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IN RICORDO DI VINCENZO CONSOLO

consolo

Di Filippo Di Gregorio

Lo scorso 21 gennaio 2012 moriva a Milano lo scrittore Vincenzo Consolo. Se ne andava uno dei maggiori romanzieri italiani del secondo Novecento, mai incline al compromesso con una moda letteraria postmodernista che da decenni debilita il romanzo nel nostro paese.

Siciliano, nato a Sant’Agata di Militello nel 1931, dal 1968 residente a Milano, Vicenzo Consolo ha scritto opere memorabili, quali Retablo, Le pietre di Pantalica, Di qua dal faro, e soprattutto i tre romanzi, un vero e proprio ciclo letterario dell’Italia unita: Il sorriso dell’ignoto marinaio, Nottetempo, casa per casa e Lo Spasimo di Palermo.

Dell’opera di Vicenzo Consolo manca, ad oggi, un lavoro di analisi critica che ne delinei la produzione, il valore artistico, il lascito culturale e i debiti intellettuali. Erede di una scuola narativa siciliana, che arbitrariamente si può definire antipirandelliana, egli frequentò Vitaliano Brancati, Lucio Piccolo, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino; di questi autori (tutti siciliani, come lui, e come la maggior parte dei narratori del Novecento italiano) egli continuò la linea di un preziosismo e di una pulizia linguistica che lo portò a forgiare una koinè del tutto originale e preziosa. Come per Bufalino, il lessico consoliano fu denominato “barocco”: nel particolare, da Giulio Ferroni (Passioni del Novecento, Donzelli editore, 1999), ad oggi autore del miglior scrutinio critico dell’autore siciliano; egli lo definisce testimone di una “bellezza sontuosa e accecante, con cui si rivela… una realtà storica e naturale insidiata dalla disgregazione e dalla distruzione” (cit. pag. 204). Lo stesso Vincenzo Consolo volle definire, in un’intervista rilasciata a Marino Sinibaldi, il proprio linguaggio: “Ho voluto creare una lingua che esprimesse una ribellione totale alla storia e ai suoi esiti. Ma non è dialetto. È l’immissione nel codice linguistico nazionale di un materiale che non era registrato, è l’innesto di vocaboli che sono stati espulsi e dimenticati”.

Ad oggi, si aspetta che la casa editrice Mondadori pubblichi una raccolta delle opere di Vincenzo Consolo, nella collana dei Meridiani, a parziale risarcimento del ritardo riservato al suo autore più prezioso…

***

Chi scrive ebbe occasione di incontrare Vincenzo Consolo, per la prima volta, proprio in una libreria della Como del Novecento, La libreria Voltiana, ormai chiusa, e trasformata in un immondo fast food. In quell’occasione un giornalista del Corriere di Como, Dario Campione, estimatore dello scrittore siciliano, mi chiese di partecipare alla presentazione del secondo dei suoi tre romanzi, appena pubblcato, Nottetempo, casa per casa.

Nel 2005 egli mi ricambiò l’onore e presentò, alla storica libreria Feltrinelli di via Manzoni in Milano, un mio libro, L’ultimo rogo, racconto di persecuzioni e tragedie del nostro tempo moderno…

Penso che lo avesse colpito, in qualche occasione di dialogo che avevamo avuto in quei tempi, la valutazione che avevo avanzato del suo ultimo romanzo, Lo Spasimo di Palermo. Alla conclusione di quel complesso e vivo racconto della disfatta morale e civile della Sicilia degli anni Novanta dello scorso secolo, una scena sospesa non chiarisce in modo esplicito se il protagonista del romanzo sopravviva all’esplosione di un’auto bomba, in una scena spettrale del tutto simile alla reale e cruda vicenda del magistrato Paolo Borsellino. Propendo, ora come allora, per il sì, e con quel protagonista, Chino Gioacchino Martinez, intellettuale incantanto dal mondo, a parere di chi scrive moriva, in effetti, nel romanzo di Consolo, la stessa possibilità di scrittura nell’autore del romanzo. L’uccisione dell’intellettuale rappresentava la metafora di un vero e proprio annichilimento creativo dell’autore. Penso che dovesse essere molto cruda come affermazione, e forse la presentai a Vincenzo Consolo con un eccesso di distacco analitico. Egli avrebbe potuto fare altrimenti, eppure non rinunciò a offrire la sua disponibilità, tanto da presentare il mio libro (nella foto del 28 febbraio 2005).

