene incontro con un esempio molto simile. Si chiama “esempio dello spettro (cromatico) invertito”. Dobbiamo immaginare una persona che, tutte le volte che noi vediamo rosso, lui vede verde e che, tutte le volte che noi vediamo giallo, lui vede blu e viceversa, pur chiamando i colori come noi.

Anche in questo caso i filosofi hanno discusso moltissimo sulla possibilità di questo scenario. Se questo fosse possibile, sarebbe una carta a favore di quelli che sostengono la tesi secondo la quale la coscienza non sia spiegabile nel mondo ordinario delle scienze fisiche. Infatti, nello scenario immaginato si suppone che la persona con l’inversione spettrale sia fisicamente identico a uno di noi; e dunque che a parità di base fisica la coscienza possa essere diversa. Dalle proprietà fisiche non sarebbe possibile prevedere in alcun modo le proprietà fenomeniche. Nel film il discorso è esattamente lo stesso. Se le macchine si fossero sbagliate nel riprodurre i sapori (o comunque non fossero sicure di averli riprodotti correttamente), ciò vorrebbe dire che dalla conoscenza della struttura fisica non è possibile risalire alla coscienza; ma, in realtà, nel film si suppone che la simulazione sia stata eseguita in modo pressoché perfetto.

 

Per concludere, Paternoster delinea tre scenari interpretativi suggeriti dal film, calandoli nel mondo reale.

Ipotesi interpretative che riguardano la natura della coscienza. Tre scenari possibili che corrispondono ad altrettante posizioni filosofiche .

 

1) (COSCIENZA BIOLOGICA)

La coscienza sopravviene agli stati cerebrali: per produrre l’esperienza fenomenica è necessario un certo tipo di struttura biologica.

Ma questo è contraddetto dall’esistenza di macchine (si suppone) senzienti ed è poco in sintonia con l’enfasi posta sulle simulazioni.

 

L’ Ipotesi biologica potrebbe essere suggerita, nel film, dalla condizione stessa degli esseri umani. Gli esseri umani sono sì collegati al programma di simulazione ma, in definitiva, quello che gli esseri umani provano è essenzialmente il lavoro svolto dai loro stessi cervelli, attaccati fisicamente ai macchinari che generano degli input. In ultima analisi, quindi, sembra essere proprio il cervello degli umani che produce la loro coscienza fenomenica.

Interpretazione che sembra non essere quella che il film vuole delineare. Il fatto che negli esseri umani la coscienza sia realizzata in questo modo, cioè realizzata attraverso il cervello, non prova che, invece, nelle macchine non possa essere realizzata diversamente. Se noi supponiamo che le macchine di Matrix siano degli esseri senzienti, e che queste abbiano una parte significativa puramente elettronica, non è necessario che la coscienza abbia una base cerebrale, una base biologica.

Non solo. Il fatto stesso che ci sia una interconnettività così fitta, così sistematica tra i cervelli e il programma di simulazione, sembra proprio suggerire che quello che conta per la coscienza non sia tanto il cervello quanto l’elaborazione delle informazioni.

Cosa succederebbe ipotizzando questo scenario nel mondo reale? Alcuni filosofi hanno sostenuto una tesi in qualche modo opposta, cioè la tesi che la coscienza ha sì una base biologica e che questa base biologica vada intesa in un senso molto più ampio, cioè che non possa essere ridotta al solo cervello. In altre parole, quello che serve per la coscienza è il corpo. Non c’è dubbio che la nostra coscienza fenomenica dipenda in particolar modo dai segnali che il corpo invia al cervello, però si potrebbe anche sostenere che un segnale corporeo diventa coscienza solo nel momento in cui viene elaborato nelle aree celebrate.

 

2) (COSCIENZA ARTIFICIALE + BASE FISICA)
La coscienza sopravviene all’organizzazione “logica”: per produrre l’esperienza fenomenica è necessario un programma sufficientemente complesso.

