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SPERANZA E UTOPIA NEL PENSIERO DI ERNST BLOCH

Bloch

Di Piergiorgio Scilironi

1. I «sogni a occhi aperti»

Nella filosofia della speranza di Ernst Bloch possiamo riscontrare una enorme dilatazione della nozione di spes, che non ha solo un valore affettivo o psicologico, ma – come egli dice all’inizio di “Il principio speranza”(1954-1959) – è soprattutto un «atto orientativo di specie cognitiva».

La speranza, nettamente superiore alla paura, è «sogno a occhi aperti», «sogno in avanti», nel senso dell’anticipazione di ciò che non è ancora dato e che Bloch sviluppa nella direzione di una vera e propria «ontologia del non-essere-ancora».
Bloch distingue nettamente i sogni notturni dai «sogni a occhi
aperti»; nei primi l’adempimento di desideri è «nascosto e antico», nei secondi è «fabulatorio e anticipante»:
«Ci sono sufficienti sogni a occhi aperti, solo che non li si è osservati abbastanza» (PS, I, 92-93).
Il «pensiero affabulante» di Bloch fa attenzione alle piccole cose, ai particolari, ai molteplici segni della realtà, a fatti e storielle che allargano il nostro orizzonte e sono interpretabili anche come presentimenti d’una vera esistenza.
La filosofia diventa narrativa quando vuole incorporare quanto del reale sta fuori della costrizione dell’ordine logico del discorso.
Il sogno da desti ha per il pensatore tedesco i caratteri del libero viaggio, della
conservazione e del potenziamento dell’ego, del miglioramento del mondo e, soprattutto, non è rinunciatario, vuole giungere al luogo dell’adempimento dei desideri, è un «viaggio fino alla fine» (PS, I, 114).
Il senso della possibilità scaturisce dal senso stesso della realtà e si afferma contro l’ovvietà, l’abitudine, la pigrizia, la “droga leggera” che consente di sopportare la vita borghese.
Una parte dei sogni diurni è «fuga insipida», «bottino per imbroglioni», ma un’altra parte non ci fa accontentare del «cattivo presente», è stimolante e ci consente di puntare al meglio con uno «sguardo sobrio» consapevole della forte, costante, tenace presenza del male nel mondo:
«Il mondo è pieno di bene di cui è stato fatto scempio e di criminali ben riusciti, con una lunga e pacifica sera della vita» (PS, III, 1280).
I sogni diurni mantengono la loro fondamentale apertura perché sempre troppo poco riusciamo a realizzare di essi:
«Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta» (PS, I, 390).
La spes è speranza mediata dal e nel mondo, sempre in riferimento alle condizioni oggettive date, è materialisticamente fondata, docta spes, non ingenua e arbitraria; il marxismo si pone qui come begriffene Hoffnung,speranza concettualmente compresa.
Dreams of a better life (Sogni di una vita migliore) era, com’è noto, il primo titolo ipotizzato dall’autore per l’opera che poi verrà intitolata Das Prinzip Hoffnung.
La speranza non è per Bloch quella inconstans Laetitia del cui esito dubitiamo e di cui parlava il più cauto Spinoza nella sua Ethica (III, De affectibus, XVIII, II),ma – pur non essendo certezza – è gioia costante, fattore energetico mobilitante, entusiasmo fattivo nell’attesa fervente dell’adempimento.
Decisiva in Bloch è la distinzione fra l’utopia astratta, astorica, sterile, inconsistente e l’utopia concreta, storicamente mediata, che si radica nel terreno storico-sociale e prende le mosse sempre dalle condizioni oggettive e materiali date. L’utopia che non conserva in sé una parte della oscurità e della indeterminatezza caratterizzanti la coscienza anticipante corre seri rischi di snaturamento e degenerazione autoritaria.
La coscienza utopica, come un «cannocchiale più potente», spinge il proprio sguardo al di là dell’«oscurità dell’attimo immediatamente vissuto», dell’hic et nunc,verso ciò che è in esso nascosto,latente.
Essa è speranza e apertura incessante – congiunta allo stupore interrogativo
che la scienza distrugge e a cui la filosofia stessa non riesce ad attenersi costantemente – verso le possibilità che maturano nel «non-ancora-divenuto» latente nei processi storici.
Il progetto utopico riguarda in Bloch tanto il piano della storia quanto quello della ricerca individuale di sé. Voler trovare sé stessi e fare i conti col nostro sé più profondo è fondamentale, volere un nuovo e più genuino incontro con sé stessi,è possibile e realizzabile, ma nient’affatto facile.
