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PICNIC A HANGING ROCK (1976) di PETER WEIR

locandina Hanging Rock

Di  Sandro De Fazi

Che cos’è un capitolo fantasma? Quello scritto dal lettore e non dall’autore per riempire un vuoto della fabula, o trama, lasciato dal secondo. Non è necessario che questo vuoto sia intenzionale, e allora siamo alla possibilità di un’ennesima lettura trasversale, alla cosiddetta “opera aperta” sempre a partire da precise tracce testuali. In questo patto di cooperazione, «per effetto “ottico” il lettore pensa che la fabula si riappropri a pieno diritto anche del proprio mondo già ripudiato. Si tratta di un mirabile gioco di specchi tra strutture discorsive e strutture di fabula» (Umberto Eco, Lector in fabula, p. 207 passim). Un discorso analogo vale anche per il cinema.

Picnic a Hanging Rock (1976) di Peter Weir, regista famoso soprattutto per L’attimo fuggente (1989) e The Truman Show (1998), è un film di raffinato estetismo che presenta i caratteri dell’opera aperta, richiedendo parecchia intrusione da parte dello spettatore. È la storia non risolta – un “mistero” -, tratta dalla fantasia romanzesca di Joan Lindsay, della scomparsa di due alunne e un’insegnante del repressivo Appleyard College, tipicamente vittoriano, in Australia, durante una gita a Hanging Rock, il 14 febbraio 1900. Bisogna tener presente che la trama del film è fedele al romanzo, dal quale però la Lindsay, d’accordo col suo editore, decise di sopprimere il capitolo diciottesimo, proprio quello della soluzione del “giallo”. Senza quel capitolo, infatti, lo spessore e la portata metaforica del mistero venivano a infittirsi, e fu una scelta felice. Anche il film di Weir è privo di quel finale. Per scrivere di Picnic a Hanging Rock è necessario stabilire preliminarmente se vogliamo considerare la vicenda editoriale del libro, ma questa è ininfluente sotto il profilo strettamente cinematografico, o attenerci esclusivamente al film.

L’incompiutezza della storia è tale che lo spettatore è chiamato a risolvere il mistero da sé, in una trama in cui non c’è niente di logico. Una volta fuori dell’abitato, le irreprensibili studentesse nei loro abiti bianchi osano appena sfilarsi i guanti per il caldo, e come tante Emily Dickinson in austeri pizzi e corpetti arrivano alla meta per trascorrere finalmente all’aria aperta una giornata di libertà vigilata, insieme all’istitutrice Greta McCraw (Vivean Gray). Hanging Rock è un impervio gruppo roccioso abitato da temibili serpenti e formiche insidiose di ogni specie, come è definito dalla stessa preside Appleyard (Rachel Roberts) nel salutare le allieve al momento della loro partenza, al punto che viene fatto di pensare a una punizione piuttosto che a una gita. Nei dintorni si aggira un aristocratico ragazzo inglese di bell’aspetto, Michael Fitzhubert (Dominic Guard), accompagnato dal suo valletto Albert. Michael è attratto da Miranda (Anne Lambert), che non esita a paragonare a un dipinto di Botticelli, e il rapporto, immaginario o reale che sia, tra l’ingenua Miranda e Michael Fitzhubert è centrale nel film. Ma ecco che Edith, Irma, Miranda e Marion si avventurano in un’escursione da sole, promettendo a Miss McCraw che si ripresenteranno puntuali per il tè. Farà ritorno, a tarda sera, solamente Edith; Irma solo dopo qualche giorno, grazie alle ricerche ostinate del preoccupatissimo Michael Fitzhubert. Di Marion e Miranda, come anche di Greta McCraw, si sono perse inspiegabilmente e definitivamente le tracce. Nel sole di febbraio che diventa un’esplosione primaverile, tra la biondezza dei capelli delle ragazze e quella di Michael, le verdi distese naturali e la frammentazione di una linearità non disponibile a perversioni reali se non attraverso qualche passeggiata inferenziale, fino al nulla (al tutto) del mistero ancora di Hanging Rock, la situazione è pur sempre fiabesca nelle memorabili sequenze dove il regista indugia con idilliaca lentezza nell’allucinato circuito di un’autoreferenzialità assoluta delle strutture “reali”. Il fascino del film, sopravvalutato secondo Enrico Ghezzi in un momento storico che riabilitava il cinema americano (nella fattispecie, “americanità” del cinema australiano) dopo un lungo ostracismo ideologico, consiste nella sua mancanza di logica e nelle aperture che ne derivano sul piano delle strutture discorsive, nei termini di una vicenda irraccontabile in quanto giallo non ricostruibile se non per congettura.

Che cosa accadde davvero? Tutti gli indizi sono parziali e ci depistano, proprio per la soppressione del diciottesimo capitolo che chiama in causa più di una sceneggiatura intertestuale – e ancora di più pretendeva in tale situazione L’anno scorso a Marienbad (1961) di Alain Resnais – e la dissoluzione del soggetto-occhio ipotetico (e oggetto, nel caso di Marienbad). Certo tutti gli orologi si fermarono a mezzogiorno, come per un fenomeno magnetico, ed erano già le due. Le ragazze potrebbero essere state uccise dal biondo Michael, altrimenti perché questi si sarebbe dato tanta pena per la scomparsa di semplici estranee? Potrebbe essere stato aiutato da Albert, ma per quale movente? Né si comprende perché sia stata fatta fuori Greta McGraw, forse in quanto testimone scomoda? Ma che cosa c’era nel diciottesimo capitolo? Qualcosa che Weir lascia appena intravedere: nient’altro che un monolite. Le ragazze furono affascinate da un monolite, «una singola formazione di roccia, qualcosa simile a un uovo mostruoso, che cresceva regolarmente dalle pietre davanti, sopra una violenta scarpata sulla pianura» (traduzione di Roberto Mengoni, Canberra, 21 agosto 2008). Edith, Miranda e Marion furono risucchiate fuori dello spazio-tempo da un simbolo ancestrale della violenta natura australiana, come era negli intenti rappresentativi della scrittrice. Solo Irma ha avuto la forza di resistere.

Eppure avevamo seguito un altro paralogismo, sospettando della preside Appleyard: muore alla fine un’altra allieva del College, Sara (Margaret Nelson), si direbbe senza grande rincrescimento da parte dell’algida e ostile Appleyard, la quale potrebbe essere sopraggiunta quel giorno, inattesa, a Hanging Rock, per controllare il comportamento delle ragazze. Le avrà viste in mutande a perdersi nel verde e, occhieggiate dai due, le avrà scaraventate dall’alto delle rocce. Scoperta da Greta McGraw, si sarebbe infine trovata costretta a uccidere anche lei. Il “buon nome” della scuola comincia a vacillare e la Appleyard, datasi nel frattempo all’alcol nel suo ufficio, un gigantesco ritratto della regina Vittoria alle sue spalle, morirà di lì a poco anche lei a Hanging Rock.

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3 commenti

  1. palma amendolagine ha detto:

    il film è così pieno di fascino che l’ho visto molte volte. Il risultato è che da allora uno dei miei sogni più grandi è quello di andare in Australia. Non so se riuscirò mai a realizzarlo. Nel film un grosso contributo al senso del mistero è dato dalla musica, dal suono del flauto di Pan ( non riesco a ricordare il nome del musicista)

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