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CANADA (RICHARD FORD)

 

Di Luigi Torriani

001Richard Ford, statunitense classe 1944, già vincitore del Premio PEN/Faulkner e del Premio Pulitzer negli anni ’90 (entrambi i premi con con il romanzo “Indipendence Day”, 1995), è un autore ancora relativamente poco noto al pubblico italiano, anche se “Canada” è il decimo titolo di Ford nel catalogo Feltrinelli. Ma di certo la figura non ha, in Italia, la notorietà di un Franzen, di un Corman McCarthy, o di un Paul Auster, autori che secondo Sandro Veronesi “sono bravi, per carità, ma al cospetto di Ford sono ancora tremuli come leprotti”.

Facendo il libraio parlo ogni giorno con persone che leggono e amano i libri, e posso confermare quella che sarà la sensazione di molti lettori di questa recensione: non siete solo voi a non conoscere Richard Ford. Tutto questo fino all’uscita di “Canada”, che ha messo d’accordo tutta la critica italiana, da Parente (per “il Giornale”) a Serino (per “Libero”) a Gabriele Romagnoli (per “Repubblica”) a Sandro Veronesi (per il “Corriere della Sera”), fino alla serata di “Che tempo che fa” di sabato 16 marzo, con l’intervista di Fabio Fazio a Ford.
Protagonista e voce narrante di “Canada” è Dell Parsons, e il romanzo inizia nel 1960, quando Dell ha quindici anni. Da qui la fascetta di Niccolò Ammaniti “Richard Ford ha fatto un miracolo, si è reincarnato in un adolescente degli anni sessanta e ha raccontato la provincia americana come pochi hanno fatto prima”. Una fascetta che secondo Massimiliano Parente ha “rovinato” l’edizione italiana del libro (ma si può sempre togliere…), e che in effetti è piuttosto riduttiva rispetto al senso e alle ambizioni del romanzo.
Il quindicenne Dell Parson vive a Great Falls, nel Montana, con la sorella gemella Berner, la madre Neeva e il padre Bev. Una famiglia americana normale, anche se il padre Bev – ex pilota dell’aeronautica militare durante la Seconda Guerra Mondiale – “quando tornò dal teatro di guerra e smise di essere l’agente della morte che fischiando cadeva giù dal cielo (…) forse era, come molti soldati americani, nella stretta di una grande, imprecisata gravità. Lottando contro questa gravità, passò il resto della vita cercando di essere positivo e di stare a galla, prendendo decisioni sbagliate che per un attimo sembrarono giustissime, ma in definitiva non comprendendo il mondo in seno al quale era tornato e lasciando che questa incomprensione diventase la sua vita”. Tra queste “decisioni sbagliate” di Bev Parsons ce n’è una – decisiva – che viene già rivelata al lettore nella prima pagina – anzi, alla prima frase – di “Canada”: “prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori”. Bev Parsons e la moglie Neeva, per rimediare a un colpo di testa di lui (che si era fatto invischiare in traffici illeciti di carne e aveva contratto dei debiti con alcuni indiani), un colpo di testa che volendo si sarebbe potuto risolvere in molti modi meno drastici, prendono la decisione folle e tragica di rapinare una banca. Sono poche ore, che cambieranno per sempre la vita loro e dei figli.
Bev e Neeva vengono scoperti dopo alcuni giorni e arrestati. I figli Dell e Berner li rivedranno una volta in carcere, poi mai più (ma riceveranno notizie – tragiche – della madre molti anni dopo). Gli stessi gemelli – Dell e Berner – prenderanno due strade completamente diverse, due vite lontanissime nell’immenso Nord America, e si rincontreranno soltanto da vecchi, per poche ore. Dell viene portato da un’amica della madre in Canada, e affidato al fratello di lei, un uomo che è tutto tranne che affidabile e fidato, e che finirà con il convolgere il ragazzo in un duplice omicidio (non temo con questo di rovinare la sopresa al lettore perché la seconda frase del libro – dopo “ prima di tutto parlerò della rapina commessa dai nostri genitori” – è “poi degli omicidi, che avvennero più tardi”; non è la trama, ma la catena dei significati, la forza del libro). Dell vive per mesi in una baracca fatiscente in zone di caccia e di frontiera. Avrà giorni e notti intere per ripensare a una frase di suo padre: “Cosa significa avere un senso? Significa che accetti le cose. Se capisci, poi le accetti. Se le accetti, capisci”.
Tutto è iniziato con la rapina decisa dal padre, che ha dato inizio a un pendio scivoloso lungo il quale molti non sarebbero riusciti a fermarsi e a risalire. Ma Dell Parsons ce la fa, si rialza continuamente dopo ogni caduta e la sua vita va avanti, diventa cittadino canadese, si sposa, riesce a studiare e a diventare insegnante. Non è una fede religiosa a sostenerlo, ma una resistenza incrollabile – stoica – di fronte agli eventi. Perché comunque, qualunque cosa sia accaduta, qualunque cosa accada, qualunque sia la distribuzione delle responsabilità e qualunque sia il corso preso dall’esistenza, “dare la colpa ai genitori delle difficoltà della propria vita alla fine non porta da nessuna parte” e “quello che so è che nella vita hai migliori posibilità – di sopravvivere – se sopporti bene le sconfitte; se riesci a non diventare cinico nel corso di questo processo; se riesci a subordinare, come indicava Ruskin, a mantenere le proporzioni, a collegare le cose disuguali in un intero che protegga quanto c’è di buono, anche se bisogna riconoscere che spesso il buono non è semplice da trovare”.
Intervistato da Gianni Riotta per “La Stampa”, è lo stesso Richard Ford a riassumere il senso di “Canada” in questi termini: “viviamo in una cultura del vittimismo, un’amica alla Columbia University, dove insegno, mi ha chiesto, ti ha mai sculacciato tua mamma? Sì, a volte, ho risposto, e lei triste, ma allora hai subito abusi da bambino. Macché, erano solo sculacciate. Cechov veniva picchiato dal padre, allora in Russia si usava, ma non se ne fece amareggiare. I Parsons oggi sarebbero considerati una famiglia negativa, ma a modo loro, invece, si amano. La caparbietà, non arrendersi al male, non diventare ostili, colmi di rancore se non tutto va come vorremmo – stoicismo si diceva una volta – sono virtù dimenticate. Sa chi ammiro e rispetto? I militari veterani che tornano dall’Iraq, feriti, amputati, eppure determinati a vivere la vita, e sanno quanto fragile sia, senza lagnarsi, con forza”.

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