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VERDI E LA TRILOGIA POPOLARE

Di Ilaria Taroni

IL TROVATORE

Dramma lirico in quattro parti di Salvatore Cammarano

trovatore

I personaggi:

Il Conte di Luna, nobile aragonese: Baritono

Leonora, dama della Corte d’Aragona: Soprano

Azucena, zingara: Mezzosoprano

Manrico, il Trovatore: Tenore

Ferrando, capitano delle guardie: Basso

Ines, ancella di Leonora: Soprano

Ruiz, scudiero di Manrico: Tenore

Un Vecchio Zingaro: Basso

Un Messo: Tenore

Soldati, Zingari, Monache, Servi

L’azione si finge in parte in Biscaglia, in parte in Aragona nel XV secolo

L’Opera è tratta dall’omonimo dramma di Antonio Garcia Gutierrez

PARTE I

Circondato dai familiari e da alcuni uomini d’arme del Conte di Luna, Ferrando, il capitano delle guardie, narra una vicenda accaduta 20 anni prima al vecchio Conte, padre di due figli: un mattino vicino alla culla del secondogenito, la nutrice scopre una zingara intenta a fare un sortilegio al piccolo (“Di due figli vivea padre beato…D’abbietta zingara”).

Alle sue grida la meschina fugge ma l’infante cade in preda ad una febbre divoratrice.

La zingara viene condannata al rogo ma sua figlia si vendica rapendo il fanciullo “stregato”: dopo qualche giorno vengono ritrovate delle ossa semicarbonizzate nel luogo ove la gitana era stata arsa viva.

Il vecchio Conte, non credendo alla morte del figlio minore, incarica il primogenito di cercare il fratello.

Nel frattempo nei giardini del palazzo dell’Aliaferia, Leonora, una dama di corte amata dal giovane Conte, racconta alla sua ancella Ines di essersi invaghita di un cavaliere misterioso incontrato ad un torneo, che aveva in seguito udito cantare sotto il suo balcone nei panni di trovatore (“tacea la notte placida”).

Giunge il Conte di Luna che, vedendo la fanciulla, sta per andarle incontro quando in lontananza risuonano gli accordi di un liuto e la voce del rivale (“Deserto sulla terra”): Leonora scende ma nell’oscurità scambia il Conte per il suo amato e lo abbraccia.

Il Trovatore li sorprende e s’infuria ma l’equivoco viene presto chiarito scatenando la gelosia e l’ira del conte che, riconoscendo nell’uomo, Manrico, seguace di Urgel e pretendente al trono d’Aragona, lo sfida a duello (“Di geloso amor sprezzato”).

PARTE II

Sui monti della Biscaglia, presso un accampamento di Zingari, Manrico ascolta la presunta madre Azucena che canta della morte della genitrice sul rogo (“Stride la Vampa”).

Rimasta poi sola con lui, rievoca l’istante in cui, assistendo al rogo col figlio tra le braccia, la madre agonizzante gli aveva gridato di vendicarla (“Condotta ell’era in ceppi”).

Dal delirante racconto emergono stralci di ricordi confusi: il rapimento del figlio del Conte, lei stessa nell’atto di spingere il bimbo nel fuoco e l’atroce presa di coscienza di avere erroneamente gettato tra le fiamme il proprio figlio anzichè quello del nobile.

Manrico stupito le chiede dunque se ella non sia dunque sua madre ma la zingara, ripresa lucidità, lo rassicura attribuendo al dolore ed allo sconvolgimento emotivo il suo insensato sproloquio (“non son tuo figlio? tu sei mio figlio”) e incita in lui l’odio verso l’antico nemico: Manrico le confessa di essere stato sul punto di uccidere il conte ma di essere stato fermato da una voce proveniente dal cielo (“mal reggendo all’aspro assalto”).

Sopraggiunge nel mentre un messo che li informa che Leonora, credendo morto nel duello il Trovatore, sta per farsi monaca.

Manrico parte per fermarla e giunge coi suoi soldati appena in tempo per impedire che il Conte, con un pungo di armigeri, rapisca la fanciulla ( “Il balen del suo sorriso”..). Leonora, scoperto che l’amato è vivo, fugge con lui (“e deggio e posso crederlo? ti veggo a me d’accanto”).

Trovatore2

PARTE III

Leonora e Manrico si rifugiano a Castellor dove sono in procinto di sposarsi (“Ah sì ben mio..”).

