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LA TEORIA DEL COMPLOTTO

Di Davide Banis

Adolf-HitlerL’8 novembre 1939 il falegname Georg Elser piazza una bomba ad orologeria vicino al palco dove Adolf Hitler terrà un comizio. Ma quel giorno il Fuhrer, a causa del maltempo, deve tornare a Berlino in treno anziché in aereo come era stato previsto. Di conseguenza il suo discorso è molto più breve del consueto.
La bomba esplode puntualmente e distrugge tutto. Sette minuti dopo che Hitler ha lasciato la stanza.


Forse, anche se in modo storicamente dubbio, possiamo modificare opportunamente qualche controfattuale metereologico (se quel giorno un bellissimo sole avesse brillato sulla Germania e i nazisti avessero preso l’aereo….) ed immaginarci un Mondo Possibile in cui Hitler muore prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale.
E’ solo uno dei molti esempi che si potrebbero fare.
Non voglio tessere un’apologia della casualità o addirittura del nichilismo, al contrario.
E’ solo che troppo spesso sottovalutiamo il peso che il Caso ha nelle nostre vite, nella nostra Storia.
E ho la sensazione che da questo punto di vista le cose stiano soltanto peggiorando: in particolare mi sembra che la classe dirigente economica e politica (l’ordine degli aggettivi non è invece casuale) stia in qualche modo abdicando alla costruzione del futuro. Mi sembra che questi uomini stiano delegando al Caso le scelte che non hanno il coraggio di fare.
Va in questa direzione anche la classifica degli “Uomini più potenti del mondo 2012” pubblicata dalla rivista americana Foreign Policy: il primo posto è vacante perché “ogni leader aspetta che sia qualcun altro ad addossarsi le responsabilità delle sfide mondiali più dure e più pericolose”.

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Mi fanno quindi sorridere tutte quelle teorie del complotto che si immaginano quattro burattinai occulti che decidono le sorti del mondo in una stanza dei bottoni.
Mi fanno sorridere perché sono teorie tragicamente ottimiste. Perché sperano che ci sia ancora un capitano sulla plancia di comando.

Non nego l’esistenza di istituzioni oscure o di singole cospirazioni ma credo che nessuno stia tessendo le fila della ragnatela globale o, più semplicemente, sappia dove stiamo andando.
I dibattiti tra economisti sono particolarmente illuminanti in tal senso. Questi studiosi, che sono i depositari di una scienza abbastanza tecnica e perlopiù esoterica, si accapigliano fra di loro sui rimedi che dovrebbero essere approntati per far fronte alla crisi economica. E’ da notare come spesso gli scontri non siano ideologici ma numerici, basati cioè su cifre e dati che dovrebbero avere la propria forza nell’esattezza e nella incontrovertibilità. Di conseguenza l’incertezza che deriva da queste posizioni in materia economica così diverse ed inconciliabili è ancora più profonda poiché segnala come la realtà sfugga anche ai più precisi modelli matematici.
La società liquida che ci ha descritto il sociologo Zygmunt Bauman scorre sempre più velocemente, come un fiume impazzito, e sembra che niente riesca più a stargli dietro.
La quantità di sapere che l’umanità produce raddoppia sempre più velocemente.
L’incessante moltiplicarsi delle informazioni e delle conoscenze ci costringe paradossalmente ad un nebuloso procedere alla cieca in cui i modelli politici ed economici sono approntati approssimativamente, all’incirca, poiché sono sempre più semplici delle iper-complesse realtà che cercano di analizzare e di indirizzare.

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Viene da chiedersi: è in atto un nuovo Passaggio di Stato? La società liquida sta diventando una società aeriforme?

In effetti, la realtà sembra sempre di più simile ad un vapore: impalpabile ed inafferrabile ma anche pervasivo ed in continua espansione.
In questa situazione è evidente che se le teorie del complotto fanno sorridere, ogni spiegazione provvidenzialistica o finalistica della storia perde di credibilità, che sia di matrice religiosa o laica; ed allora ecco che molti rispondono al cambiamento con il tanto discusso nichilismo o comunque con una certa indifferenza nei confronti di quello che succede nel mondo.
Invece questo, se lo volessimo, potrebbe essere il momento buono per la riscossa.

Se, infatti, come ci indica la classifica di Foreign Policy, la responsabilità non è più di nessuno, questo vuol dire che la responsabilità è di tutti, o meglio, di ognuno.

Penetrare il caso, e vincerlo per quanto possibile, non vuole forse dire nient’altro che ripartire dall’individuo. Un po’ paradossalmente, in un mondo sempre più massificato e tecnologizzato, dovremmo proprio riscoprire l’Uomo.
Perché, forse più che in ogni altra epoca del passato, la storia siamo davvero noi.