Occorre rammentarlo: è un fatto che, dopo aver pubblicato Lo Spasimo di Palermo, Vincenzo Consolo non produsse più un’opera letteraria dotata dell’organicità, del tenore e della forza narrativa del suo ultimo romanzo: seguirono saggi, raccolte di articoli giornalistici (il più importante la raccolta Di qua dal faro), interviste. Non più un romanzo.

Dobbiamo quindi comprendere il senso e la portata di tanto intellettuale, davvero unico, refrattario al chiacchericcio televisivo, mai prono al potere, combattivo e resistente.

Penso che nella sua opera, prima di ogni cosa, ci fosse una musica compositiva. Diversi autori, anche su saggi rintracciabili in rete, hanno riconosciuto nella ritmica della prosa di Vincenzo Consolo il metro (pascoliano?) del parodo o dell’exodo anapestico: si tratta del ritmo dattilico ascendente che si trovava negli antichi canti di marcia spartani, o nelle tragedie ateniesi.

Questa intuizione musicale, anzi, come disse lo stesso Consolo, poetica, diffusa nel componimento romanzesco, a partire dal Sorriso dell’ignoto marinaio del 1967, si esalta con il passare degli anni e con l’acquisizione di una consapevolezza maggiore in Vincenzo Consolo, sino a divenire esplicitazione di una poetica nella struttura del suo ultimo romanzo, Lo Spasimo di Palermo. Proprio quest’ultimo viene introdotto da una struttura natrrativa che s’intercala tra un capitolo e l’altro, e che richiama il coro della tragedia, mostrando così in modo evidente la struttura compositiva e l’allusione alla tragedia ateniese:

Congiura, contagio e peste in ogni tempo”…

(Si consideri che, sul piano ritmico questo inserto risponde per l’appunto al ritmo anapestico:

. . ‘ . . ‘ . . ‘ . . ‘ . .’ . )

La peste cui Consolo si rivolge, è la pervasività ossessionante del sopruso mafioso, che porterà la speranza dei siciliani al naufragio dell’ultimo attentato palermitano che divenne tomba della speranza dei siciliani onesti e morte per il magistrato Paolo Borsellino.

In particolare, dei tre romanzi di Vincenzo Consolo che costituiscono il ciclo dell’Italia unita, giova rammentare la chiave di lettura che il medesimo Consolo amava darne: si tratterebbe del racconto dei tre fallimenti della storia unitaria. Nel primo, sarebbe rappresentato il fallimento risorgimentale, il naufragio delle speranze democratiche e garibaldine nella Sicilia dei Gattopardi; e con esso, è in uno descritto anche l’eclissi dell’intellettuale: inattuale, inconsapevole, passivo, non ancora engagè, per così dire. Nel secondo romanzo, Nottetempo, casa per casa, anche qui un intellettuale, maestro elementare, è travolto dal secondo e drammatico fallimento dell’Italia unitaria, quello dovuto all’avvento de fascismo. Per la seconda volta, le speranze degli italiani naufragano in un gorgo storico, nel ventennio del buio novecentesco. E infine il terzo romanzo, Lo Spasimo di Palermo, ci presenta un ulteriore fallimento delle speranze italiane, quello repubblicano. Le speranze di una rinascita crollano di fronte alla pervasività del potere mafioso, e alle sue infiltrazioni nello Stato repubblicano; ma c’è di più, con la fine del magistrato assistiamo alla morte dell’intellettuale protagonista del romanzo, Chino Martinez, e della sua graduale presa di coscienza della violenza del mondo.

Come ho ricordato, a parere di chi scrive, non è da consierarsi casuale che l’epilogo, tragico, per l’intellettuale protagonista del suo terzo e ultimo romanzo sia prodromico all’esaurirsi della vena creativa dello scrittore sicliano. Forse studi documentati e filologicamente ben condotti sul materiale documentario di Vincenzo Consolo potranno dimostrare che così non sia stato; ma ad oggi nessuna traccia ci dimostra che Consolo attendesse a un’opera dello spessore problematico dello Spasimo di Palermo.

Forse, dal lavoro di vaglio critico condotto per la nuova edizione del Meridiano a lui dedicato sapremo qualcosa di più su Vincenzo Consolo. Di certo, sin d’ora possiamo ritrovare in lui uno dei più alti romanzieri (romanziere, malgré lui) del nostro secondo Novecento.

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