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MASSIMILIANO PARENTE, MATERIALISMO E LETTERATURA. NOTE CRITICHE

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Di Luigi Torriani

Leggo sempre gli articoli di Massimiliano Parente su Il giornale e ho letto il suo ultimo romanzo – L’inumano – uscito nel 2012 per Mondadori. Mi piace come scrive – è un grandissimo scrittore –, ma spesso non mi piace cosa scrive. Soprattutto non mi piace la concezione del mondo e della vita su cui si fonda la sua produzione letteraria.

DNA_bruce_lipton_genetica_psicologiaUna concezione che è espressa molto bene in un interessante articolo uscito sulla rivista Le Scienze di maggio 2013 (Massimiliano Parente, “Il romanzo e la fine della materia”, Le Scienze, maggio 2013, pagg. 72-79). Secondo Parente la scienza moderna e contemporanea (“la visione reale, evoluzionistica, termodinamica, dell’universo moderno”) ha distrutto “l’ordine fittizio della filosofia prescientifica garantito dalla religione” e ha mostrato la verità del “materialismo della vita”, una realtà in cui “ogni nostro respiro e pensiero è dovuto alla materia”, la “materia che compone il nostro corpo” e che “è composta di atomi che si sono formati in qualche supernova miliardi di anni fa”, mentre gli uomini sono “organismi mortali” e “mammiferi sullo stesso piano di altri animali, generati da un’evoluzione senza scopo” nell’ambito di “un piccolo pianeta tra miliardi di stelle, tra centinaia di miliardi di galassie, in un universo in espansione destinato a raffreddarsi”.

Nel frattempo – sostiene Parente – la letteratura (che – al pari dell’arte – “o è importante per la conoscenza, o non è poi così importante”) è rimasta indietro. Gli scrittori e i letterati umanisti non hanno tenuto conto e non tengono conto degli “sconvolgimenti della biologia, dell’astronomia, della meccanica quantistica”, continuano a vivere “in una trascendenza dorata e fuori tempo massimo”, “ottusamente impermeabile alle scoperte scientifiche” e anziché raccontare “la vera tragedia dell’essere umano” che è il “dover prendere coscienza della materia di ogni cosa”, parlano ancora di Anima, di Natura, di spiritualità, di Dio, di aldilà, mettendo “la testa sotto la sabbia” e “alzando gli occhi al cielo” per consolare e per nascondere la verità a se stessi e ai lettori. Naturalmente con alcune eccezioni, ovvero Parente stesso, Ian McEwan, Michel Houellebecq, e prima di loro Marcel Proust, più una serie di altri autori (Gombrowicz, Gadda, Beckett, Camus) in cui troviamo “una presa di coscienza dell’entropia” ma non “fondata su una precisa visione scientifica” e “tutta interna al pensiero umanistico-filosofico”. In un altro grande autore come Antonio Moresco, nei “Canti del caos”, è presente l’elemento dell’entropia “come incubo cosmico-capitalistico” ma “purtroppo con la solita morale finale: se le cose vanno male la colpa non è della natura ma dell’uomo, e con la solita tendenza mistica che non fa mai male, magari infilando un senso magico, salvifico, un aldilà, nella materia oscura”. In altri autori, come Italo Calvino (“Cosmicomiche”) la scienza c’è ma è “ridotta ad aneddoto, a favola felice”, a “tema di gioco”, “eliminandone il lato tragico”, mentre gli scrittori di fantascienza (“da Verne a Lovecraft a Crichton”), al di là di una valutazione sulla qualità letteraria dei loro scritti, quantomeno “si sono avvicinati senza timore alla scienza”. A parte alcune eccezioni, comunque, la letteratura è rimasta indietro rispetto alla scienza, e mentre il pensiero scientifico distruggeva l’ordine metafisico, divino e mitologico del mondo, gli umanisti restavano e restano tuttora legati al vecchio universo.

