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FINE DELLA POLITICA ED ETERNITA’ DEL CAPITALISMO

Giudice maggio Eidoteca

Di Gianfranco Giudice

La politica attuale ci presenta un caos difficilmente comprensibile. La vicenda italiana di queste ultime settimane successive alle elezioni di febbraio, ci presenta un’impossibilità che si traduce in termini politici nella incapacità dell’attuale Parlamento di esprimere una maggioranza di governo. Perché accade tutto ciò?

Potremmo aggiungere parole a parole, ragionando della tripolarizzazione, della rinascita berlusconiana, della crisi di identità permanente del Partito democratico, oppure nel nuovo fenomeno grillino. Oppure potremmo focalizzare la nostra attenzione sulla incredibile legge elettorale, il cosiddetto porcellum, che impedisce la formazione di maggioranze omogenee nei due rami del Parlamento, per non parlare dell’ultimo spettacolo messo in scena in occasione della elezione del Presidente della Repubblica. Non diremmo nulla di originale. Più interessante è cercare di capire perché la politica attuale, non solo italiana, giri vorticosamente a vuoto su se stessa da anni, comunicando ad un tempo un senso drammatico di impotenza e di inconsistenza. La politica è nella sua essenza decisione, dunque forza, esercizio della forza in grado di modificare il corso degli eventi. La politica è efficacia, dunque esiste politica solo in termini di concreta capacità di assumere decisioni, la politica esiste pertanto dove si prendono decisioni efficaci. Sempre si dà politica, in tal senso la crisi della politica è solo la crisi di determinati luoghi della politica che lasciano spazio ad altri luoghi dove le decisioni vengono assunte. Non esiste pertanto vuoto politico, ma solo il vuoto in luoghi politici tradizionali diventati inefficaci e impotenti. La politica efficace ha sempre alle spalle una determinata visione del mondo, consapevole o meno che sia presso gli attori protagonisti delle decisioni. Cosa discende dunque da queste premesse ricavabili dalla fenomenologia del presente? Oggi i partiti tradizionali, i luoghi istituzionali deputati da sempre alle decisioni politiche come il Parlamento nazionale, hanno perso di efficacia a vantaggio dei meccanismi economici dominati dalla globalizzazione dei mercati, dal capitalismo globale guidato prepotentemente da alcuni decenni dalla finanza. In questo orizzonte va cercato il luogo vero delle decisioni, dunque il luogo della politica. L’unica dimensione istituzionale in grado oggi di vedere e gestire una dinamica così potente è l’Unione europea, non certo i Parlamenti nazionali come quello romano in cui da settimane va in scena uno spettacolo che è un misto che oscilla tra velleitarismo ( vedi i proclami grillini) e impotenza ( le trame di Bersani ), con l’aggiunta del populismo berlusconiano e della fredda e algida sagoma di Mario Monti. La conclusione della vicenda dell’elezione del nuovo Presidente della Repubblica con la riconferma di Giorgio Napolitano, è una prova eloquente di quanto detto, infatti nel marasma politico attuale Napolitano viene rieletto in quanto unico garante per conto dell’Europa di un futuro governo tecnico – politico di unità nazionale in grado di far rispettare all’Italia gli stringenti vincoli di bilancio europei. Sinistra centro e destra sono oramai pure variabili dipendenti di una necessità la cui forza sta da tempo oltre i confini nazionali. Nessuno nei luoghi tradizionali della politica decide più nulla perché non può decidere più nulla, i vincoli europei dettati a loro volta dalle esigenze della competizione dei mercati internazionali non permettono alcuna deroga, fatto salvo per alcuni provvedimenti che talora le forze politiche mettono in campo sul terreno dei diritti civili, vedi Hollande in Francia, certamente importanti ma assolutamente ininfluenti rispetto a questioni drammatiche come quelle del lavoro, dello sviluppo economico e di una concreta lotta alle ingiustizie e alle diseguaglianze sociali. Su questi terreni decisivi nessuno ha nulla di concreto da proporre, perché i vincoli economici europei e globali hanno già stabilito l’agenda politica ( ve la ricordate la fantomatica “agenda” del tecnocrate Monti? ) valida per tutti.