«Ma non sappiamo chi siamo. Chiaro appare solo che nessuno è quel che vorrebbe o potrebbe essere. Da qui l’invidia comune, quella per coloro che sembrano avere o addirittura essere quel che spetta a noi. Da qui però anche la voglia di cominciare cose nuove, che hanno inizio proprio con noi stessi. Si è sempre tentato di vivere adeguatamente a noi stessi.
È nascosto in noi quel che potremmo diventare» (PS, III, 1077).
Benedetto è allora colui che non cessa di combattere l’ auto-estraneazione, di migliorare sé stesso e vuole farlo con tutte le sue forze. Sottovalutare l’importanza di questo aspetto nel pensiero blochiano è davvero difficile.
L’auto-estraneazione rappresenta infatti il punto di partenza individuale, il momento della presa di coscienza soggettiva, della volontà di rinnovamento e di conversione radicale dell’individuo; tutto ciò è assolutamente indispensabile per lo sviluppo delle stesse capacità di socializzazione, convivenza e relazione con gli altri.

2. L’enciclopedia della speranza e la musica
L’utopia è la patria del novum. Per Bloch non si può limitare l’utopico a una sola dimensione, ai meri aspetti sociali e politici; il suo raggio è molto più ampio, vi è un’utopia anche estetica e filosofica, a partire ad esempio dalle grandi opere dell’arte, del pensiero, della cultura.
L’opera di Bloch vuole essere da questo punto di vista una sorta di enorme
enciclopedia della speranza, degli umani desideri e sogni a occhi aperti, rintracciati nei vari campi del sapere, della vita pratica, dell’arte e della cultura, nei viaggi e nell’industria dei divertimenti, nella danza, nel mondo delle favole e del cinema, nel teatro, nell’architettura, nella geografia,nella medicina, nella pittura, nella poesia, nella musica e così via.
Per quanto riguarda la musica, fin da Geist der Utopie (l’opera del 1918)essa dà voce all’enigma, apre lo spazio dell’ineffabile laddove si irrigidiscono altre forme di espressione e di linguaggio, dischiude l’orizzonte dell’«utopia di noi stessi».
L’ascolto autentico del suono consente la penetrazione nell’oscurità e nella latenza dell’attimo vissuto ed è la via d’accesso all’incontro con noi stessi : «Così finalmente comincia a risuonare l’attimo vissuto, raccolto in se stesso, sbocciato, rimasto in sospeso per la camera più segreta: ed ecco si volgono i tempi, ed alla musica, miracolosa e trasparente arte che supera il sepolcro e la fine di questo mondo, riesce di dare la prima disposizione dell’immagine divina, di nominare tutto diversamente il nome di Dio, quel nome insieme perduto e non mai trovato».
Nella quinta parte di “Principio speranza” la musica viene interpretata come richiamo a ciò che manca: «Qualcosa manca, e almeno questa mancanza il suono la esprime chiaramente. Esso ha in sé qualcosa di oscuro e di assetato, esso vola via, non sta fermo in un posto come il colore» (PS, III, 1227).
Osserva Bloch : «Il Sé è tutto immediatamente presente nel suono ed al tempo stesso completamente latente. Luce nella tenebra che permane oscura, ‘silenzio che risuona’, come dice Richard Wagner. La tensione tra il suono come espressione immediata dell’interiorità e come apertura infinita alla mediazione dell’incontro con il Sé costituisce la radice profonda del carattere utopico dell’espressione musicale. […] La musica è profetica
ed utopica nella sua essenza perché noi la comprendiamo, non possiamo fare a meno di essa.
Il nesso tra la musica e l’umano utopico non può essere in Bloch più stretto; la musica non è qui la voce del destino, in essa non risuona innanzitutto il limite, il dolore e insieme la nobiltà dell’umano, l’amore; piuttosto essa è «l’arte della intensità fortissima, arrivata a cantare e a risuonare, dell’humanum utopico nel mondo» (PS, I, 21).
Remo Bodei sintetizza così queste posizioni del filosofo:
«La musica, persino nei Requiem, mostra, in maniera verbalmente informulabile, la libertà dall’oppressione, dalla morte e dal destino» (PS, I, XXXII). La più utopica delle arti, la musica, per Bloch sfida la morte, che è la più radicale anti-utopia.

3. Corrente fredda e corrente calda nel marxismo
Quella di Bloch è una filosofia della speranza e del novum secondo la via aperta
soprattutto da Karl Marx, ma anche dall’eros platonico e dal concetto aristotelico di materia, dai postulati della coscienza morale di Kant e dalla dialettica di Hegel. Solo Marx, però – sovvertendo una tradizione di pensiero che da Platone a Hegel tende a concepire il sapere come mera reminiscenza e a essere «bloccata dal fantasma dell’anamnesi» –, punta con forza sul «pathos del cambiamento», sulla praxis che non si accontenta della contemplazione.