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 Diversa è la situazione dell’arte, dove la rivoluzione scientifica è entrata (portando con sè il “disfacimento dell’arte” stessa, strappando la tela per “arrivare a mettere in scena il caos della materia stessa: l’oggetto senza significato”) già con prime avanguardie artistiche del primo Novecento e si è compiuta con la figura di Marcel Duchamp, proseguendo poi “con le pattumiere di Arman, i rottami arrugginiti di Tinguely, le feci inscatolate di Manzoni, i sacchi di Burri, i rimasugli di cibo di Spoerri, i cadaveri di Serrano, fino ai recenti animali sezionati da Damine Hirst”. Marcel Duchamp “inventò il readymade: qualsiasi oggetto scelto dall’artista poteva diventare un’opera d’arte. Proprio così, qualsiasi oggetto. Tutto era arte, ma anche niente poteva esserlo più. Prendete un’asse da stiro ed esponetela in un museo, prendete un Rembrandt e usatelo come un’asse da stiro. Sono le cose che mettono in mostra se stesse, la loro inquietante indifferenza di cose. Infatti i readymade, a differenza degli oggetti surrealisti, venivano scelti proprio per la loro indifferenza, secondo una precisa disposizione di Duchamp. Indifferenza degli oggetti, che richiama l’indifferenza delle nostre cellule al nostro destino, degli atomi di cui siamo fatti, delle stelle nel buio cosmico: l’indifferenza come proprietà universale della natura e dell’universo in cui ci troviamo a vivere”. È venuto (da tempo) il momento di compiere questa rivoluzione anche nella letteratura. Cioè è ora che anche i letterati e gli umanisti si adeguino alla verità (il materialismo) mostrata dall’evoluzione della scienza moderna e contemporanea.

Cosa c’è che non va in tutto questo? Dunque:

Mi sembra che le questioni in gioco siano tre:

1) gli scrittori in genere non hanno studiato e non studiano abbastanza l’evoluzione delle scienze moderne e contemporanee.

2) Se avessero studiato e se studiassero seriamente l’evoluzione delle scienze moderne e contemporanee, capirebbero la verità del materialismo.

3) I pochi tra gli scrittori che conoscono l’evoluzione delle scienze moderne e contemporanee e la questione del materialismo, continuano per lo più a “mettere la testa sotto la sabbia, alzando gli occhi al cielo”, cioè praticano una letteratura consolatoria per non ammettere la “vera tragedia”, che è la realtà del materialismo, di fronte a se stessi e ai lettori.

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 Risposte

1) Parente, secondo quanto lui stesso afferma, legge ormai “quasi solo saggi scientifici”, e lamenta l’ignoranza della gran parte degli scrittori sulla termodinamica, sulla meccanica quantistica e sull’evoluzione dell’astronomia e della biologia. Se però fosse interrogato in storia della filosofia politica, in storia della psicoanalisi, o in storia del pensiero economico (materie tutt’altro che secondarie e che hanno avuto anch’esse una storia “pesantissima” nel ‘900….) dubito che mostrerebbe i medesimi livelli di preparazione. Piaccia o non piaccia, è impossibile riproporre oggi l’ideale dello scienziato o dello studioso totale di tipo aristotelico o rinascimentale. Notoriamente in Italia c’è stata per troppo tempo una sottovalutazione delle scienze negli ambienti umanistici, un fenomeno di matrice idealistica, crociana e gentiliana. Questo guardare dall’alto in basso le scienze, tipico di molti umanisti italiani, è un errore. Ma nemmeno ha senso pretendere che tutti gli scrittori abbiano come letture principali testi di fisica o di biologia. Ci sono scrittori che scrivono romanzi storici e approfondiscono e studiano per anni il periodo storico in cui intendono ambientare il romanzo. Altri sono buoni conoscitori di storia dell’editoria, di storia del giornalismo, di filosofia medievale, di antropologia, di sociologia, di psicologia, di psicoanalisi, di economia, e così via all’infinito. L’universo (umano e letterario) è bello perché è vasto ed è vario. Ed è assurda la pretesa che chiunque voglia fare letteratura debba essere necessariamente un profondo conoscitore degli sviluppi della meccanica quantistica, altrimenti è inadeguato.