Non è richiesta una base biologica, bensì una qualsiasi base fisica che abbia le giuste proprietà funzionali, “di organizzazione”.

L’idea che la mente ha effetti causali sul cervello e sul corpo (immaginare di morire causa di morire davvero) suggerisce tuttavia un’ipotesi assai più speculativa…

 

Non è necessaria una base biologica. Quello che conta non è il materiale con cui è fatto il cervello. Ipotesi definita funzionalista, secondo cui quello che conta per la coscienza sono i programmi, le proprietà di organizzazione, la logica di funzionamento. Quello che conta è avere un sistema sufficientemente complesso per far scaturire una proprietà, altrettanto complessa, qual’è la coscienza fenomenica. Naturalmente, i programmi hanno bisogno di un supporto fisico. La base fisica c’è, ma il punto è che questa base fisica non è necessariamente di tipo biologico.

Questo è lo scenario che viene suggerito in modo quasi palese dal film, sia per l’interconnessione sistematica tra cervelli e programmi, e in secondo luogo dall’estremo grado di sofisticazione che hanno i robot.

 

3) (COSCIENZA ARTIFICIALE SENZA BASE FISICA)

La coscienza sopravviene all’organizzazione logica e non è richiesta alcuna base fisica, perché è la realtà stessa ad avere fondamentalmente natura computazionale.

Le proprietà fisiche sopravvengono alle proprietà computazionali e non viceversa.

E’ poco in sintonia col fatto che nel film c’è una chiara distinzione tra mondo reale e mondo virtuale.

Si può passare dall’uno all’altro, ma i due mondi restano distinti.Inoltre non avremmo idea di come verificare l’ipotesi.

 

Quando si muore nella simulazione, si muore veramente. Le ferite che gli agenti procurano agli uomini nella simulazione, producono ferite reali. Questo dà luogo ad uno scenario diverso.

Non solo c’è il capovolgimento della tesi secondo cui, nella visione materialistica oggi dominante del pensiero occidentale, la mente (e con essa la coscienza) dipende dal corpo. Ma, addirittura, la coscienza non richiederebbe alcuna base fisica nel senso che è la realtà stessa ad essere costituita di informazione, ad essere cioè immateriale.

La visione comune è che la fisica ci dice come è fatto il mondo. La realtà è fisica. Qui, invece, ci viene fornito un altro tipo di valutazione. La realtà è informazione di cui la fisica è solamente un livello di descrizione.

Questo è lo scenario fornito dal comportamento degli agenti virtuali i più temibili avversari degli uomini dentro Matrix, capaci di risorgere continuamente che sembrano, in alcuni casi, avere una coscienza propria, non simulata, assumendo una libertà di autonomia.

 

Conclusione: Questa ipotesi per Paternoster è ai limiti dell’intelligibilità. Un’ipotesi non troppo diversa, ma assai meno implausibile, è che la natura ultima della realtà ci sia sconosciuta, e che tanto la fisica quanto la teoria dell’informazione siano descrizioni di livello diverso di questa unica realtà.

 

 

Paternoster-Alfredo_innerAlfredo Paternoster è Professore associato di Filosofia e Teoria dei Linguaggi all’Università di Bergamo e membro del collegio dei docenti della Scuola di Dottorato in Filosofia dell’Università di Torino, ha insegnato anche nelle Università di Sassari, Torino e del Piemonte orientale. È autore, tra l’altro, di “Sentirsi esistere. Inconscio, coscienza, autocoscienza” (Laterza, 2013), “Persone, menti, cervelli. Storia, metodi e modelli delle scienze della mente” (Mondadori, 2012), “Introduzione alla filosofia della mente” (Laterza, 2010), “Il filosofo e i sensi” (Carocci, 2007) tradotto anche in francese. È stato segretario della Società Italiana di Filosofia del Linguaggio nel quadriennio 2008-2012 e membro del direttivo della Società Italiana di Filosofia Analitica nel biennio 2004-2006.

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