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LA RAGIONE DELLA MIA VITA DI EVA PERON

Evita

Di Sandro De Fazi

Ho letto l’autobiografia di Evita Perón proprio nei giorni che hanno preceduto la morte del generale Jorge Raphael Videla, avvenuta il 17 maggio scorso. Col golpe militare del 1976, Videla aveva deposto la presidente della repubblica costituzionalmente legittima, Maria Estela “Isabelita” Martinez, che aveva assunto l’incarico fin dal 1° luglio 1974. La storia dell’Argentina della seconda metà del Novecento è un susseguirsi di colpi di stato quasi all’ordine del giorno, tra terrorismo e guerriglie, a parte il fatto che è esistita anche una sinistra peronista partecipe della guerriglia contro il governo in carica, perciò è difficile districarsi in vicende caratterizzate da continue e violente prese di potere e relative deposizioni. Videla nello stesso 1976 fu destituito da Roberto Nola, a sua volta sostituito da Leopoldo Galtieri, e così via per ricominciare con Videla: non se ne uscirebbe più a valutare tutti i risvolti di uno stato di cose così agitato brutale fluido incandescente e, perlopiù, estraneo ai rapporti di forza e alle prassi consuete della storia d’Europa.

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I fascismi dell’America latina – dove gli squilibri economici sono sempre stati pesantemente accentuati, rendendo pregiudizievole lo stesso accesso all’istruzione, come quelli africani e del Medio Oriente – si distinguono da quelli europei proprio per l’inesistenza di uno stato liberale prima del loro avvento. Non ci sono ancora da noi sufficienti nessi o affinità tra l’America latina, per via delle specifiche articolazioni di quei sistemi, e le crisi sociali e politiche che riguardarono il vecchio continente dopo la prima guerra mondiale, fermo restando che furono differenziati tra loro, talvolta in modo notevole, pure i fascismi europei. Quel che è indiscutibile è che non soltanto programmaticamente La ragione della mia vita. Evita racconta se stessa (a cura di Vanni Blengino, Editori Riuniti 1996) è un libro organico al peronismo e propagandistico a sua volta ma esso stesso è propaganda, anche sul piano internazionale, attraverso l’esaltazione dei descamiciados e il silenziamento della dissidenza. È dunque un brutto libro, come tutti i testi ideologici. Fin dalle prime pagine si capisce che la vera “ragione di vita” è il generale Perón al punto che si parla esclusivamente di lui e non di Maria Eva Duarte, se non fosse che al peronismo molto contribuì la grande esperienza comunicativo-mediatica e l’epico carisma di Evita.

Appena eletto presidente della repubblica il 24 febbraio 1946, il parlamento aveva concesso poteri eccezionali a Juan Domingo, in una situazione in cui i partiti erano già stati messi fuori legge. La dittatura peronista, osteggiata da Borges con insolito interventismo nella narrazione, come prontamente ricorda Blengino nell’introduzione, esercitando un forte controllo sulle opposizioni e sulla stampa resse per un decennio, fino al 1° maggio 1956, quattro anni dopo la morte di Evita, che segna il terminus post quem dell’entrata in crisi del primo regime. Implicitamente, e qua e là palesemente, La ragione della mia vita è anche un libro autocelebrativo, nonché circostanziata e strategica testimonianza di dedizione fedele a quel singolare amalgama di populismo, antimarxismo, antiegualitarismo filosofico applicato alla controrivoluzione, vago cristianesimo sociale, operaismo, giustizialismo, neosocialismo, che fu il peronismo. E con la conseguenza che se, da un lato, non intaccò minimamente i privilegi economici di una casta oligarchica e accentratrice, riuscì allo stesso tempo a realizzare un relativo miglioramento del tenore di vita popolare, sia pure in nome di una strumentazione retorica nazionalistica: «Perché ho sempre sofferto di fronte all’ingiustizia? Perché non mi sono mai rassegnata a considerare ricchi e poveri come qualcosa di naturale e logico? Perché ho sempre provato indignazione di fronte ai detentori del potere e del danaro che sfruttavano gli umili e i poveri?» (p. 68).

Evita Madonna

Il motivo del legame tra il leader e il popolo, di cui Eva è mediatrice, è ribadito con irritante frequenza. Più che un’igienica salvaguardia della propria intimità, a dispetto della facies pubblica, l’autoconsacrazione all’idolo assume i risvolti della scissione schizofrenica: «Solo pochi giorni all’anno rappresento il ruolo di Eva Perón, ruolo che credo di svolgere sempre meglio, giacché non è difficile né sgradevole. La maggior parte dell’anno sono, invece, Evita, ponte teso tra la speranza del popolo e le capacità realizzatrici di Perón, prima peronista argentina; un compito, questo sì, che mi riesce difficile e nel quale non sono mai pienamente soddisfatta di me» (p. 91). I pomeriggi dedicati all’assistenza ai poveri sono vissuti dall’intermediaria come i soli momenti di riposo nel corso delle sue sfibranti giornate, nel rigetto di ogni aspetto romantico, in realtà pertinacemente perseguito: per lei «è solo e rigorosamente giustizia. La cosa che più m’indignava all’inizio dell’attività di assistenza sociale era che la definissero elemosina o beneficenza» (p. 143). Il suo impegno è completamente gratuito: «Mi reco al mio lavoro di ogni giorno pensando che sia un impiego qualsiasi, come se mi pagassero per quello che faccio. Io non ho nessuno stipendio. Sono libera, assolutamente libera» (p. 176). Viene da chiedersi quale popolo abbia davvero creduto a una simile groviglio di affettazioni e luoghi comuni.

Ma questo testo emblematico si sovrappone alla realtà di Perón fino a farsi portavoce del peronismo, il mito del Perón-Evita inteso come il Perón di Evita continuò a sopravvivere più del Perón reale e attecchì nella piccola borghesia e nel sottoproletariato. Il movimento tornerà sulla scena politica nel 1973, quando Juan Domingo sarà di nuovo, dopo il lungo esilio nella Spagna falangista, presidente della repubblica e la terza moglie Isabel Martinez sua vicepresidente. Dopo la sua morte infatti, nel luglio del 1974, Isabelita ricopre la prima magistratura della nazione, ai cui poteri già era stata, nel frattempo, delegata dopo l’infarto che aveva colpito Perón. In verità la presidente accentua il carattere autoritario o semi-autoritario del regime rimuovendo quattro ministri concilianti con le opposizioni e il 17 febbraio 1976 chiude il parlamento per tre mesi. Il governo non è in grado di frenare le azioni terroristiche che durano da un anno e si dimette, ma appunto a marzo il colpo di stato militare di Videla spodesta Isabelita e la obbliga agli arresti domiciliari.

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Isabelita Perón arrivò a tanto in seguito all’aggravarsi della crisi economica, con un’inflazione spropositata che fu l’incubo dell’Argentina fino a tutti gli anni Ottanta, e soprattutto agli attentati contro le forze militari di Buenos Aires per mano dei guerriglieri Montoneros, costituiti da socialisti peronisti, ispiratisi al retaggio politico di Evita (con lo slogan Si Evita viviera sería montonera), delusi dal ritorno in patria del leader. Se la democratica Spagna coi suoi governi socialisti del dopo Franco non dà però ancora oggi l’estradizione a Isabelita, ci saranno pur delle ragioni. La giunta militare di Videla, durata fino al 1983, fu spietata. Evita non deteneva un potere diretto, né ci sono prove della responsabilità di Isabelita Perón nell’inquietante questione dei trecentomila desaparecidos massacrati, che riguarda sicuramente Videla.

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