Il Marx caro a Bloch è soprattutto quello degli scritti giovanili, ad esempio quello della lettera ad Arnold Ruge del settembre 1943 sul «sogno di una cosa»
«Apparirà chiaro […]
come da tempo il mondo possieda il sogno di una cosa della quale non ha che da possedere la coscienza per possederla realmente. Apparirà chiaro come non si tratti di tracciare un trattino tra passato e futuro, bensí di realizzare i pensieri del passato».
È il Marx di Zur Kritik der Hegelschen Rechtsphilosophie. Einleitung (1844), per il quale:
«La critica della religione finisce con la dottrina per cui l’uomo è per l’uomo l’essenza suprema (das höchste Wesen), dunque con l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole».
È il Marx degli Oekonomisch-Philosophische Manuskripte (1844) che auspica il passaggio dal «regno della necessità» al «regno della libertà».
Vi è una linea lunga di pensiero che secondo Bloch inizia da Aristotele e giunge sino a Marx e al marxismo.
Il marxismo è per Bloch il detective più freddo nelle analisi e, nel contempo, il liberatore più radicale, che ci ricongiunge alle promesse delle fiabe e al sogno dell’età dell’oro; in esso il pensatore tedesco vuole coniugare umanismo
e materialismo, entusiasmo e sobrietà, ragione e speranza, eredità del passato e tensione al futuro.
Bloch denuncia con lucidità e vigore le insufficienze e le deviazioni, gli intorbidamenti e le degenerazioni del processo di umanizzazione socialista, gli esiti disastrosi non solo dell’industrialismo capitalistico, ma anche dell’industrialismo sfrenato staliniano e dell’etica comunista-produttivistica del lavoro.
Al motto di Lukács secondo il quale «anche il peggiore socialismo è meglio del migliore capitalismo», in un’intervista del 1970 Bloch rispose con un motto tratto da Sallustio, per il quale: “La corruzione del meglio è proprio la peggiore di tutte, la corruzione più maligna è proprio quella del meglio”.
Si può dire perciò che il peggiore socialismo non è più socialismo per niente, ed è più lontano dal socialismo del riformismo più misero e claudicante».
«Dio ci salvi da chi si nasconde nel compagno», leggiamo significativamente in Spuren.
Il «nuovo materialismo» caro a Bloch vuole saldare in sé l’apporto del materialismo dialettico marxiano e degli «aerei sogni» del pensiero libertario-utopico.
È specialmente negli anni Sessanta e Settanta, dopo la costruzione del Muro di Berlino e il suo trasferimento a Tubinga nella Germania federale (dove risiederà sino alla morte avvenuta nel 1977) che Bloch – oltre a confermare sino all’ultimo le istanze della sua dura opposizione alla società capitalistica – affila e approfondisce la sua critica dei regimi comunisti burocratici e oppressivi.
Nelle conclusioni di un testo come Ateismo nel cristianesimo (1968), l’autore ribadisce le ragioni della sua polemica contro il marxismo volgare, l’appello alla ripresa della lotta contro le varie forme di alienazione, la
ricerca del nuovo «senza nessun tipo di catechismo».
Pure Geist der Utopie termina con un accenno alla critica della reificazione e dell’idolatria statalista.
A commento di un importante saggio blochiano come “Marx: camminare eretti, utopia concreta”, 1968, Bodei ha scritto giustamente:
«L’invito blochiano al camminare eretti ha un preciso significato politico di opposizione allo stalinismo e alla dittatura burocratica del partito».
Secondo Bloch, il marxismo nella sua storia non è sempre riuscito a coniugare lo spirito utopico con il «camminare eretti» e con il rispetto della dignità umana, ma per lui soltanto il marxismo ha in sé la possibilità di ritornare alla sorgente autentica della liberazione umana.
Ancora Bodei ha rilevato in proposito: «[…] il “camminare eretti” significa tentare di sottrarre l’uomo allo stato di minorità a cui partito e burocrazia, da una parte, e meccanismi di sfruttamento capitalistico, dall’altra, lo hanno condannato».
C’è, secondo il Bloch degli anni Sessanta del XX secolo, una «unità avvolgente»
dell’epoca, che significa, all’Est come all’Ovest, un unico sistema di dominio,manipolazione, alienazione, sia pure in forme diverse.
«L’utopia non è uno stato permanente; dunque sì al “carpe diem”, purché sia autentico e in un presente autentico».
Almeno per questi motivi e aspetti, crediamo, il pensiero di Bloch potrebbe anche oggi, all’inizio del XXI secolo, proporsi all’attenzione in modo stimolante e con una certa freschezza, nonostante la indubbia, perdurante crisi della teoria marxista e l’esito fallimentare dei regimi comunisti sorti nel XX secolo. Diciamo potrebbe, perché di fatto non vi sono in alcun modo -nell’attuale “società dello spettacolo”, nel mondo della cosiddetta globalizzazione posta essenzialmente sotto il segno della mercificazione, del consumismo, del produttivismo e del primato dell’economia capitalistica – le condizioni di un ascolto e di un’attenzione reali rivolti al suo pensiero.

