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MATURO? QUASI MARCIO! Riflessioni risentite e paradossali (ma non troppo) sull’esame di maturità

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Di Andrea Giardina

Ne sono certo. Non c’è niente di più nevroticamente insulso dell’esame di maturità. Niente di più così evidentemente inutile. Niente di così distante dal mondo di un diciannovenne contemporaneo. Lo stato vuole risparmiare? Abolisca la maturità allora. Milioni che finiscono in fumo senza nessun motivo. Mi sembra di sentirle le voci irritate dei convinti di turno, dei fissati del “rito di passaggio”, dei maniaci della “necessità di metterli (gli studenti, s’intende) alla prova”, dei soloni “dell’obbligo di certificare le competenze”. Noia, parole al vento, stanchezza. Sono vent’anni che sto in commissioni di maturità e da vent’anni vedo ripetersi le stesse situazioni e da vent’anni arrivo alle medesime conclusioni.

Cerco di spiegarmi procedendo per ripulse, personalissimi rifiuti, purissime idiosincrasie. Punto primo: la retorica. L’esame di stato è un feticcio usato dagli insegnanti per risvegliare gli studenti dormienti di fronte alle loro noiosissime lezioni. Serve a tappare i vuoti, a intimorire. Alcuni docenti sono felici quando avvertono che il gruppo di ragazzotti impalliditi che hanno di fronte pende letteralmente dalle loro labbra. Quando snocciolano i rischi delle prove d’esame, dando consigli su cosa fare o non fare, sperimentano l’ebbrezza del potere, la sadica gioia di avere in mano delle vite che a loro ingenuamente si affidano. Sia chiaro. Moltissimi docenti sanno che le loro parole non corrispondono a nulla di reale, ma più leggono segni di spaesamento negli occhi dei giovani allievi più – in quell’irripetibile istante – percepiscono di essere finalmente vivi.

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Retorica. La stessa che si vende all’ingrosso nei giorni che precedono e seguono l’esame. I servizi televisivi con interviste a mamme ansiose, i consigli dei dietisti, le parole dei vip che “ci sono già passati”. E poi l’enfasi sulle tracce, i temi svolti per i maggiori quotidiani nazionali dagli scrittori, le versioni tradotte da professoroni, le prove di matematica affidate agli scienziati. E i commenti degli opinionisti. E le interviste agli studenti che escono dalle aule di cui abbondano soprattutto gli ineffabili quotidiani di provincia. Ed infine – questa sì specialità esclusiva della stampa locale – le foto dei maturati a pieni voti, sorridenti e sghembi. Tutto fa sembrare incredibilmente decisivo quanto sta accadendo. L’Esame (con la maiuscola d’obbligo) viene fatto passare per un appuntamento davvero serio. Ma, se c’è una verità a questo mondo, è che l’esame – questo in particolare – può essere tutto ma non è mai serio. Perché? La prima cosa che mi viene in mente riguarda le commissioni, dove si ritrovano, mescolati e stanchi, insegnanti della classe ed insegnanti esterni. Forse accade in qualche situazione che la commissione sia percorsa dal sacro fuoco di verificare il livello di preparazione degli studenti, di scoprire a che cosa si sono dedicati durante l’anno, di sapere quali siano le loro predilezioni, di “valorizzarli” (incredibile, però così afferma la “Normativa”).

