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CAVAGLIO SAN DONNINO: BORGO MONTANO DALLE MILLE SORPRESE

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Di Maria Orsola Castelnuovo

Per l’escursionista che ama davvero la montagna, raggiungere la vetta e dominare le vallate è solo uno degli obiettivi. Un altro, ugualmente fondamentale, è conoscere le tracce che l’uomo vi ha lasciato, quando ha conquistato le cime più alte o quando semplicemente ha vissuto alla loro ombra. Semplicemente?Se riandiamo il percorso antropologico delle comunità vallive, per esempio in Piemonte e Lombardia – che tutte si somigliano per storia, cultura, tradizione, sentimenti – scopriamo che la loro vita non era semplice e neppure lo erano le persone che ne facevano parte: lavoratori indefessi e onesti, ma anche intuitivi, pieni d’inventiva unita ad una capacità manuale innata o acquisita con l’esperienza. Tali doti hanno consentito di superare le difficoltà oggettive che la vita di montagna comporta, rendendo ogni comunità il più possibile autonoma ed autosufficiente, in grado di badare a se stessa anche quando il tempo non era favorevole o i disastri legati al naturale assestamento morfologico impedivano le già precarie comunicazioni col resto del mondo.

E’ per questo, che il 23 giugno l’escursionista si reca con curiosità, quasi con avidità, alla sagra degli ANTICHI MESTIERI a Cavaglio San Donnino, piccolo borgo della selvaggia Valle Cannobina, provincia di Verbano Cusio Ossola.

Sa che troverà in gran parte elementi noti, che da anni vengono riproposti in sagre di questo tipo in molti paesi dall’antica storia. Ma è anche sicuro della novità, della sorpresa di cui è alla ricerca, di qualcosa che ancora una volta, dopo tanto girovagare tra botteghe artigiane, bancarelle tipiche, musei vallivi, oltre a stupirlo, sazierà in parte la sua sete di scoperta del passato.

Il primo approccio al paese è press’a poco come l’aspettava: gruppi in costume che cantano, accompagnati dal suono della fisarmonica. La novità positiva è che a suonare sono uomini giovani, a tutela di una rivalutazione dei riti anche fra generazioni recenti.

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Cantano anche loro, leggendo però le parole su di un foglietto; ma il testo non è sempre conforme all’originale in tutte le sue parti: si fa qualche ripetizione, per coprire i vuoti di memoria.

Addentrandosi nel paese, dove le vie piane sono scarse e brevi, collegate da scalette che rappresentano già di per sé interessanti esempi d’abilità artigiana, ecco un primo incontro degno di nota: la signora ha appena estratto un pane di burro dalla zangola, che per lo più è detta penagia, ma qui si chiama anche mlangia o mlagia, con evidente richiamo al francese mélange; perché, nel preparare il burro, che cosa si fa se non sbattere per amalgamare?

Il burro si gusterà con un pezzetto di pane fatto nel vicino forno, ancora funzionante, così come la graa, per le castagne.

La signora, che si prende un attimo di riposo, indossa le pedule, chiamate peduj (con accento e umlaut sulla “u”), come li chiamano anche in Valtellina, dove il medesimo tipo di calzatura era diffuso nella brutta stagione (altrimenti, si andava a piedi nudi), al posto degli zoccoli che si usavano sulla piana in tutte le stagioni e che invece sui pendii sarebbero stati troppo scivolosi.

 ffff

 L’escursionista ha un attimo di nostalgica malinconia: la sua nonna materna, in Valtellina, confezionava pedule per professione e la si vedeva per l’intero giorno andare le suole, fatte da diversi strati di feltro, su è giù, avanti e indietro, con un grosso ago infilato di spago. A volte, l’ago s’incastrava nello spessore delle suole e bisognava tirarlo con la pinza. Per non rovinare la mano, la nonna portava un tutore di cuoio, che uno dei figli le aveva intagliato su misura.

Il ricordo è vivo, quasi presente, ma l’escursionista non si aspetta che si concretizzi addirittura. Eppure, a Cavaglio tutto può accadere: scende una delle tante scalette, seguendo i cartelli di legno pirografato che indicano il percorso con un perentorio DA LI, e s’imbatte proprio nella confezionatrice di pedule, una signora che vive a Falmenta, nella stessa valle, e che si chiama Valentina come la mamma dell’escursionista. Quando si dice: i casi della vita. E la vede… riandare una suola, fatta da diversi strati di feltro, su e giù, avanti e indietro, con un grosso ago infilato di spago… ed ha la mano protetta da fasciatura con un fazzoletto di tela.

