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LA VITA PRIMA DI TUTTO

nietzsche pianoforte

di Sandro De Fazi

1.

Nietzsche fu felice soltanto ai tempi della sua amicizia con i Wagner. Nonostante quello che diventerà il suo antiwagnerismo feroce, anche dopo la morte dell’amico continuò a suonare per sé la musica di Wagner.

Aveva trascorso l’inverno 1876-1877 a Sorrento con la vecchia amica Malwida von Meyesen e Paul Rée, alla ricerca di un clima che migliorasse la sua salute. Nel 1878 smise di insegnare al Pädagogium e l’anno successivo di essere docente di filologia classica, né mancherà in più di un’occasione di ripudiare il suo pur pregevole lavoro precedente.

Wagner era morto a Venezia nel 1883. Sradicato da qualsiasi istituzione, l’inesausto spostarsi da una città all’altra non gli permise più di coltivare rapporti d’amicizia se non per corrispondenza. Tutto questo fu ancora più desolante nel 1888 a Torino, il suo ultimo anno di vita cosciente.

2.

Arrivò nella capitale sabauda dopo vicende disastrose. A Savona aveva sbagliato treno ed era finito a Genova. La sorella gli aveva fatto da assistente in molti viaggi precedenti, ma due anni prima se n’era andata col marito in Paraguay e lui doveva adesso affrontare senza il suo aiuto le incombenze pratiche del viaggiare e della vita quotidiana.

Restò affascinato da Torino. La visse come una persona. Descrisse per lettera a Köselitz, a Overbeck, a Resa von Schirnhofer, a Carl Fuchs le bellezze della città amplificate dalla sua immaginazione. Torino era fittizia quanto tutto il suo mondo, a lui sembrava di stare a Montecarlo. Coglieva un’energia nell’aria che a sua detta gli faceva bene agli occhi; lo sguardo, per la debolezza della vista, risultava di «un incanto del tutto particolare»1. E la città lo ricompensava dandogli forza e rispetto aristocratico per se stesso.

Non era noto al grande pubblico, nessuno lo conosceva. Pure un suo ingenuo gusto teatrale lo spingeva ad affermare la sua necessità di andare in giro in incognito, come a Lipsia aveva fatto Wagner, giustificato però dalla sua notevole fama. È un’affermazione che, come altre sue, non va letta fuori contesto. Sapeva di essere Nietzsche e il mascheramento era una delle altre facce della sua ricerca. Soltanto Georges Brandes cominciava allora a tenere conferenze su di lui a Copenhagen, tuttavia i più colti frequentatori della libreria Loescher lo avevano riconosciuto, gli facevano sentire calore umano avvicinandolo. Cercavano di accoglierlo, o, meglio, di essere accolti nel suo circolo emotivo.

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3.

Era stato, fino dagli esordi, e tuttora lo era, un mistificatore, il più mite e anche il più indifeso degli uomini. Lo hanno testimoniato quelli che lo conoscevano bene, che lo vedevano in carne e ossa, ecce homo, da vicino come nessun altro.

La megalomania della sua opera serviva a compensare le sue frustrazioni personali. Pasquale D’Ercole, un professore di filosofia incontrato alla Loescher di Torino, avrebbe voluto tenergli compagnia, ma a Nietzsche non piaceva parlare con lui e non volle rivederlo, facendo in modo di non apparire sgarbato, ma accampando pretesti scontati. Viveva la propria solitudine come una colpa, troppo lucido e padrone di sé per nascondersi di non essere fisicamente desiderabile.

I suoi furono un autoisolamento e un’autoreferenzialità sempre più pervasivi, di qui la necessità di simulare la superficie, difendersi dalla mediocrità circostante indossando una o più maschere. Solo quando si era insinuato nella sua vita il miraggio di Lou, gli era sembrato di andare incontro al mondo degli altri nel senso dell’amore e non delle amicizie personali, cui teneva comunque moltissimo.

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4.

La sua disciplina di lavoro era ferrea, limitatamente a quanto gli consentisse il malessere fisico. Non poteva che leggere e scrivere per breve tempo. Ecco perché l’aforisma fu il metodo più idoneo della sua espressione. Per il resto del tempo camminava per Torino.

Passeggiare era una condizione del pensare. «Questo definitivo, gioiosissimo, entusiastico-baldanzoso Sì alla vita non solo è l’idea suprema, è anche la più profonda, quella più rigorosamente confermata e salvaguardata dalla verità e dalla scienza. Niente di ciò che esiste può venir messo da parte, a niente si può rinunciare – anzi, gli aspetti della vita rifiutati dai cristiani e da altri nichilisti occupano nella scala dei valori un posto infinitamente più alto di ciò che l’istinto della décadence poteva approvare, trovare buono»2.

La scrittura durante le sue lunghe passeggiate era mentale. Viveva nella propria mente continuando a percepire schopenhauerianamente il mondo come “illusorio”, in un pessimismo convivente con lo spirito dionisiaco. Scriveva sibi ipsi, incorrendo di lì a poco in una pletora di strumentalizzazioni arbitrarie del suo pensiero. Lou stessa segnalò queste deformazioni nel suo libro sul filosofo: «alcune delle sue idee, estratte dal contesto e rese dunque interpretabili a piacere, sono divenute formule e parole d’ordine buone per tutte le tendenze che riecheggiano nella battaglia delle opinioni, nello scontro tra i partiti da cui Nietzsche si è tenuto del tutto alla larga»3.

Lou

Camminando lentamente, a passi brevi, a causa della forte miopia, pensava, si doveva diffidare dei pensieri che non fossero venuti all’aria aperta e dal movimento fisico. Andare avanti nella sua opera, portare avanti il compito che si era dato era solo un pretesto, per il più solo la grandezza è nell’esistere a dispetto degli intralci e innumerevoli fraintendimenti che rendono la verità scomoda come la sua vita esteriore. I medici che lo visiteranno dopo il crollo psichico lo troveranno in forma sotto questo profilo, si era muscolarmente allenato, a lungo.

1Lou Andreas- Salomé, Vita di Nietzsche, trad. it. a cura di Enrico Donaggio, Roma 1998, p. 55, ed. or. Friedrich Nietzsche in seinen Werken, Frankfurt am Main 1983.

2Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, trad. it. a cura di Carla Buttazzi, Milano 2010³, p. 209.

3Lou Andreas-Salomé, op. cit., p. 51.

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2 commenti

  1. Emanuele ha detto:

    Suggerisco l’interessante libro di Mirco Marchesi “Il carro di Dioniso”

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