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Ma, perlopiù, l’idea fissa del presidente e dei commissari è quella di compilare il verbale. Punto. Non c’è altro. Fare l’esame vuol dire fare il verbale. E fare il verbale vuol dire rispettare la forma. E rispettare la forma vuol dire procedere affinché non ci siano “vizi” che potrebbero ingenerare il più occhiuto dei pericoli, ovvero il ricorso del candidato. Il secondo aspetto riguarda i tempi. Con eccezioni più che rare, l’obiettivo di tutti gli esaminatori è “finire”. Si punta a finire la giornata e, all’inizio timidamente poi via via con maggior decisione, a finire l’esame nel suo complesso. Di qui il rigidissimo calcolo dei tempi soprattutto dei colloqui, che talvolta si svolgono col presidente nei panni del cronometrista. Di qui le infrazioni silenziose al regolamento con correzioni delle prove scritte affidate al singolo commissario (dovrebbe esserci una davvero inspiegabile collegialità), che viene ripetutamente controllato proprio sui tempi di lavoro (praticamente mai si osa entrare nel merito delle sue valutazioni). Di qui le dispute che si scatenano per i turni di assistenza alle prove scritte dove tutti puntano al minimo impegno accampando i pretesti più ingegnosi (“Proprio oggi mi smontano il tetto”). Di qui le insofferenze verso il verbale (informatizzato ma spesso paralizzato dalle croniche difficoltà della pubblica amministrazione) quando blocca tutti per attese inopinate. Terzo aspetto, il soldo. Proprio perché cronicamente in difficoltà, gli insegnanti pensano quasi esclusivamente al pochissimo denaro (salvo negarlo a parole, in nome dei “valori”). Sin dai primi minuti di insediamento della commissione si cerca di capire quando arriverà il momento di sfilare in segreteria per dichiarare le proprie generalità. Moltissimi fanno i calcoli più aggrovigliati per conoscere a quanto ammontano le indennità di trasferta e qualcuno, quando scopre di non averne diritto, il giorno dopo manda un certificato di malattia. Ora, se qualche studente ha mai pensato che gli insegnanti discutessero a lungo della sua situazione, esaminassero i “percorsi d’esame”, leggessero addirittura le loro tesine, sappia, quest’ingenuo ex fedelissimo di babbonatale, di essersi completamente sbagliato. Di lui ci si preoccupa solo in un caso, ovvero se è un soggetto debole, che, in qualche modo, può correre il rischio di non essere promosso. Per lui si attiva subito una task force, perché gli inconvenienti di un insuccesso si sperimentano poi a livello di verbale (ancora lui!), con una ampia serie di complicazioni che sarebbe meglio evitare. E poi fermare uno studente rischia di incrinare i rapporti tra i docenti, suscita malumori che si protraggono per anni, innesca faide tra istituti che non possono essere facilmente sanate. Non è più facile chiudere un occhio? Non è più facile andare in soccorso mettendo a tacere il collega sanguinario che vorrebbe fare una strage?

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Non ci si faccia ingannare, allora. Quella rigidità, quel tono militaresco, gli sguardi vacui e taglienti, l’assenza di comunicazione o, all’opposto, il paternalismo manierato, le perquisizioni, la mai sopita paura del cellulare, i raid tra i banchi per aprire di colpo il dizionario e verificare se davvero si nascondono appunti illegali, i richiami (tipici delle professoresse) “Questo è un esame, ragazzi”, non sono le condizioni necessarie perché l’esame si svolga nella massima regolarità, ma sono, tout court, l’esame (questa volta con la minuscola).

Del resto, se l’esame è poco serio, una responsabilità ce l’hanno pure gli studenti, che spesso si presentano di fronte ai docenti non ricordando nulla, parlando a fatica, citando a vanvera, snocciolando frammenti di libro memorizzati la settimana prima, proponendo “ tesine” perlomeno inopportune. E’ evidente che gli studenti non hanno mai creduto alle parole dei loro insegnanti. E’ evidente che hanno intuito quale vuoto spaventoso si celi dietro allo sciatto rituale. Solo che non riescono a reggere nel loro atteggiamento fino alla fine. E, spinti dalla pressione mediatica (come dicono i giornalisti sportivi), cedono. Per cui cercano di abborracciare dei ragionamenti, fingono di essersi impegnati fin dai primi minuti dell’anno scolastico in un discorso “culturale” tanto ampio quanto indefinito. I più disperati, quelli che non sanno nemmeno imbastire la recita, attivano le complessissime procedure per copiare, dando fondo alle loro peraltro straordinarie competenze nano-tecnologiche. Solo pochissimi riescono ad avere quella visione panoramica ed enciclopedica che dovrebbe corrispondere all’essenza dell’esame – ma chi lo ha pensato? – e non è detto, tra l’altro, che siano loro ad ottenere i punteggi più alti.

Detto in sintesi , la Maturità è una farsa collettiva, una commediola talvolta molto malriuscita, il cui unico scopo è dimostrare al mondo il proprio diritto di esistere. Comparirà mai qualcuno che, armato di idee e di buonsenso e sgombro da pedagogismi, riuscirà finalmente a ripensarlo? Attendiamo.

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3 commenti

  1. Sandro De Fazi ha detto:

    Anche la mia esperienza è (più che) ventennale, ahimè, e trovo che è abbastanza vero quanto è scritto in questo articolo. A cominciare dall’esame di maturià che dal 1999 non si chiama più di maturiià ma di stato, sennonché, siccome siamo in Italia, continua ad essere un’esame di maturità. Penso che un significato e una qualche utilità ce l’abbia, costituisce per gli studenti un momento di confronto più oggettivo e dunque necessario. Certo dipende dai contesti in cui ci si muove, io ho fatto esperienze pessime e esperienze sublimi (raramente) o belle, ma fondamentalmente devo riconoscere che stare in commissione mi piace, se da esterno, perché ci si rapporta (purché ci si rapporti) con altre realtà sia degli studenti in primo luogo, sia dei colleghi di scuola.

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