4. La questione del divino e l’ eredità della religione in Bloch
Nell’intera Bibbia vi è per Bloch una eredità sovversiva
da riscoprire. Nel mistero di Dio la coscienza religiosa ha proiettato il mistero dell’uomo stesso, il suo lato nascosto, la latenza dell’umano.
La credenza in Dio rinvia dunque all’utopia del regnum humanum: «La verità dell’ideale di Dio è unicamente l’utopia del regno, e presupposto di questa è appunto che nessun Dio resti in alto, dal momento che comunque lì non c’è, né ce ne fu mai nessuno» (PS, III, 1490).
Vi è una ambivalenza di fondo delle religioni, che hanno sempre oscillato fra l’essere strumenti di potere e vie di redenzione, ideologie repressive e culture di liberazione, percorsi di rassegnazione e di trascendimento.
L’eredità della religione rimane sino all’ultimo fondamentale nel pensiero blochiano. Nelle conclusioni di Ateismo nel cristianesimo Bloch auspica l’incontro fra «marxismo autentico» e «cristianesimo autentico» e che si rinnovi l’alleanza fra rivoluzione e cristianesimo compiutasi ai tempi di Thomas Münzer nelle guerre dei contadini in Germania, sfociando in qualcosa di più che un semplice dialogo fra punti di vista diversi e destinati a rimanere tali.
«La meta di tutte le religioni superiori era una terra in cui fluiscono realmente e simbolicamente latte e miele» (PS, III, 1514).

5. Il pensiero blochiano di fronte alla morte e al nulla
A Bloch il pensiero di Heidegger appare essenzialmente come un pensiero meramente contemplativo e rinunciatario, della ripetizione, del passato, del già – stato, una metafisica della reminiscenza. L’oltrepassamento da Bloch rivendicato esprime la costante insoddisfazione per l’esistente e la non accettazione del già dato, insieme alla permanente spinta in avanti e tensione verso la meta utopica.
Le cose probabilmente non sono affatto così semplici. Il «pensiero rammemorante»
heideggeriano può sembrare in effetti a prima vista una mera regressione al passato, un pensiero dell’origine ripetitivo e statico, ma, riflettendo più a fondo, si scopre che l’origine è per noi già da sempre anche meta e futuro.
Il pensiero dell’origine, dell’inizio più autentico, dunque, ci proietta non solo all’indietro, ma anche in avanti. Ciò è però di difficile comprensione per un pensiero che ragiona ancora troppo in base alle mere ideologie storiche e agli ideologismi.
Un libro come Das Prinzip Hoffnung si propone in modo esplicito e deliberato, in linea di principio e programmaticamente, come un durissimo attacco a Heidegger, il quale, anche in “Ateismo nel cristianesimo” , viene definito il «pensatore che manca più di tutti di processo» e «non cerca mai di entrare nell’essere di possibilità», la cui esigenza di superamento della metafisica sfocerebbe soltanto nell’ideologia del sangue.
Pensatori come Jaspers e Heidegger non esprimerebbero altro per Bloch che una
filosofia della decadenza, borghese e imperialistica. La familiarità col nulla e la vicinanza alla morte di cui parlano nelle loro opere sarebbero dovute essenzialmente alla volontà di nulla garantita al popolo dalla società borghese e fascista. Questi filosofi farebbero del nulla determinato della società capitalistica e fascista «un nulla inevitabile e assoluto», bloccando ogni sguardo in avanti verso il futuro socialista.
Bloch non ignora la durezza e il dramma della caducità («perfino in Arcadia la morte è visibilmente inscritta. La danza macabra si ha anche nel più bello dei luoghi terreni», SP, III, 1356)
L’ottimismo di fondo della visione di Bloch è espresso nella frase seguente: «Ein Marxist hat nicht das Recht, Pessimist zu sein» («Un marxista non ha diritto al pessimismo»).
C’è però marxismo e marxismo anche a proposito della questione del pessimismo.
Nel proporre il suo disincantato «marxismo-leopardismo», molto distante dal marxismo utopico blochiano, uno studioso limpido e rigoroso come Sebastiano Timpanaro si è espresso in merito ben diversamente, col suo sobrio e fermo richiamo all’inesorabilità delle leggi di natura e alla fragilità della condizione umana.