La letteratura (e l’arte) “o è importante per la conoscenza, o non è poi così importante”. Bene, ma “conoscenza” non sono soltanto i principi della termodinamica o le neuroscienze. Se si racconta una storia d’amore approfondendo con competenza (e con qualità letteraria) gli aspetti psicologici e psicanalitici e i sentimenti dei personaggi, si fa un’operazione di conoscenza, anche se non si parla di neuroimaging, e di aspetti biochimici, ormonali o neurali dell’innamoramento. Se si scrive un romanzo ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale dopo aver letto decine di libri di storia militare, si fa un’operazione di conoscenza, anche se lo scrittore non ha ancora approfondito gli esperimenti mentali di Damasio. Anche lo studio delle religioni, della storia delle religioni e della storia del pensiero religioso è oggettivamente e per chiunque – credenti e atei – una fonte immensa e inesauribile di conoscenza sul mondo, sull’uomo e sulle culture umane (quindi di possibile ispirazione letteraria). Gli scrittori fanno delle scelte, e per fortuna non fanno tutti le stesse scelte (il problema, semmai, è chi pretende di scrivere storie senza approfondire nulla, ma qui usciamo dalla letteratura). Va benissimo ed è apprezzabile che Parente legga centinaia di saggi scientifici. Soltanto, non capisco perché disprezzare chi ha scelto di leggere prevalentemente altro e di occuparsi d’altro.

2) Ci sono state e ci sono delle persone non atee anche tra i biologi, i fisici, i matematici, gli astronomi, i medici, i filosofi della scienza, e ci sono state e ci sono – sempre tra queste categorie – delle persone atee e agnostiche ma non materialiste. Il professor Enrico Giannetto, fisico e filosofo (tra le altre cose insegna “Storia della scienza” all’Università degli Studi di Bergamo), cristiano, ha scritto un libro (“Un fisico delle origini”, Donzelli, 2010) la cui tesi di fondo è che l’evoluzione delle scienze nel XX secolo non solo non porta nella direzione del materialismo e dell’ateismo, ma addirittura andrebbe nella direzione di un progressivo abbandono del meccanicismo e del materialismo, che è esattamente il contrario di quanto sostiene Parente. Parlo di Giannetto perché ho letto il suo libro recentemente, ma gli esempi potrebbero essere innumerevoli. Di fatto, piaccia o non piaccia, ci sono molte persone che hanno conoscenze scientifiche analoghe o superiori a quelle di Parente e non approdano all’ateismo e/o al materialismo.

3) Qui si entra nel campo delle ipotesi non falsificabili. Non credo che Parente abbia un accesso diretto e privilegiato ai pensieri degli scrittori non atei e non materialisti, e mi sembra ingeneroso affermare che chi conosce l’evoluzione delle scienze nella modernità e nella contemporaneità e non propugna l’ateismo o il materialismo, lo faccia non perché non è ateo o materialista per convinzione meditata ma perché ha paura ad ammettere la tragica verità del materialismo e dell’ateismo.

massimiliano-parente1Aggiungo, e concludo: se anche fosse corretto tutto quanto Parente scrive sulla “verità del materialismo”, cosa dovremmo fare? Passare la vita a guardare l’orinatoio di Duchamp, bruciando le opere pittoriche del Rinascimento e del Barocco? Leggere duecento volte “L’inumano” di Parente? Non credo che la “verità del materialismo” toglierebbe senso e bellezza alle opere – letterarie e figurative – che parlano di realtà spirituali o di anima. E non credo che la Bibbia smetta di avere fascino per chi ritiene che Dio non esiste. Va bene non separare nettamente l’arte e la letteratura dalla conoscenza, ma ridurre l’arte e la letteratura a una questione di conoscenza mi sembra veramente troppo. L’arte e la letteratura hanno anche (e prima di tutto) a che fare con la dimensione del bello, la dimensione del piacere estetico, e anche – perché no? Non è una parolaccia – con la dimensione della “consolazione”. Dove il contenuto uccide la forma – resta valida la lezione di Hegel – si ha la morte dell’arte (e della letteratura).

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1 commento

  1. […] della visione del mondo che emerge dai libri di Parente, in parte ne ho già parlato tempo fa qui su Eidoteca (per quanto riguarda il materialismo), per il resto mi limito ad augurare e ad augurarmi che molte […]

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