Mentre si stanno avviando all’altare, sopraggiunge Ruiz con una terribile notizia: Azucena, riconosciuta da Ferrando come la zingara colpevole di aver ucciso il fratello minore del Conte, è stata arrestata e portata nell’accampamento del Conte di Luna. La donna ha inoltre confessato di essere la madre di Manrico, pertanto il Conte, preso dalla smania di vendetta, la condanna al rogo (“giorni poveri vivea..”).

La cerimonia viene interrotta e Manrico, dopo aver abbracciato Leonora, parte coi suoi fidi per liberarla (“Di quella Pira”).

PARTE IV

Perso il combattimento, Manrico è fatto prigioniero e rinchiuso in una torre assieme ad Azucena.

Leonora, messa a conoscenza di ciò, si fa condurre da Ruiz presso il Palazzo dell’Aliaferia: all’alba la strega sarà arsa viva e Manrico decapitato (“D’amor sull’ali rosee…miserere d’un alma…tu vedrai che amre in terra”) perciò quando da una delle porte esce il Conte, Leonora, gettandosi ai suoi piedi, si offre a lui chiedendo in cambio la libertà dell’amato (“mira d’acerbe lagrime”).

Il Conte incredulo accetta (“tu mia!Tu mia!) ma non sa che Leonora ha bevuto di nascosto un veleno che la condurrà alla morte prima che egli possa prenderla in sposa.

Nel frattempo, nell’attesa dell’esecuzione, Marico veglia la madre delirante e la consola invitandola a dormire (“Madre, Non dormi…sì la stanchezza m’opprime o figlio..”) quando Leonora irrompe nella cella annunciandogli il perdono del conte: egli, compreso a quale prezzo la fanciulla ha barattato la sua salvezza, la maledice (“ha quest’infame l’amor venduto”) ma ormai il veleno ha sortito i suoi effetti e Leonora confessando il suo amore al Trovatore, spira tra le sue braccia (“prima che d’altri vivere, io volli tua morir”).

Giunge all’improvviso il Conte che assiste alla scena e, scoperto l’inganno della donna, ordina alle guardie di condurre Manrico al patibolo.

Azucena, che si era addormentata, si ridesta nella cella vuota e viene trascinata alla finestra dal Conte: alla vista del corpo senza vita del “figlio” ella gli rivela la verità “Egli era tuo fratello! Sei vendicata, O madre!” e cade al suolo senza vita.

Trovatore3

Introduzione all’opera di Ilaria Taroni

(Associazione Culturale Il Circolo delle Quinte)

Nell'aprile 1851, ad un mese dal grande successo di "Rigoletto", il Cigno di Busseto è di nuovo pronto per dedicarsi all'ennesima impresa teatrale: è un anno di grande impegno per Verdi che da Parigi non solo lavora a "il Trovatore" attraverso una fitta corrispondenza epistolare con il poeta Salvatore Cammarano (autore del libretto) ma firma un contratto per "Les Vespres Siciliennes" con l'Opéra e riesce ad assistere alla messa in scena de "la Dame aux Camélias" da cui trarrà ispirazione per "La Traviata".

Come era avvenuto per "Rigoletto", anche la creazione di quest'opera (tratta dal dramma di Garcia Gutierrez) fu costellata di avvenimenti collaterali: nel luglio 1852, quando sopraggiunse improvvisa la morte di Cammarano, il libretto di Trovatore era infatti incompleto, pertanto il compositore affidò la stesura del III e IV atto ad uno dei suoi più giovani collaboratori, Leone Emanuele Bardare. Suo è il cambiamento apportato alla canzone di Azucena di cui modifica il metro (da settenario a quinario doppio), come pure l'aggiunta della celeberrima aria del conte di Luna, Il Balen del suo Sorriso. Pare inoltre che lo stesso Verdi abbia personalmente rivisto i versi finali dell'opera per renderli più snelli.

In quest'opera ricompare l'impronta "popolare" abbandonata dopo Nabucco: non a caso Verdi sceglie un soggetto passionale a tinte sanguigne con un forte tono melodrammatico (vicino dunque ai lavori shakespeariani) e decide di delegare la scrittura del libretto al più tradizionale Cammarano anzichè al Piave il quale con Rigoletto aveva creato un'opera a sfondo psicologico distante dai canoni consueti del teatro romantico.