In Bloch non vi è invece alcun rimando all’«arido vero» di Giacomo Leopardi; quella che egli chiama enfaticamente la cosmologia comunista è «il campo problematico di una mediazione dialettica dell’uomo e del suo lavoro con il possibile soggetto della natura» (PS, III, 1357). Quest’ultimo rimane però nient’altro che un problema aperto e, in termini kantiani, un postulato della ragion pratica; «se per il nostro destino nella natura non c’è ancora una soluzione positiva, nemmeno ce n’è però una definitivamente negativa» (SP, III, 1357).
La morte, allora, qui non è più negazione dell’utopia, ma appare nelle luci di latenza del futuro e dell’autentico, «non solo come viaggio di ordine estremo ma come liberazione proprio della sovrabbondanza di vita», come l’avvertimento di «un nuovo giorno e una nuova riva, […] non una riva trascendente, ma proprio la più immanente. La morte, che sia come individuale sia come lontana possibilità di entropia cosmica incontra il pensiero rivolto al futuro come assoluta negazione di fini, la stessa morte, col suo possibile contenuto di futuro, va ora nello stato finale, in quello nucleare, che viene illuminato da gioia ancora non soddisfatta e dalle luci di latenza dell’autentico. La morte non vi diventa più negazione dell’utopia e delle sue serie finalizzate, ma al contrario negazione di ciò che nel mondo non appartiene all’utopia» (PS, III, 1363).
Vi è dunque sovrabbondanza della vita,Bloch parla di extraterritorialità
rispetto alla morte del nocciolo dell’esistere buono e riuscito, di una «potenziale natura aquilina della materia umana» (cfr. PS, III, 1365), nella direzione di un Tutto, di un ultimum, di un novum utopico senza caducità e corruttibilità.
La natura come processo incompiuto e sempre in corso, diveniente, creativo
non può ridurre la morte al puro nulla e ci fa sporgere in un’attesa di ciò che non si è ancora verificato, del topos non immediatamente accessibile del nostro vero essere.
La lotta per un mondo migliore non comporta soltanto, per Bloch, l’eliminazione dei tanti mali e dolori evitabili e indegni dell’uomo, ma anche l’eliminazione della pregnanza forte, della insuperabilità del nulla e della morte.
Come leggiamo pure in Geist der Utopie, tale lotta comporta il superamento
dell’annientamento del mondo, il perseguimento della immortalità che supera i limiti del cosmo, la realtà unica del regno delle anime.
Su questi temi è con Bloch in piena sintonia e continuità Luciano Parinetto che, nel suo libro “Né dio né capitale. Marx, marxismo, religione” (1976), collega il tema della morte a quello della rivoluzione e scrive che «la morte rivoluzionaria assume la suggestiva funzione di fondazione della vita veramente umana»; Parinetto rivendica una «morte non alienata» o la «speranza del toglimento della morte» come ulteriore «arma» contro il capitale.

6. Il pensiero utopico come farmaco. Bloch e Heidegger
Secondo l’autore di Geist der Utopie non vi sono limiti per la buona volontà: «la profondità della forza che agisce è anche il contenuto, l’unico punto di arrivo e la garanzia dell’agire».
Ora, qui Bloch tende a risolvere il mondo stesso in una mera costruzione umana (in vista, appunto, del perfetto regnum humanum), si ispira evidentemente a una forma alta e nobile di volontarismo, ma pur sempre di volontarismo si tratta. Siamo ancora nell’ambito di una fortissima volontà di umanizzazione-razionalizzazione integrale del mondo.
Ha dunque ragione Franco Rella nel rilevare che la teorizzazione del filosofo sulla morte e sul nulla, sul male e sul dolore «non resiste all’obiezione di Dostoevskij sul senso della sofferenza attuale rispetto alla palingenesi futura. È ancora una teodicea, anche se è una teodicea senza Dio». Le pagine di Bloch sulla morte sono per Rella «bellissime, ma sono ancora “farmaco”: antidoto contro la morte. Socrate affermava che la morte è niente, perché apre alla vera vita dell’anima. Bloch afferma che la morte è niente, perché è un pezzo di futuro, che continua a mantenersi futuro. L’insuperabilità della morte porta invece Rilke a scoprire in essa il proprio dell’uomo, la capacità di vivere il doppio regno, quello della vita e quello della morte. L’inesorabilità della caducità porta Simone Weil a riconoscere nella fragilità il valore autentico della creatura e dell’esistenza. L’immisurabile del sapere e dell’essere umano, dicevano i tragici, sta nell’immisurabile del suo pathos: della sua passione del mondo, della vita e della morte che il mondo contiene».
Avrebbe senz’altro fatto molto bene al pensiero di Bloch ridurre le pretese “farmacologiche” della sua utopia, abbandonare le armature ideologiche e cercare di fare i conti in modo filosoficamente essenziale e stringente con l’elaborazione di pensiero sulla morte e sul nulla del famigerato e vituperato Martin Heidegger.
