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UNA RISPOSTA AL ‘COMUNISTA’ ALDO NOVE

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Di Luigi Torriani

L’intervista di Giuseppe Emilcare a Aldo Nove, pubblicata da Eidoteca, fa capire molto bene che cosa non va in certo massimalismo di parte della sinistra italiana.Naturalmente con questo non voglio affatto dire che Aldo Nove – uomo di cultura e, piaccia o non piaccia, scrittore italiano tra i più importanti degli ultimi decenni – sia una sciocco o uno sprovveduto, figuriamoci. Il punto è un altro: se anche un personaggio del calibro di Aldo Nove proprio non ce la fa a lasciar perdere certi cliché vuol dire che è ancora lontano il giorno in cui la sinistra italiana uscirà dagli ideologismi per ragionare con buon senso sui problemi.

La sinistra italiana è sicuramente molto meglio del centrodestra di era berlusconiana sul piano della moralità e della legalità. Nell’epoca del berlusconismo il centrodestra si è caratterizzato prevalentemente per le seguenti caratteristiche: livello di corruzione, illegalità, immoralità, latrocinio e impunità (dunque attacchi alla magistratura) preoccupanti della classe politica, a partire dal capo; troppo servilismo nei confronti del capo da parte della stessa classe politica e giornalistica, servilismo cortigiano che si è tradotto in troppe balle raccontate agli italiani con l’ausilio di una potenza mediatica non accettabile in una normale democrazia occidentale (si dice: anche a sinistra c’è servilismo; vero, ma mai in questa misura e in questi termini); fallimento sul fronte della cosiddetta “rivoluzione liberale”, addirittura rovesciata nella pratica con un continuo aumento della spesa pubblica (sprechi, favori a se stessi e agli amici, ecc.); ideologismi speculari e non meno preoccupanti di quelli di sinistra, quali in particolare l’ossessivo antiecologismo e in ambienti minoritari forme di libertarismo e anarco-capitalismo.

Detto questo resta il fatto che la sinistra italiana – lo ripeto: incomparabilmente superiore al centrodestra berlusconiano sul piano della moralità e legalità – è in parte non esigua ancora troppo legata a vecchie rigidità schematiche sul piano delle idee. L’intervista di Emilcare ad Aldo Nove – peraltro formidabile quando scrive di letteratura – è emblematica di queste tendenze “vendoliane” dure a morire. Riassumerei il tutto in due punti: anticapitalismo e confuso appello all’idea di decrescita; esaltazione della faziosità e dello spirito di parte in un momento in cui serve esattamente il contrario.

1) ANTICAPITALISMO E CONFUSO APPELLO ALL’IDEA DI DECRESCITA

Cito dall’intervista a Aldo Nove: “basta con il superfluo, l’inessenziale, l’iniquo. Questa idea della crescita infinita. E’ una stronzata; non vuol dire assolutamente niente. E’ l’idea demenziale di chi in automobile decide di accelerare per superare una strada dissestata. Ma non è che accelerando più forte ce la fai, anzi. Ed ora riavviare i consumi. Ma che cazzo compri?”.

Sarò brevissimo: questo discorso alla Serge Latouche, tipico di certa sinistra, oggi non ha senso. Un conto è teorizzare un paradigma diverso da quello capitalista, un paradigma di tipo comunista o di altro genere, monetario o non monetario, comunque diverso da quello di mercato in senso moderno-contemporaneo. Un altro conto è dire, oggi qui e ora, di frenare sui consumi eliminando il “superfluo” e l'”inessenziale” (sull’eliminazione dell’ “iniquo” posso essere d’accordo, ammesso che ci si intenda sul termine). Uno può sensatamente auspicare l’avvento futuro di un modello di società non capitalista (anche se non è chiaro come questo mutamento epocale potrebbe avvenire), fondato sul dono, su pratiche di frugalità e simili. Ma è assurdo dire, mentre ci troviamo in un ordine di mercato, che bisognerebbe ridurre i consumi eliminando il superfluo. Si può auspicare una riorganizzazione dei consumi (per esempio invitando le persone a fare più spese per la cultura e meno per la manicure e le creme abbronzanti, o meno automobili inquinanti e più autobus e treni, o ad andare nei negozi anziché nei centri commerciali per riscoprire il contatto umano e una dimensione sociale oggi purtroppo in molti luoghi perduta), spostando quindi gli equilibri tra i diversi comparti del mercato in nome di idee e ideali. Fin qui capisco e anche condivido. Aggiungo: si può auspicare l’eliminazione o riduzione di certi fenomeni degeneri del capitalismo come l’ “obsolescenza programmata” di cui parla Latouche nel suo ultimo libro (“stampanti bloccate a orologeria dopo diciottomila copie”, “computer fuori uso allo scadere dei due anni”, ecc.). Ma come si fa a sperare che adesso si riducano complessivamente i consumi? Non ha senso. Un conto è se non c’è più il mercato e non c’è più la moneta, ma se la moneta c’è e il mercato c’è, e oggi ci sono, e anche domani e dopodomani, cosa fai, raccogli le monete sotto il cuscino e intanto i negozi chiudono? Sarò stupido, ma non capisco di cosa stiamo parlando.

