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RIFLESSIONE POST ELEZIONI AMMINISTRATIVE

  elezioni amministrativeDi Gianfranco Giudice

Dopo le elezioni amministrative di domenica e lunedì scorso, che riflessioni fare sulla politica? La vittoria dell’astensionismo aumentato del 15%, la sconfitta di Grillo e la ripresa del PD che cosa ci dicono, al di là dell’immediata fenomenologia degli eventi? Credo che la fase nuova che si è aperta con la nascita del governo delle larghe intese presieduto da Enrico Letta farà da levatrice ad una ristrutturazione complessiva della politica in Italia, in sintonia con fenomeni più ampi che accadono a livello europeo e globale. Se dovessi sintetizzare il tutto con poche parole, direi morte della politica e sua trasfigurazione. La politica tradizionale, di cui anche gli anni della cosiddetta seconda repubblica sono stati una rappresentazione particolare, è finita per sempre e quello che ancora è sotto la cenere del vecchio ma fatica a comparire, sarà una politica di tutt’altro genere rispetto al passato anche recente. Nel ‘900 la politica aveva l’ambizione di guidare i processi sociali ed economici, era guidata da una idea della storia e del mondo che funzionava da bussola dell’azione politica contingente. L’epoca della cosiddetta seconda repubblica è stata caratterizzata dall’illusione da parte della politica, attraverso la scorciatoia del leaderismo e del bipolarismo, di poter ancora guidare i processi sociali ed economici, non più guidata tuttavia da alcuna ideologia ma dai sondaggi di opinione. Tra l’inizio degli anni ’90 e la fine del primo decennio del XXI secolo sinistra, centro e destra hanno conosciuto la consumazione e l’eclissi di ogni pensiero politico, sostituito dall’adesione al corpo mistico di un leader, secondo il paradigma berlusconiano. Sotto la pelle degli eventi politici si stava nel frattempo compiendo la piena unificazione politica ed economica europea, ovvero agiva l’autentico motore che spingeva la ristrutturazione e la trasfigurazione del sistema politico italiano, insieme allo stesso modo di fare e pensare la politica. Il vincolo economico dell’Europa stava progressivamente, ma inesorabilmente, togliendo ogni spazio alle velleità politiche dei singoli partiti, le cui sigle diventavano sempre più gusci vuoti. Solo la droga del berlusconismo e dell’antiberlusconismo, con la variante del roboante leghismo, hanno permesso in Italia per circa vent’anni alla politica e ai partiti di sopravvivere con l’illusione di contare ancora qualcosa. L’esplosione recente del fenomeno di Grillo ha rinnovato nuovamente questa illusione di poter incidere politicamente nella realtà, a partire da un generico appello alla partecipazione e alla democrazia diretta che annullerebbe ogni mediazione tra società civile e istituzioni. L’ideologia dell’anticasta è l’ultimo cascame dell’autoinganno della politica dopo l’eclissi del ‘900. Il risultato elettorale di ieri ci riporta brutalmente alla realtà, Grillo tracolla, i 5 Stelle sono fuori dai ballottaggi di tutte le città dove si è votato per le elezioni amministrative. Questo accade perché il grillismo è il sintomo di una malattia, non certo la cura, e la malattia è la fine della politica come partecipazione democratica in grado di incidere davvero sulle scelte pubbliche importanti e strategiche. La politica liquida del tempo presente, con soggetti che nascono e muoiono nel volgere di poche settimane oramai, vedi per esempio il fenomeno Ingroia, ci dice che siamo in presenza di movimenti e agitazioni che non hanno alcuna possibilità di incidere e modificare il corso profondo di eventi guidati dalla logica economica della globalizzazione capitalistica, entro cui è inserita l’Unione europea. La politica nazionale è morta e si è trasfiguarata nella politica dell’Europa, con cui ogni soggetto politico nazionale deve necessariamente fare i conti, come una sorta di esecutore di ordini, con al più qualche minimo margine di manovra. Ed eccoci al governo Letta, questo è l’autentico interprete della nuova politica trasfigurata, che cancella definitivamente ogni illusione di distinzione, ancora presente nell’epoca della cosiddetta seconda repubblica, tra sinistra, centro e sinistra. Il PD si trova oggi collocato esattamente nello snodo di questa trasformazione, la sua stessa crisi è la sua trasfigurazione. Se qualcuno, in particolare a sinistra del PD, spera o si illude che quel partito possa implodere e frantumarsi, ripone male le proprie speranze, perché il Partito democratico si sta già ricompattando attorno ad una nuova strategia di gestione del potere, nell’epoca della piena integrazione europea. La politica trasfigurata sarà totalmente tecnocratica, ed un personaggio come Enrico Letta appare come il migliore interprete di questa mutazione genetica. Renzi nel PD è la variante più dinamica e giovane, all’interno tuttavia di un paradigma politico unico. Il PD attuale mi appare, mutatis mutandis, un po’ come il PSI all’inizio dell’era craxiana, in quel lontano luglio del 1976 all’Hotel Midas di Roma, quando in nome del rinnovamento generazionale tutte le anime del Partito socialista misero in soffitta definitivamente ogni velleitarismo di sinistra e si posero sotto lo scettro di Bettino Craxi in nome della governabilità a qualunque costo e a qualunque prezzo e in nome di una modernità intesa in modo asettico e acritico. Renzi potrebbe essere nel PD il novello Ghino di Tacco di craxiana memoria, protagonista nei prossimi anni della nuova politica trasfigurata, nell’epoca della globalizzazione capitalistica ed in essa della piena integrazione europea. Torniamo per concludere alle elezioni amministrative di domenica e lunedì scorso. Se la politica sta diventando quello che abbiamo descritto, e se gli uomini fanno sempre qualcosa per un senso di utilità, materiale o emotiva che sia, allora perché meravigliarsi che un altro 15% di elettori non si sia recato alle urne? Oppure, al contrario, se le cose stanno così, non possiamo rallegrarci che ancora così tante persone decidano di andare a votare?