In Sein und Zeit (1927) Heidegger ha messo in evidenza con grande lucidità che l’esistenza umana è sempre posta fra il suo Sichvorweg («avanti-a-che»), la sua apertura alle proprie possibilità e il suo costitutivo, irrimediabile Sein zum Tode («essere-per-la-morte»), Sein zum Ende («essere-per-la-fine»).
Ogni morte è dunque qui annullamento totale e irrevocabile delle possibilità
umane. La nullità, intesa come nulla costitutivo ed essenziale del Dasein, è insormontabile.
Ora, se è vero che Heidegger pone il problema della Daseinsganzheit (totalità dell’esserci) in riferimento essenziale al Sein zum Ende senza con ciò risolvere appieno tale problema, è anche vero che questo nesso resta pur sempre fondamentale. L’assunzione piena del proprio Sein zum Ende avviene per Heidegger,
come assunzione singolare, personale del proprio essere-per-la-morte, che conduce l’esserci dinanzi al proprio In-der-Welt-sein («essere-nel mondo») e pone fuori gioco il continuo differimento del Man, la sua fuga dalla morte nella quotidianità alienata e reificata, nel mondo del Besorgen (prendersi cura), in cui l’esserci si aggrappa alle cose e cerca di risolvere la propria esistenza nei traffici e nelle estenuanti manipolazioni della vita quotidiana, nel mero possesso e godimento dei beni.
L’anticipazione e il precorrimento della propria morte (da non confondersi con la tentazione e la propensione al suicidio), intesa come la possibilità più propria, intima e vicina, incondizionata, insuperabile e certa dell’esistenza, rende libero il Dasein per la comprensione e la scelta delle sue possibilità finite ed effettive. L´essere-gettato per la propria fine è l’unica vera condizione della nostra libertà.
L’impossibilità di assolutizzare il proprio ego e di sentirsi a casa propria nel mondo può condurre quel progetto gettato (geworfene Entwurf) e finito che noi siamo a trovar casa dappertutto e a un nuovo senso dell’abitare.

7. Costruire nell’azzurro. L’arco materia-utopia e il mondo-patria
Pochi autori come Bloch hanno valorizzato ed esaltato la dimensione aurorale della materia. Egli delinea una vera e propria filosofia della storia della materia. Solo così la materia, entro la quale permane tuttavia la minaccia del nulla, può costituire la base della speranza, dato che noi non possediamo ancora una dimora permanente e non ce n’è stata costruita un’altra lassù. “Continuiamo ad essere minacciati, fino a nuova data, dal pericolo che tutto sia stato vano, dal pericolo che la materia si risolva davvero nella più insipida materialità, nella completa rarefazione, dove non ci sarà più posto per la speranza”.
Ma per Bloch la materia, nonostante la minaccia costante del nulla, apre sempre di nuovo il vasto orizzonte dell’essere-nella-possibilità, è la sorgente di possibilità del tutto, inteso come «contrario del nulla». La terra è fatta di materia utopica, la natura – in forza della sua processualità – fornisce cifre della vera Heimat,e può diventare essa stessa «l’ultimo e migliore frutto storico», «lo spazio-patria del mondo divenuto tutto amico»; il mondo si risolve in un gigantesco experimentum mundi, in un esperimento di sé stesso, concepito a partire dalla propria incompiutezza.
L’utopia ha un senso cosmico:
«È per trovare questo, per trovare il giusto per amore del quale conviene vivere, organizzarsi ed avere tempo, che noi ci apriamo di nuovo i varchi metafisicamente costitutivi, invochiamo ciò che non è,
costruiamo nell’azzurro che esiste ovunque ai confini del mondo, ci costruiamo nell’azzurro e cerchiamo il vero ed il reale là dove scompare il semplice dato: incipit vita nova».
La «cosmologia comunista» di Bloch prende le distanze dalla concezione capitalistico-borghese del rapporto uomo-natura che si rivolge alla natura con uno sguardo di tipo meramente quantitativo-calcolante, tende a valorizzare il «contenuto qualitativo» della natura e pone il problema del rapporto dell’uomo e del suo lavoro col possibile soggetto della natura. È qui in questione una sorta di metafisica del soggetto naturale e di resurrezione della natura extraumana.
Nel suo libro Der Begriff der Natur in der Lehre von Marx (1962), Alfred Schmidt ha evidenziato il fatto che la curvatura metafisico-cosmologica assunta in Bloch dalla interpretazione del materialismo dialettico marxiano risente fortemente di una concezione magica e animistica del mondo; non a caso i suoi autori di riferimento a questo proposito sono, fra gli altri, Paracelso Böhme e Schelling.
La filosofia dell’identità blochiana punta ad una piena conciliazione di soggetto e oggetto; essa, «per lo meno in via ipotetica – tende a concepire, hegelianamente, l’intera realtà come un soggetto assoluto che si media con sé stesso».