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Ancora, le donne che scardassano la lana e la filano su fuso e conocchia o su carrello e poi fanno u scalfìn, come dicono loro; i piccaprea modellano pietre con le quali stanno costruendo un muro e il legno pirografato annuncia u muradu, con la prima “u” umlautata. Quindi si percorrono altri mestieri in altri tipici cortili, su e giù per le antiche scale. Finché un arzillo ometto dal passato contadino offre un goccio del vino fatto da lui, ma non molto, perché i turisti sono tanti e la piccola damigiana è già quasi vuota. Espone una sequela di attrezzi della sua attività passata, tra i quali il solo che l’escursionista ancora non conosce è la muserola di dill, una sorta di cestello di filo di ferro. Museruola, va bene; ma i dill? Chiede spiegazioni: si tratta di un ulteriore restringimento della pronuncia che suona anche dell, ma con una “e” molto stretta; e si tratta del vitello. Ah, sì, adesso è tutto chiaro: è l’abbreviazione di vedéll, come lo chiamano sempre in Valtellina, invece giù nelle pianure, per esempio nella Brianza, viene piuttosto chiamato buscìn, con l’ “u” umlautata, a dire “bovaccino, piccolo bue”.

Al centro del groviglio di vie e scalette, si arriva dal signor Alfredo, che elabora bastoni da passeggio, ognuno diverso dall’altro e tutti forieri di buona fortuna. Se si osserva con interesse una delle piante grasse splendidamente fiorite che ornano la sua soglia, coglie il destro per fare entrare a visitare il terrazzo sul retro: una serra esotica a cielo aperto. Il pezzo più sorprendente: ninfee gialle di origine tropicale, coltivate in un mastello nero che contiene 100 litri d’acqua. Per mantenerla pulita, vi ha messo a dimora dei pesciolini rossi, che si nutrono dei fermenti dell’acqua stagnante e quindi non hanno bisogno di pastura. Ne parla diffusamente e poi accompagna al piccolo giardino al livello inferiore, anch’esso foriero di vegetazione particolare, dai colori sgargianti che catturano l’occhio e soddisfano la curiosità.

In uno slargo di via, s’incontra il fabbro, che con brevi esperti colpi di martello foggia il ferro rovente appoggiato su una minuscola incudine. La sua abilità lascia perplessi sulla capacità dell’uomo rispetto alla macchina.

 hhhh

Di fronte a tali manifestazioni, pare quasi auspicabile un ritorno al passato, dove l’uomo sapeva come agire perché toccava ciò che faceva, lo sentiva opera sua, ne era esaltato e se ne prendeva la massima cura. Ogni oggetto confezionato o elaborato diveniva prezioso e non si sarebbe mai sospettata un’epoca caratterizzata dall’ “usa e getta”, dove il prodotto del lavoro non ha nessun valore, se non quello del profitto economico.

Per concludere “all’italiana”, l’escursionista ha un’ultima tappa ben precisa: il suo crotto preferito in Val Cannobina, che si chiama ACCOGLIENZA FAMILIARE, si raggiunge solo addentrandosi nel bosco, offre quanto di più rustico e naturale si possa desiderare ed ha prezzi approssimati per difetto al cibo che viene proposto, accompagnato da un’ospitalità che nessuna cifra potrebbe mai ripagare.

iiii

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2 commenti

  1. Alfredo Luciano ha detto:

    Gentilissima Maria Orsola Castelnuovo,ho letto l’articolo su Cavaglio san Donnino, la ringrazio per le belle parole rivolte alla mia persona, e agli hobby che coltivo, come i bastoni, e sopratutto alla passione, che nutro,per le piante, e i fiori,grazie di cuore. Alfredo Luciano Ferrari

  2. Den ha detto:

    Maria Orsola Castelnuovo

    La ringraziamo vivamente x le belle parole scritte sulla nostra Valle Cannobina, , la ringraziamo e l’aspettiamo all’edizione 2014 degli Antichi Mestieri

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