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2 commenti

  1. Franco ha detto:

    D’accordo che i cittadini non si sentono più rappresentati
    D’accordo che i partiti attuali hanno esaurito la loro spinta (solo una radicale trasformazione li salverebbe)
    D’accordo che Grillo “é un sintomo della malattia e non la cura”
    D’accordo che il mondo cambia e la politica attuale ha colto l’esigenza, ma non sa dare risposte

    Però sostenere che il PD si stia trasformando per cogliere la nuova realtà non mi sembra coerente con quanto é visibile.
    E’ vero che esistono i Letta ed i Renzi, ma continuano a far sentire la loro voce anche quegli iscritti (che hanno sonoramente bocciato Renzi alle primarie) che vedono in Fassina, Epifani, Bersani i loro leader.
    Le loro posizioni decisamente contrarie o al massimo tiepide verso il riconoscimento delle trasformazioni in atto nella nostra società, in tema ad esempio:
    di alleggerimento della macchina dello stato,
    di riduzione della numerosa presenza assembleare in Parlamento, Regioni, Province, Comuni
    di alienazione delle società pubbliche o partecipate dalle ns. amministrazioni
    di revisione profonda delle normative del lavoro
    di vendita del patrimonio dello stato
    di spinta dei giovani verso il mondo produttivo (non solo a parole)

    Queste vischiosità pesano per la dirigenza del PD (anche se rappresentato da persone degne), quanto pesano per il PdL le esigenze personali di Berlusconi.
    Posso anche sbagliarmi (anzi, per il bene dell’Italia posso augurarmi il contrario), ma non vedo realisticamente la possibilità per i partiti attuali di rigenerarsi in modo adeguato ed in tempi brevi.
    Anche se non vedo nessuno all’orizzonte, credo che si presenterà qualcuno a raccogliere il testimone di partiti e classi dirigenti evidentemente a fine corsa.
    Alla peggio ci uniamo al Regno Unito, se ci vogliono, e votiamo per “Laburisti” o “Conservatori”: che Dio e l’Europa ci salvino da noi stessi !!!