Di fatto, nonostante lo strepitoso successo di pubblico, fin dalla prima rappresentazione (Teatro Apollo, 19 gennaio 1853) il libretto del Trovatore guadagnò la fama di essere "bizzarro" e pieno di incongruenze: non si conoscono infatti le origini della protagonista femminile, Leonora, contesa tra il Conte di Luna e Manico, che nei momenti salienti del suo percorso all'interno dell'opera (quando sta per farsi monaca e quando sta per sposare Manrico) appare sempre sola, senza parenti nè amici, fatta eccezione per la sua ancella Ines. Appare strano anche che Manrico, contemporaneamente Trovatore e capo militare, sia figlio di Azucena, una zingara errante e priva di ricchezze. Infine appare assurdo e truce il comportamento di quest'ultima che non solo nell'antefatto del dramma getta nel fuoco un rampollo della casata "Di Luna" per vendetta, ma riesce anche a trarre una macabra soddisfazione dalla morte per decapitazione del figlio con la frase "Sei Vendicata o Madre".
Verdi aveva infatti voluto creare un'opera dal sapore vagamente rétro aggiungendo al rispetto dei capisaldi della tradizione un elemento nuovo, ossia la mancanza quasi totale di azione scenica sostituita in gran parte dal racconto/ricordo affidato di volta in volta a uno dei protagonisti fatti salvi pochi momenti: il finale del la prima parte col duello tra manrico e il Conte, il finale della seconda parte col rapimento di Leonora, la seconda scena della terza parte con la cattura di Azucena, la seconda e quarta scena della quarta parte con l'estremo tentativo di Leonora di salvare l'amato ed il suo lento suicidio col veleno.
Al contrario è riservato grande spazio alla dimensione in cui i personaggi narrano, rievocano, vivono improvvisi flash back, si abbandonano ad una visione fantastica della realtà: è il caso del racconto iniziale di Ferrando, delle confidenze di Leonora alla fida Ines, della romanza fuori scena con cui si annuncia l'entrata di Manrico (Deserto sulla Terra) e ancora più evidente nel personaggio di Azucena che vive perennemente con la mente rivolta altrove, nel passato (stride la vampa) o in un futuro ch'ella auspica per sè e per Manrico (ai nostri monti ritorneremo).
Lo stesso Manrico è una sorta di personaggio a metà tra la creatura fantastica vagheggiata da Leonora (tacea la notte placida) e l'uomo reale che fa la sua comparsa da un luogo misterioso che trova il suo apice eroico nella cabaletta "di quella pira" emplema della visione/ossessione del fuoco condivisa Azucena, elemento chiave di tutto il dramma.
L'opera stessa si snoda sulla dicotomia presente/passato, realtà/fantasia ed è la musica a fare da collante universale per questi due piani differenti di lettura con un'intensità tale da prevalere sul dramma stesso: per la prima volta è la fortissima carica drammatica della musica a dare un senso agli eventi scenici ed ai personaggi, svincolandola da una trama spesso inverosimile o ambigua.

Interessante è la scelta di inserire il personaggio di Azucena nella rosa dei protagonisti, segno di un'ulteriore svolta nel teatro verdiano: rompendo uno dei canoni della tradizione il mezzosoprano diventa per la prima volta uno dei cardini della vicenda, quasi come estensione ed evoluzione di Maddalena in Rigoletto; affidando un ruolo di primo piano a un elemento demoniaco/fuorilegge il compositore continua infatti la sua indagine nel mondo dei diseredati, così come era avvenuto per il Gobbo.

Il Trovatore segna definitivamente il punto in cui il Verdi "drammaturgo" e il Verdi musicista trovano un perfetto connubio fondendosi in un ideale equilibrio che verrà poi ritrovato e perfezionato ne "la Traviata", altro caposaldo dell'evoluzione psicologica e artistica dell'autore.

Incisioni Consigliate

1951 Caterina Mancini, Giacomo Lauri Volpi, Carlo Tagliabue, Miriam Pirazzini, Alfredo Colella Fernando Previtali Cetra

1956 Renata Tebaldi, Mario del Monaco, Ugo Savarese, Giulietta Simionato, Giorgio Tozzi Alberto Erede Decca

1962 Antonietta Stella, Carlo Bergonzi, Ettore Bastianini, Fiorenza Cossotto, Ivo Vinco Tullio Serafin Deutsche Grammophon

1962 Leontyne Price, Franco Corelli, Ettore Bastianini, Giulietta Simionato, Nicola Zaccaria Herbert von Karajan Arkadia/Gala/Opera D’Oro/Deutsche Grammophon

1969 Leontyne Price, Placido Domingo, Sherrill Milnes, Fiorenza Cossotto, Bonaldo Giaiotti Zubin Mehta RCA

1978 Leontyne Price, Franco Bonisolli, Piero Cappuccilli, Elena Obraztsova, Ruggero Raimondi Herbert von Karajan EMI

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