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LE ROVINE DI COMO

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Di Andrea  Giardina

E’ nelle aree dismesse il senso del presente? E’ lunedì mattina, sono a piedi in una zona periferica di Como, un taccuino in mano. Attiro l’attenzione perché cammino dove si transita solo in macchina, mi fermo, guardo e scrivo. Vado a caccia di rovine, di edifici a pezzi, di posti senza più vita. Inizio da Albate, dai resti di una fabbrica, la Rasa.

304040_4785989__AND6790_16124574Il luogo è sorprendente. Tra le mura è cresciuto un vero bosco, fittissimo in alcuni punti, più rado e addirittura dolce in altri. Poche macerie, se non qualche lacerto di cemento armato che pende da ciò che resta dei muri perimetrali dell’edificio. Passo davanti ai finestroni che danno sulla strada, scorgo un ventilatore rimasto incastrato tra le grate. Mi fermo quando il muro diventa così alto da negarmi la vista. Mi colpisce il riemergere del verde (che piante saranno?). E’ il ritorno prepotente della natura e del suo insanabile conflitto con lo spirito di cui parla Georg Simmel? Oppure è “soltanto” l’antica lezione sulla caducità di ciò che è umano? Più la guardo e più questa però mi sembra una natura mostruosa, un eccesso, una proliferazione folle di patologie verdi. Il posto è malsano. Mi hanno detto che c’è l’amianto, ancora lì a spargere incubi. Allontanandomi scorgo a breve distanza la sagoma postmoderna dell’inceneritore. E’ un’architettura che mi affascina, anche per via di quello che fa, distruggere. Non lontano c’è la discarica. Sono i luoghi dell’azzeramento, dove gli umani volatilizzano ciò che sono stati. Nell’aria passa un’uggiosa leggerezza, forse è l’effetto terribilmente refrigerante che produce l’idea della fine.

degrado-area-ex-ticosa-como-1Con la macchina scendo verso il centro: non posso evitare, in questo itinerario degli abbandoni, il primo dei “luoghi sospesi” della città. Era da tempo che non mi fermavo a guardarla da vicino, l’enorme cicatrice dell’ex-Ticosa, labile traccia di un rudere tanto incongruo quanto, si direbbe, geniale nella sua incapacità di dissolversi. Al suo posto avrebbe dovuto sorgere un nuovo quartiere, ma oggi l’area sta nelle stesse condizioni di Prypiat, la città contigua a Chernobyl. L’affaire dell’amianto – pure qui – sembra aver definitivamente ibernato la vita. Ci sono vuoto e desolazione. Dei teli coprono ampie porzioni di terreno, ma a vincere è ancora la vegetazione, che cresce con violenza, spaccando in più punti la superficie in cemento. Non lontano, all’estremità opposta di viale Innocenzo XI, in prossimità della stazione di S.Giovanni, si apre un altro spazio delimitato da transenne metalliche. Sono alte circa due metri, per cui in punta di piedi riesco a vedere come stanno le cose dentro. Si accavallano cumuli di terra che creano un’orografia sinuosa. Le erbacce hanno ridisegnato i profili delle lievi dune. L’impressione è che si tratti di un’area dove l’uomo non ha più messo piede da decenni. Simmetrico, sull’altro lato della strada, c’è un hotel abbandonato con le finestre divelte, le pareti a brandelli.

456428_6962786__AND2687_1_20048641_mediumSe, come è stato detto, le rovine moderne sono la traccia non di antiche memorie ma di occasioni perse, di errori o di responsabilità, la conferma me la dà il cantiere del lungolago. Nel caotico ammasso di pietrame e materiale da lavoro, in quelle staccionate, in quella disarmante successione di oggetti in abbandono sta concentrato il malessere di certa contemporaneità, quella che abbina approssimazione e avidità. Ma cos’ha di particolare quel cantiere che ha trasformato in rovina ciò che non lo era? Probabilmente l’assurdità di sorgere là dove Como rappresenta se stessa. Come l’ex-Ticosa, situata nel punto d’approdo in città, la “fabbrica del lungolago” ha le caratteristiche dell’oggetto paradossale, quello che mai ci si aspetterebbe di incontrare proprio lì, posto a ostacolare uno dei panorami più conosciuti al mondo. Si dice imminente la riapertura del sito. Ma la lezione è terribilmente significativa. Como, la piccola e civettuola cittadina lacustre amata dai vip in transito immemore, in questi ultimi anni ha gettato la maschera, mostrando di essere una città malata, nevroticamente incapace di aprirsi al presente, che, lo si voglia o no, come insegna Marc Augé, vive di immagini e della loro spettacolarizzazione. A che serve allora illuminare le facciate dei palazzi se poi si trasforma per anni in un paesaggio da dopo-bomba l’intera area a lago? A che serve giocare a costruire i natali nordici se piazza Cavour, uno dei simboli della città, cade a pezzi? A che servono le immagini patinate se poi si è irresistibilmente attratti dalle macerie e dai lavori perennemente in corso, come se si volesse una volta per tutte chiudere le porte in faccia al bello (e a quelli che lo vogliono vedere)?

Phoenix_detail_from_Aberdeen_BestiaryProvo ad aiutarmi con Freud. Le rovine, ha detto, sono il segno duplice della caducità e della volontà di riscatto. Dagli ammassi di pietre dei nostri più o meno recenti passati, a suo parere, si può ripartire. Detto altrimenti, dietro ad ogni “storia di distruzione” si scorge quasi sempre una possibilità di rinascita. Speriamo.

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8 commenti

  1. monica ha detto:

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  2. trasporti ha detto:

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    Articolo molto interessante questi di sicuro non sono i soliti consigli triti e ritriti grazie per lo spunto.

  6. traslocare-a-roma ha detto:

    bel servizio, da provare, complimenti per il blog 😉 Continuo a seguirvi, aspetto con ansia nuovi aggiornamenti!!

  7. erica ha detto:

    Ottimo articolo, ne faro’ un punto di riferimento, chissa’ che quanto letto non possa aiutare anche me.

  8. beatrice ha detto:

    Ho semplicemente aggiunto il tuo feed all’RSS Reader… continuo a seguirvi, Grazie!

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