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LA CRISI (DELL’OTTIMISMO)

Tour EiffelDi Federica Salvadè

Lavoro e vivo in Francia da circa due anni. Parigi è la tappa finale di un percorso scolastico-universitario fortunatamente dinamico.

Nel 2003, di fronte alla scelta tra un’università comasca e un’università milanese, scelgo di fare il piccolo primo step per aprirmi ad una realtà più grande, nel capoluogo lombardo. Da qui comincio a sentire la necessità e il desiderio di non fermarmi, di scoprire nuovi luoghi e nuove culture. Colgo la prima occasione disponibile per un corso di inglese a Malta. Atmosfera tutta italiana anche se con qualche servizio in meno rispetto alla efficiente Milano. Un progetto di scambio culturale mi porta poi in Svezia e Olanda. Affascinata dai paesi nordici, mi trasferisco per un semestre universitario in Irlanda. A Galway mi confronto con la cultura tradizionalista e riservata della popolazione locale e con la cultura moderna ed esuberante della mia coinquilina statunitense. Il vero shock culturale è però il successivo soggiorno universitario in Cina. Una nazione in fortissima espansione e una popolazione che fatica ad aprirsi al confronto con altre culture. Qui lo ammetto, a tratti ho sentito nostalgia dell’Europa.

Rientro a Milano e ottengo un contratto di dottorato di ricerca che mi fa ripartire per la volta della Francia. Prima nel sud-ovest, a Tolosa, per un anno di intenso lavoro circondata da una popolazione estremamente eterogenea. Tedeschi, Cinesi, Giapponesi, Inglesi e Americani che tentano come me di adattarsi al sistema universitario francese, forse uno tra i più rigidi d’Europa. A Tolosa arriva infine la chiamata per un contratto di lavoro in un centro di ricerca di Parigi. Accetto senza (quasi) esitazione.

Ora sono qui, e posso dire di vivere forse la più bella di tutte le avventure descritte. Vi racconto un episodio che ho recentissimamente vissuto e che mi fa riflettere sul punto di partenza della strada che ho percorso, l’Italia. In un tipico ristorante parigino, due Professori finlandesi seduti al tavolo accanto al mio mi chiedono se sono italiana. Alla mia risposta affermativa, iniziano a raccontarmi che da dieci anni trascorrono le loro vacanze estive in Italia. Trentino, Lombardia, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Sicilia, Sardegna.. mi raccontano quasi ogni dettaglio dei loro viaggi. Mi dicono che noi Italiani non ci rendiamo conto delle meraviglie che possediamo. Li assecondo e, non inattesa, giunge la domanda “Dunque vuoi rientrare in Italia?”

Non è stata inattesa, perché questa è la domanda che più di frequente mi viene posta. Io in realtà non so rispondere e non saprei rispondere nemmeno se mi chiedessero “A parità di condizioni economiche-lavorative vorresti tornare in Italia?”. Questo mi fa capire che non sono “fuggita” semplicemente da una nazione in crisi economica che non offre futuro ai ricercatori. Io, come credo milioni di italiani all’estero, respiro oltre confine una sensazione di libertà, di speranza e di ottimismo. Per esempio, la Francia non vanta tassi di crescita economica e di disoccupazione invidiabili, eppure qui nessuno mi ha mai detto che non c’è futuro per noi giovani, che siamo una generazione destinata alla povertà e alla precarietà e che la mossa vincente per la felicità è lasciare l’Europa.

Cari italiani, guardandovi da lontano, sospetto che la mossa vincente sia il non perdere la speranza. Un popolo triste e pessimista allontana i giovani: la risorsa necessaria per trasformare una crisi economica in un trampolino per la ripresa.

Affidarsi alle “meraviglie” italiane, come dimostrato, non è sufficiente.

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