  2. FrancescoMentasti ha detto:

    E’ opinione diffusa che l’incremento del tasso di astensione alle ultime elezioni non testimoni altro che una generica, diffusa e preoccupante sfiducia dei cittadini nella possibilità che l’azione politica possa incidere realmente sul proprio futuro. Ma leggere l’astensionismo unicamente in questo senso potrebbe risultare riduttivo.
    La politica, quella partecipativa, democratica, quella costituzionale per come noi l’intendiamo da più di mezzo secolo i Italia, quella non è morta. Solo si sta trasformando, e su questo posso condividere la tua analisi. Purtroppo però per noi, si tratta dell’ennesima trasformazione “gattopardiana” per cui se cambia tutto, o se tutto sembra cambiare, tutto rimane come prima.
    La seconda Repubblica, termine tanto odioso, come tutti i 2.0 che annunciano solo a parole un cambiamento, salutato italianamente sin dal principio come un punto di svolta epocale, sappiamo essersi rivelato come l’ennesima occasione persa per darci anche solo una parvenza di paese civile.
    Occorre essere chiari però. L’ennesima illusione che allora tutto potesse cambiare non apparteneva alla classe politica, che ben sapeva essere quello stravolgimento null’atro che un rimescolamento delle carte per sostituire a Ghino di tacco l’amico di Ghino di Tacco. La classe politica era ben consapevole che non avrebbe perso la sua funzione ed il suo potere. Ed è quello che è accaduto, almeno in Italia, a prescindere dai muri che la storia ha abbattuto. La politica in Italia, o meglio i politici, contano, contano molto e su di essa fa affidamento la stragrande maggioranza dei cittadini. Senza scomodare pseudo analisi sociologiche sul fenomeno del clientelismo, non dobbiamo domandarci perché di fronte ad una chiesa crollata dopo un terremoto, ad una città soffocata da miasmi di un’azienda siderurgica, alla mancanza di fondi per sostenere la cassa integrazione, la gente invoca l’intervento dello Stato. Non dobbiamo domandarcelo, perché la risposta l’abbiamo già, o forse l’abbiamo sempre avuta: siamo dipendenti, socio-psicologicamente parlando, dalla politica, dai suoi uomini, dai suoi protagonisti, gli stessi che affollano trasmissioni televisive dove, per definizione, si va per parlare e non per fare.
    E paradossalmente anche Grillo non ha potuto sottrarsi a questo protagonismo, dal momento che in campagna elettorale è risultato il leader politico di cui più si è parlato.
    Essere contro la casta per poi presentarsi alle elezioni, e portare più di un centinaio di persone in Parlamento, è stato il suo suicidio politico.
    Comunque vorrei assicurare gli affamati di malcontento, che fremono per mettere una croce sulla scheda elettorale convinti che “questa volta si cambia”, che, morto un Grillo, se ne farà un altro. Oramai le “novità” non le contiamo più in questo Bel Paese, e la politica liquida, non ultima quella di Letta, e domani quella di Renzi, ce lo testimoniano e testimonieranno appieno.
    La trasfigurazione della politica italiana, e non solo italiana, nel tecnicismo delle politiche europee non sposta la questione, dal momento che il problema primario di fondo in Italia non è l’oggetto della politica quanto i soggetti che la fanno, e che la fanno da tanto tempo annunciando puntualmente ogni volta di incarnare il nuovo. Puntualmente gli italiani ci cascano come pere mature, ad eccezione di quelli che, astenendosi, parafrasando Montale, affermano che “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.
    Tuttavia se l’astensione non può rappresentare la soluzione, nemmeno può essere considerata l’espressione ideologica dell’ anticasta; quella l’hanno già cavalcata, con l’avallo degli elettori italiani e con gli effetti che sappiamo, Bossi, Berlusconi, Grillo e, chissà un domani, magari Renzi.

    Francesco Mentasti

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