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3 commenti

  1. Franco ha detto:

    Molto – molto interessante.
    Non é da escludere che esistano congreghe o lobby che provano a guidare il mondo… ma il mondo sta andando probabilmente dove nessuno se l’aspetta, in una direzione che nessun modello econometrico sta indicando e che nessun governo prospetta.
    Quando finirà (se finirà) la crescita economica mondiale?
    Il modo occidentale, inventore del welfare sociale, riuscirà a sopravvivere sotto il peso dei propri debiti, pubblici e privati?
    L’anidride carbonica ha raggiunto gli stessi livelli di 3 milioni di anni fa: il clima e l’atmosfera terrestre permetteranno all’uomo di sopravvivere?
    L’umanità sta seguendo una rotta che non conosce.
    Giusto: ripartiamo dall’individuo. Ma come? Mi auguro un dibattito allargato, promosso da EIDOTECA.

  2. FrancescoMentasti ha detto:

    Caro Franco, credo che il porsi delle domande sul futuro dell’umanità sia veramente il sintomo di un malessere nuovo, che non è giustificato esclusivamente ed in senso lato dalla semplice non-conoscenza di ciò che verrà (su questo punto gli psicologi hanno scritto fiumi di inchiostro), quanto dal fatto che, forse per la prima volta nella storia, viene messa in discussione la capacità dell’individuo di essere, anche solo nel suo piccolo, un protagonista della storia. Scrive Davide Banis, o meglio si augura, che “la storia siamo noi”, che bisogna recuperare il ruolo dell’individuo. Purtroppo a me sembra che la storia non sia più “noi”, e forse non lo è mai stata. Il potere, quello che ha fatto la storia, è sempre stato un potere esercitato nell’ ombra, un potere esercitato da pochi su tutti. Duemila anni fa nessun cittadino romano conosceva le trame dei senatori, e nei secoli milioni di persone son morte in guerre nelle quali combattevano senza sapere il perché. Oggi, visto dall’ esterno, non è cambiato poi molto: nessuno sa con certezza chi manovra le guerre finanziarie, provocando quelle nuove carestie chiamate “crisi”, chi, spacciandolo per progresso, sta uccidendo l’ambiente con scelte scellerate, e così via. Quello che veramente c’è di nuovo, e che fonda un diffuso malessere sociale al limite del nichilismo, soprattutto nelle società evolute, è, per il singolo individuo, la “coscienza” della propria impotenza, il rendersi conto di non poter essere un protagonista del proprio futuro. In termini di classificazione politica si potrebbe affermare che, per la prima volta, è chiara all’ individuo la grande differenza che passa tra una democrazia formale e una democrazia sostanziale. L’individuo sa che, sulla carta (vedi Costituzioni dei paesi evoluti), è libero di pensare e dire più o meno quello che vuole; nei supermercati può trovare quello che cerca; le leggi tutelano i suoi diritti universalmente (da intendersi come tutela dei propri diritti verso tutti). Ma, sempre tornando agli esempi fatti, se è vero che si può dire quello che si vuole, è anche vero che le opinioni che contano sono poi sempre quelle di un’oligarchia intellettuale; se è vero che i supermercati abbondano di beni, è pure vero che non si può acquistare tutto quello che si vuole (a volte anche solamente quello di cui ha bisogno); se guarda alla giustizia, per come è amministrata (non solo da noi in Italia), si rende conto che non tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Il cittadino, l’uomo della strada per così dire, “sa” oggi che quella democrazia formale, che “appare” come la più grande conquista storica dell’umanità, nella sostanza non lo è. E sapere di questa dissociazione, anche il solo saperlo, può essere pericoloso poiché può esaltare quel malessere sociale che sempre più affligge le società evolute. Ma il sapere del proprio male, la coscienza del proprio male, può essere anche il punto di partenza per guarire. Non credo ci siano molte soluzioni diverse da quella di attuare nei fatti quella democrazia che oggi ci appare solo sulla carta. Diversamente dal passato, non ci possiamo più permettere di tollerare l’esistenza di poteri occulti che possono decidere a nostra insaputa il nostro destino. Non so se è nata prima la democrazia o l’autocoscienza civile. So solo che l’una alimenta continuamente l’altra, e che se si ammala una si ammala pure l’altra.

    Francesco Mentasti

  3. Franco ha detto:

    Sottoscrivo pienamente quanto indicato nel commento di Mentasti. La democrazia occidentale é un simulacro ben lontano dal “contratto sociale”, che sulla base del consenso della maggioranza, definisce il rapporto tra stato e cittadini e permette allo stato di operare secondo l’interesse “mediato” di tutti. In realtà i cittadini vanno solo blanditi, in attesa del prossimo turno elettorale; la casta dei politici, oltre al proprio interesse, é attenta a mediare gli interessi di lobby, corporazioni e privilegiati vari (in abbondanza in Italia)..
    Dissento solo dall’interpretazione correlata al mio sfogo, come un sintomo di sfiducia esistenziale o di rinuncia a cambiare. La mia domanda finale (“ripartiamo dall’individuo”) é in realtà l’inizio di una ricerca possibile della luce accesa dal finale dell’articolo di Banis.
    Con simpatia – Franco

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