Schmidt – allo stesso modo di Jürgen Habermas, che definì Bloch «ein marxistischer Schelling» – sottolinea l’impianto idealistico di fondo dell’autore di Das Prinzip Hoffnung circa la tesi del «soggetto naturale»,
l’«impulso alla quiddità che non si è ancora manifestato nella realtà» e conclude – fin troppo duramente, a nostro avviso – che le sue posizioni metafisiche sono «inconciliabili con una concezione materialistica» come quella di Marx, il quale valorizza il ruolo della prassi trasformatrice, ma salvaguarda al tempo stesso la differenza e indipendenza del mondo oggettivo.
La speranza di Bloch – al quale bisogna oggi comunque riconoscere il merito di aver cercato di sottrarsi alla fallimentare concezione (propria sia dell’industrialismo capitalistico sia dell’industrialismo comunista) rivolta al mero dominio, alla pura manipolazione e al semplice controllo matematico-quantitativo della natura – è che la natura sia, nel suo senso finale, sempre più amica dell’uomo. Concludendo Das Prinzip Hoffnung, l’autore scrive che «la vera genesi non è all’inizio, ma alla fine» (PS, III, 1587).
Ora, che il senso finale del Tutto consista nel latte e miele non rischia d’essere solo una speranza, ma pure una consolazione metafisica. Bloch non coglie qui a nostro avviso il senso genuino (e pure il lato tragico) dell’Uno-Tutto, dello Hen kai Pan di Eraclito, Bruno e Hölderlin; quella che egli chiama «la metafisica dello Hen kai Pan» appare ai suoi occhi di carattere meramente contemplativo (cfr. PS, III, 1586); la sua metafisica materialistica insiste invece, come abbiamo visto, sul «fine ancora nascosto», sul «mondo reale della speranza», sulla materia utopica, processuale, costantemente «volta in avanti», «essente-secondo-possibilità».
Ma il mondo non potrà mai risolversi interamente in una Patria dell’uomo.

8. Parole-chiave del nostro tempo:
principio-speranza, principio-responsabilità e principio-disperazione
Bloch sogna una natura completamente al servizio dell’uomo e del paese di Cuccagna,una totale trasformazione del mondo in patria (Umbau der Welt zur Heimat), senza avvedersi – da questo punto di vista le critiche mosse al filosofo da Hans Jonas nel suo Das Prinzip Verantwortung (1979) colgono nel segno – che il potere scientifico-tecnologico accumulato dalla nostra civiltà soddisfa sì la nostra volontà di potenza, al prezzo durissimo, però, di mettere in pericolo le basi stesse di ogni forma di vita nel pianeta Terra.
In altri termini, lo Umbau der Welt zur Heimat sperato da Bloch oggi non può non fare i conti con quel senso del limite e della misura che – se viene superato, sottovalutato e ignorato – rischia di trasformare il mondo in un inferno e in un deserto.
Da questo punto di vista è quanto mai urgente approfondire la riflessione sull’apporto teorico di due grandi pensatori del XX secolo come Ernst Bloch, Hans Jonas e, in particolare, sul rapporto fra il Prinzip-Hoffnung di Bloch, il Prinzip-Verantwortung di Jonas.
È sulla stessa nozione di «paese di Cuccagna» che oggi convergono maggiormente le discussioni e aumentano giustamente i dubbi.
Non solo, infatti, il «paese di Cuccagna» non appare per nulla scontato e garantito, ma lo stesso modello di sviluppo economico dominante che dovrebbe a esso condurre è responsabile – oltre che di terribili diseguaglianze economico-sociali – del degrado ambientale planetario e necessita di una rimessa in questione radicale. Vanno soprattutto indagati i miti della crescita e della potenza, sino a ieri dogmi indiscussi e indiscutibili, ma oggi diventati inquietanti.
Per questi e altri motivi non solo il Prinzip-Hoffnung deve fare i conti con il Prinzip-Verantwortung , ma lo stesso Prinzip-Verantwortung rischia di esser messo fuori causa dal Prinzip-Verzweiflung. Quest’ultimo, infatti, aumenta le sue quotazioni in un mondo che riduce sempre più gli esseri umani a meri consumatori-produttori, funzionari della tecnica e dell’economia, degli apparati e del capitale, del denaro e della merce, irretiti nei meccanismi e negli ingranaggi impersonali di una «società dello spettacolo» che, nonostante le sue luci sfavillanti, offre uno spettacolo sempre più desolante e deludente.