A monte di tutto ciò esiste una questione teorica enorme, ovvero perché si dia una politica come abbiamo detto è necessario un esercizio della forza, ovvero dell’efficacia e della capacità di decidere, è necessario pensare alla possibilità di ri-aprire la storia e il tempo, oltre ogni circolarità ripetitiva come quella che appare oggi attraverso le maglie della “gabbia d’acciaio” del capitalismo di weberiana memoria. Insomma perché si dia una politica altra rispetto alla politica come semplice amministrazione dell’ordine capitalistico globalizzato, è necessario non pensare e immaginare di essere giunti alla fine della storia, non pensare che il modo di produzione capitalistico sia eterno, perché l’ordine capitalistico in effetti pensa sé stesso come eterno. Esiste dunque una questione teorica che riguarda il legame intrinseco esistente tra l’essenza profonda del capitalismo e l’idea di eternità, intesa come insuperabilità di un determinato stato di cose, insuperabilità che ovviamente non significa assoluta immobilità, poiché l’organizzazione capitalistica pensa il proprio carattere eterno in modo dinamico, come ripetizione dell’identico, ovvero come movimento continuo nella stabilità e nella permanenza della forma pur nel mutamento e nella trasformazione della materia su cui si imprime quella forma, pensiamo in tal senso al movimento della spirale in cui si sommano circolarità e movimento rettilineo, ripetizione e irripetibilità. La domanda sul perché il capitale pensi se stesso come eterno, non implica in quanto tale una risposta definita circa l’effettiva eternità dell’organizzazione capitalistica. Non c’è dubbio tuttavia che la risposta che si dà alla domanda fondamentale che ci siamo posti, potrà aiutare nella ricerca della risposta alla domanda circa l’effettiva eternità dell’ordine capitalistico. La nostra domanda riguarda l’immaginario che governa nel presente la nostra società, le sue élites così come in maniera più o meno consapevole le persone comuni e in ultima istanza ciascuno di noi individualmente. Che il nostro mondo, l’orizzonte del mercato fondato sulla logica capitalistica del profitto, costituisca l’unico mondo possibile, anche se non il migliore dei mondi possibili, questo perché si è dimostrato nei fatti l’unico sistema economico in grado di produrre una quantità crescente di beni e di ricchezza, possiamo considerarlo l’immaginario comune del nostro tempo, il presupposto implicito da cui muove la politica contemporanea, così come il pensare e l’agire delle classi dirigenti e della gran parte delle professioni intellettuali. Perché pensiamo questo ? In fondo la storia dei secoli passati ci insegna che tanti mondi e immagini del mondo sono passate e scomparse, perché allora si può pensare oggi di vivere alla fine della storia ? Potremmo ricordare che anche chi viveva nel passato, per esempio nei tempi antichi o nel Medioevo, difficilmente poteva immaginare un mondo diverso dal proprio, eppure quel tempo è arrivato travolgendo tutto e tutti. Pensiamo anche alle classi umili, alle classi subalterne, per esempio pensiamo ai contadini che rappresentavano la stragrande maggioranza degli uomini nel passato ma pensiamo anche ai loro padroni e signori, potevano costoro anche lontanamente immaginare che un altro mondo diverso dal loro, dove non valesse più l’ordine costituito da oratores, bellatores laboratores fosse possibile ? La risposta è senza dubbio no, e allora perché meravigliarsi del fatto che oggi la stragrande maggioranza delle persone consideri l’ordine attuale eterno ? In fondo è sempre stato così, ciascuno che appartenga ad un mondo è portato, salvo eccezioni, a considerare quell’orizzonte delle cose come definitivo, dunque la medesima regola vale per il mondo in cui ci è capitato di vivere attualmente. Non ritengo tuttavia che la questione possa chiudersi così, innanzitutto per un motivo banale: come possiamo pretendere che il presente sia eterno dato che il passato ci ha ammaestrato in senso contrario ? Ma al di là di questa semplice osservazione, dobbiamo aggiungere che oggi la tesi dell’eternità dell’ordine capitalistico viene sostenuta con dovizia di argomentazioni storiche e scientifiche, insomma non si tratta di una semplice fede o immaginazione, bensì si tratterebbe del “ portato della storia “, confermato dal crollo avvenuto oltre vent’anni fa dei regimi del socialismo reale. La profezia circa la fine della storia nasceva infatti proprio in quel tornante della storia alla luce degli eventi maturati nel biennio 1989 – 1991 (ricordiamo in proposito il famoso libro dello studioso americano Francis Fukuyama, La fine della storia pubblicato nel 1992). Il tema della fine della storia è legato in modo assai stretto col nostro problema, infatti pensare all’ordine capitalistico come eterno significa pensare anche che la storia umana abbia raggiunto la sua ultima tappa, dopo di che il corso degli eventi non sarebbe che una eterna ripetizione dell’identica forma. Si può obiettare che parlare di capitalismo in modo generico ed omogeneo non abbia alcun senso, per cui in effetti oggi non ci troviamo davanti ad una forma unica dell’organizzazione sociale ed economica, bensì a molte realtà diverse che, pur nel contesto unitario della globalizzazione capitalistica, mantengono le peculiarità che derivano da storie e culture millenarie, un esempio in tal senso sarebbe la Cina. Questo argomento ritengo sia del tutto infondato, poiché nel riconoscere l’esistenza di un tratto unificante, pur nelle differenze, nel contesto della globalizzazione del modo di produzione capitalistica, si ammette l’esistenza di un nucleo essenziale imprescindibile che definisce quello che chiamiamo ordine capitalistico. Il nucleo essenziale è esattamente quanto si pensa eterno, al di là di differenziazioni del tutto contingenti che non possono intaccare la durezza di quel nucleo fondamentale.

Perché è possibile pensare che l’essenza del capitale rappresenti l’orizzonte eterno dell’umanità ? Avanzo l’ipotesi che questo accada perché l’organizzazione capitalistica rappresenta la traduzione storica di un destino metafisico, quello della verità come ripetizione dell’identico, o per meglio dire quello della verità intesa come necessaria ripetizione della negazione del contingente ( rinvio per una trattazione ampia di questo punto al mio saggio Verità e ripetizione, “Nòema”, Rivista online di filosofia, n° 3, 2012 ). La logica del capitale in ultima istanza si traduce nella ripetizione della logica del profitto che consente la perpetuazione all’infinito di una identica forma. L’energia che tiene in vita questa dinamica è l’energia del desiderio, costitutiva dell’essere umano, la stessa energia che alimenta e tiene in vita la dinamica della conoscenza e della ricerca della verità. Il desiderio nella sua essenza profonda è, ancora una volta, ripetizione dell’identica forma attraverso la negazione della contingenza dell’oggetto entro il quale ogni volta il desiderio si incarna. L’ordine capitalistico può pertanto pensare sé stesso come eterno perché, al di là di giustificazioni di carattere ideologico, pensa di attingere alla struttura profonda della natura umana, che ha a che fare con la dinamica del desiderio. Cosa può la politica contingente elettoralistica di questi tempi, la politique politicienne rispetto a tutto questo? Solo finire, per lasciare spazio ad una nuova politica all’altezza dei tempi, oppure alla rassegnazione impotente di fronte alla potenza della politica del Capitale coincidente con lo Spirito del mondo.  

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