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MA QUANTO E’ BRUTTA LA BRIANZA?

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Di Andrea Giardina

Non cerco consolazioni, nemmeno nel paesaggio. Però è domenica e mi trovo a passare in macchina lungo la strada che va da Cantù ad Inverigo. Sarà probabilmente l’ora – le due e mezzo del pomeriggio, orario metafisico per eccellenza – ma mi sembra di non aver mai visto una simile sfilata di orrori.

aPalazzine operaie di cinquant’anni fa, tristissime e modeste, si alternano a villette in pieno stile sudtirolese, queste con i prati pettinati, le altre con portoncini tirati a lucido. Appena si riprende fiato ecco gli inesorabili capannoni industriali, smisurati, ingombranti, noncuranti. In strada non c’è nessuno, a parte qualche assembramento solo maschile davanti a un bar. Niente di nuovo, s’intende. Però l’assedio del brutto mi fa paura. E’ davvero un guazzabuglio di insopportabili insulti allo sguardo questa laboriosa e sonnacchiosa Brianza!

Non si salva niente, niente! Oppure si salvano solo quelle sporadiche macchie di verde escluse – per ora – dalla devastante sete di cemento (non so come mai, ma l’idea che “l’area paradisiaca” sia a cinque minuti dall’inaccettabile mi fa ancora più soffrire). Forse per resistere bisognerebbe imparare a selezionare, a guardare solo quando fa meno male. Ma come riuscirci?

1357700-31752646_orAllora si preferisce l’anestesia. Semplicemente, ci si dimentica, ci si chiude dentro, nell’indipendenza delle casette o degli appartamenti con vetri doppi e doppi servizi (ma che ci sarà dentro a quei mostri con i mattoncini lindi?). Ci si nega all’occhio, non si pensa più al fuori, è irrilevante che sia esteticamente accettabile. Ci si rifugia nelle generalizzazioni – in fondo è dappertutto così. Si guardano gli schermi in alta definizione, nel solito uno contro uno che è il nostro presente, l’era della solitudine, della finta amicizia, della convinzione d’indipendenza che ci ammala tutti. E il paesaggio di queste patologie è il segnale, il più evidente, ma anche il meno considerato (il paesaggio è di tutti e quindi è di nessuno).

il-lago-di-comoOra, è chiaro che il problema cresce e diventa vistoso per via di un contrasto, a dir poco intollerabile. Infatti la Brianza conduce verso il Lago di Como, simbolo planetario del pittoresco, luogo di delizie cantato ancora dai menestrelli locali (ce ne sono, e sono davvero menestrelli). Detto brutalmente: che ce ne facciamo delle oleografiche immagini del lago, quando tutto attorno si stringe l’assedio del brutto? Che ce ne importa dei panorami tardo romantici costruiti come fondali per sguardi esclusivi e per sentimenti leggeri da signorine al rosolio se poi, in realtà, il novanta per cento del resto è in mezzo alla schifezza (per cui il novanta per cento del tempo del novanta per cento degli abitanti si sviluppa dentro ai confini dell’ “antiestetico”)?

como01gSi abbia il coraggio di ammettere che la laboriosa terra brianzola è una sfilata di ferite mortali ad un ambiente che avrebbe potuto essere trattato diversamente. E si dica, in aggiunta, che questa non è la normalità. E si ammetta che il muro sul lungolago di Como aveva davvero un senso, quello di chiudere per sempre la vista aperta sull’inconcepibile, e contemporaneamente, quello di separare i due mondi.

Villetta_a_schiera_vendita_Cantu__315157554Ma c’è qualcosa in più. Qualcosa che si intuisce non appena ci si addentra sull’argomento con chi non si è mai dedicato al doloroso argomento. Ovvero, molti edifici contemporanei sono pensati (e sono stati realizzati) nella (e con la) convinzione che siano addirittura seducenti, suggestivi, ordinatamente eleganti, dolci espressioni del fare, consolazioni alle lunghe trafile di fatiche generazionali. Qualcuno immagina che il giallino con cui si intonacano le villette geometrili (la definizione è di Gianni Celati) sia chic. Qualcuno davvero pensa che la fetta di giardino col gelsomino e il barbecue in cemento sia attraente. Qualcuno suppone che aver messo uno chalet in pianura sia una scelta azzeccata. Ecco il vero disastro. Almeno nell’Italietta del boom, quella in cui, come avvertiva Pasolini, per la prima volta tutto il paesaggio urbano si era messo turbinosamente in moto, si aveva la certezza del brutto che si stava realizzando in nome di altre esigenze. Ora invece no. Ora non si sa che cosa si sta combinando. Carlo Emilio Gadda, che di disgusti era specialista, descriveva la Brianza del primo Novecento come una raccapricciante serie d’incongruenze architettoniche, generate dal cattivo gusto della borghesia milanese, di cui la sua villa di Longone al Segrino era l’emblema. In effetti, la sua ipersensibilità schizzinosa lo aveva condotto ad intuire dove saremmo sprofondati, cioè nel giochino ad assomigliare a qualcun altro, a far finta di essere dove non siamo, accesi da quella insoffribile voluttà di mostrarci arrivati e felici che ci ha reso soltanto noiosamente e dolorosamente inguardabili.

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3 commenti

  1. Anna Maspero ha detto:

    Sabato sera rientrando da Milano nella mia Brianza (in una delle “sporadiche macchie di verde” dove vivo e che sto cercando, temo inutilmente, di salvaguardare) ho trovato la Milano-Meda chiusa con uscita obbligatoria a Seveso. Sotto la pioggia battente ho vagato in auto per un’ora fra strade mal illuminate, mal tenute e pessimamente segnalate, fra capannoni industriali mescolati senza ordine alcuno a villette e palazzoni residenziali. Paesi uno attaccato all’altro senza soluzione di continuità, un’enorme periferia dove ognitanto solo il campanile di una chiesa mi faceva intuire una piazza e un centro. Mi sembrava il set di un film della serie “the day after”. Tristezza, angoscia, impotenza…

  2. alice vismara ha detto:

    Tranquilla, adesso ci penserà il super ex assessore Cinquesanti che, per togliere il traffico dalla strettoia di Montorfano agevolerà l’arrivo del 2° lotto della tangenziale di como, cioè dell’autostrada.

  3. Andrea ha detto:

    Non posso non commentare quanto descritto sopra e ringraziare vivamente Andrea Giardina .
    Cio’che provo da quando mi sono trasferito nei dintorni non avrebbe potuto essere descritto meglio.
    Finalmente mi sembra di essere compreso..ed e’quasi un sollievo.
    Ora non resta che fuggire!

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