La stessa enfasi posta dall’autore di Das Prinzip Hoffnung sull’ultimum,sul totum utopico, sulla vera Heimat e così via, oggi va ridimensionata e rimessa, crediamo, sulla ambiguità e problematicità ineliminabili dell’essere umano, della sua vita, della sua storia; e ricordando – insieme ad Hans Jonas – che il futuro è sempre incerto e imprevedibile, che «ogni presente storico dell’umanità costituisce un fine in sé stesso».

9. Attualità e inattualità del pensiero di Bloch
Uno dei motivi più vivi del duraturo fascino e della validità del pensatore di Bloch
consiste nel suo anticonformismo di fondo, nella sua strutturale incapacità di acquietarsi, nella freschezza del suo incessante invito all’invenzione della realtà, nella contrapposizione al realismo cinico e opportunistico dominante.
Bloch spinnt (Bloch straparla), disse una volta Lukács a proposito del pensiero
utopico del suo amico/rivale in filosofia, ma questo suo «straparlare» – come ha messo bene in luce Gianni Vattimo – ha pure una valenza felicemente sovversiva, emancipatrice e rivoluzionaria che non possiamo mai assolutamente dimenticare.
A questo proposito Claudio Magris ha acutamente rilevato e argomentato nel 1994, a commento di Das Prinzip Hoffnung: «La crisi mondiale del marxismo appare la fondamentale ragione di inattualità del libro, quasi esso avesse additato una speranza rivelatasi poi fallimentare.
Ma non è questa l’essenza del libro di Bloch, della sua grandezza e dei suoi limiti.
[…] Bloch non è riducibile all’ideologia. […] Non è tanto il marxismo, quanto un altro elemento, un valore centrale nell’opera di Bloch, a mettere oggi in difficoltà la sua opera e insieme a rendere più vitale e feconda la sua riproposta. Bloch punta tutto sull’utopia, sul futuro, sul non-ancora […]. Lo spirito utopico è radicalmente estraneo al clima culturale odierno, caratterizzato da un realismo che bada ad amministrare la realtà piuttosto che a trasformarla o a redimerla. La parola “utopia” è certo connessa all’incubo di progetti totalizzanti e totalitari che, in nome di un modello di una società ideale, hanno provocato catastrofi ed ecatombi. Ma l’utopia di Bloch – col suo sogno di riconciliare l’uomo con la storia ma anche con la natura ossia con la pienezza delle proprie possibilità e delle proprie pulsioni – è il contrario di ogni rigido programma prestabilito che voglia piegare a forza la vita, come accade con i totalitarismi».
Concordiamo con Magris : non ci serve oggi una lettura ideologica di Bloch. Al di là dell’effimero destino storico delle ideologie, oltre gli schemi ideologici e gli ideologismi, Magris invita lucidamente a riscoprire il nucleo di permanente validità dell’opera di Bloch: «Di speranza, di utopia c’è oggi più che mai bisogno – non quali progetti totalizzanti, ma quale continuo, modesto e quotidiano sforzo di sgretolare la facciata del reale per ritrovare e liberare la sua ricchezza.
I cosiddetti realisti, che scambiano l’assetto del presente per l’unica realtà possibile, non vedono la realtà, bensì solo la sua provvisoria superficie, considerandola immutabile […]. La speranza di Bloch, che insegna a scoprire la poliedrica ricchezza della vita e la realtà dei sogni e delle fantasie, ciò che ribolle e fermenta dietro la superficie, è tutt’altro che inattuale.
Se una cosa si può rimproverare a Bloch, è un eccessivo entusiasmo, uno slancio messianico che gli fa sottovalutare l’orrore della storia, la potenza del presente rattrappito e la difficoltà di scioglierlo. Questa ingenuità, che fu anche a lungo miopia nei confronti del socialismo reale, è un limite, talvolta anche retorico. Ma il suo libro ci ricorda che l’uomo deve essere ancora riconciliato con la storia, con se stesso e anche con la natura, quella natura il cui fascino anima le sue pagine e che egli, a differenza del suo amico Lukács, amava anche se essa – cosa imperdonabile per il filosofo ungherese – non aveva letto Kant né Hegel».
Negli ultimi scritti di Bloch ritorna spesso il riferimento a un’antica canzone che i contadini tedeschi sopravvissuti alla sconfitta nella battaglia di Frankenhausen (1525) cantavano:«Torniamo a casa sconfitti. I nostri nipoti combatteranno meglio di noi».
Non possiamo più avere – per vari motivi e, in primo luogo, per il fatto che la sconfitta di immani e inedite proporzioni profilantesi nella nostra epoca rischia di essere irreversibile e definitiva per tutti – certezze granitiche di questo tipo, ma la difficile lotta non violenta per un mondo migliore, per una civiltà planetaria più solidale ed ecologica, conviviale e pacifica, libera e giusta rimane per noi, indubbiamente, la migliore eredità che possiamo offrire ai nostri nipoti.

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