Poi (cito sempre dall’intervista di Emilcare a Aldo Nove): “oggi manca l’immaginazione, la fantasia, la prospettiva, il sogno, il desiderio; siamo davvero tutti montizzati. Non abbiamo più l’immaginario, e l’immaginario nostro è pagare le tasse, un immaginario scarso, misero”. Di cosa stiamo parlando? L’’immaginazione, la fantasia, la prospettiva, il sogno, il desiderio sono appunto legati alla dimensione del superfluo, dell’eccedente rispetto al mero sopravvivere o vivere in modo frugale del minimo indispensabile. Il bello è un di più, non è necessario. Gli stessi libri di Aldo Nove sono qualcosa di “superfluo”, ma personalmente vi invito a leggerli perché sono libri di valore. Riduzione dei consumi e decrescita significa anche riduzione di “immaginazione, fantasia, prospettiva, sogno, desiderio”, significa esistenze meno ricche e meno varie. Quanto a “l’immaginario nostro è pagare le tasse”: finché non riduciamo la spesa pubblica le tasse non si possono abbassare (con le tasse più alte del mondo, è difficile non pensarci…), ma per Vendola e compagnia il denaro pubblico è l’unico denaro che chissà perché non è considerato vero denaro e può essere usato all’infinito e senza limiti. I cittadini dovrebbero spendere meno (frugalità, rifiuto del superfluo e dell’inessenziale, decrescita), mentre i soldi pubblici vanno usati e sempre di più. Una sorta di comunismo praticato all’interno di un contesto di mercato, che porta alla fine ai risultati sperati: effettivamente le persone spendono e consumano sempre meno, perché non hanno più soldi, visto che finiscono tutti in tasse per alimentare una spesa pubblica arrivata a livelli folli! Mah…

2) ESALTAZIONE DELLA FAZIOSITA’ E DELLO SPIRITO DI PARTE IN UN MOMENTO IN CUI SERVE ESATTAMENTE IL CONTRARIO

Sostiene Aldo Nove: “come fai a prenderti a cazzotti? Con Pd e Pdl messi assieme? Manca una dialettica, una contrapposizione di differenti visioni del mondo. (…) Quando si usa in senso negativo la parola ‘divisivo’ è brutto, è proprio micidiale; è importante che si sia divisivi. Partito è proprio quello, è la parte con il bisogno di trasformare. Ma se non c’è una contrapposizione fra le parti non c’è dinamica, non c’è sviluppo”.

Mi limito a poche parole: se andiamo avanti così, con una spesa pubblica ormai oltre gli 800 miliardi e i conti dello Stato disastrosi, finiremo a breve (un anno o due) come la Grecia, mentre nei talk show televisivi (peraltro destinati poi a chiudere, se finiamo come la Grecia…), nei social network e nei bar gli italiani (politici e semplici cittadini) andranno avanti a parlare dei processi di Berlusconi, dei congressi del Pd, e delle boiate di Calderoli, mentre Vendola e Aldo Nove parlano di decrescita felice. Basta! Si abbandonino fazioni e ideologismi e si facciano insieme – alla svelta, perché c’è pochissimo tempo! – i (drastici) tagli alla spesa, alla burocrazia e alle tasse che si devono fare per evitare di fallire, e si faccia ripartire il Paese. Poi, se ce l’avremo fatta, tra qualche anno torneremo a parlare – in salotto, davanti a un buon vino – di decrescita, critica delle “politiche neoliberiste” (tipico intercalare “de” sinistra; come se l’Italia non fosse tutto tranne che un Paese governato da politiche economiche di taglio liberista…), e quant’altro. Altrimenti, se non la piantiamo e non ci diamo una mossa, buon “elegante” fallimento a tutti parlando di Latouche in compagnia di Aldo Nove…

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