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ANTISPECISMO DEBOLE : LA VIOLENZA (1)

foto articolo Caffo eidoteca maggio

di Leonardo Caffo

«Il più veloce ed efficace metodo per distruggere un “movimento”, è farlo dall’interno»

Melanie Joy, Strategic Action for Animals

 

1. Precisazione sull’antispecismo debole.

Tentando una parafrasi di Shakespeare (ci perdonerà, non temete) potremmo dire che «ci sono più violenze in cielo e in terra, caro antispecista, di quante ne sogni la tua filosofia». Ma permettetemi di partire da più lontano, e vedremo perché ho disturbato il caro William. Recentemente ho proposto un approccio filosofico e politico all’antispecismo diverso da tutti gli altri sul panorama nazionale e internazionale1. Non che essere diversa, per una teoria, rappresenti meriti o vantaggi quanto, piuttosto, una specificità: pur condividendo molte proprietà con altri approcci all’antispecismo (su tutte la necessità della liberazione animale) non ne condivide, invece, molte altre (con l’antispecismo politico classico, soprattutto, non condivide l’implicazione che alla lotta per la liberazione animale seguirà – sic et nunc – quella degli umani). Vorrei sfruttare l’occasione offertami dalla Eidoteca per ragionare sul tema della violenza a partire da questo mio approccio cominciando, tuttavia, da alcune precisazioni importanti vista la già ampia e articolata ricezione del dibattito a proposito dell’antispecismo debole2. Ogni forma di antispecismo, anche quello morale di derivazione anglosassone dei primi anni ’70, è una teoria politica ovvero, per parafrasi, è un antispecismo politico. Basterebbe questa precisazione, banale, che deriva dal fatto che una teoria T chiede a un contesto politico P dei cambiamenti C (es: abolizione dello sfruttamento e morte animale), a rendere l’antispecismo politico – senza altre precisazioni di merito e scopo – non un antispecismo particolare, ma un pessimo antispecismo: poco sviluppato filosoficamente, e sbilanciato su un attivismo confuso (“tutti liberi, qui e ora!”). Per quanto detto sopra, dunque, anche l’antispecismo debole è una forma di antispecismo politico solo che, al contrario del generico calderone che vizia l’attivismo del bel paese, fa lo sforzo di dire in cosa si caratterizza la sua proposta di sfondo. Ma ci sono dei “però”, proprio riguardo la situazione italiana. Da quando è iniziato il dibattito italiano sui diversi tipi di antispecismi (in cui credo, umilmente, l’antispecismo debole ha avuto una funzione di rottura fondamentale) si è creata una eco che, forse, nessuno dei primi partecipanti si sarebbe mai aspettato3. Prova ne sono i vari dibattiti organizzati, gli articoli, i video, i cortei che – in modo diretto o indiretto – si sono richiamati al confronto nostrano, il che dimostra, a mio avviso, una cosa importante: l’Italia è un paese in cui il dibattito sulla liberazione animale gode di ottima salute. Ciò che ho rimproverato all’antispecismo politico è di essere vuoto; tutti gli antispecismi, ripetiamolo ancora, sono politici: perché chiedono una qualche trasformazione sociale dell’esistente. Peter Singer, per quanto criticato (non solo in Italia), come pensatore astrattamente morale, aveva prodotto una teoria politica; e così Tom Regan, Jeroen van der Veer, Paola Cavalieri, Tzachi Zamir, ecc. Non che fossero teorie di filosofia politica, intendiamoci, ma nel momento stesso in cui chiedevano l’abolizione dello sfruttamento animale, visto che tale sfruttamento regge (tesi forte) o incide (tesi debole) sull’assetto delle società contemporanee, stavano ovviamente facendo politica. Per questo, la distinzione “antispecismo morale – antispecismo politico”, che non a caso ha attecchito in Italia più che altrove, è a mio avviso un’aberrazione filosofica, per non parlare poi, distinzione ancora più grave, di quella tutta italiana tra antispecismi di diverse generazioni (che ho usato anche io, mea culpa: si cambia idea) che lascia presupporre un vecchio e nuovo che non sta da nessuna parte. È dunque già il termine, antispecismo politico, utilizzato per descrivere una teoria specifica, piuttosto che un insieme di modelli per l’etica animale, che mi lascia spiazzato per la sua genericità. C’è poi, ovviamente, una critica di senso e di merito che mi sento di fare all’antispecismo politico (d’ora in poi AP) e che dà senso al mio antispecismo debole (d’ora in poi AD). Per prima cosa credo che i teorici di AP (si cita sempre, quasi per rito, David Nibert – chissà quanti hanno letto i suoi testi?) difendono un progetto filosofico fondato solo sui propri desideri: unire i problemi della questione animale a quelli della (qualsiasi cosa sia, sospendo il giudizio), questione umana. È encomiabile, intendiamoci, ma è questo che devono fare i filosofi? Volere una cosa, e dunque dire che la realtà è così? Se non fosse che lo slogan volontà di potenza è ingannevole, e sembra fatto per vendere un profumo, verrebbe da crederci. Il fatto che la società sia ingiusta in modo trasversale, lasciando pochi umani eletti al di là del malessere, e che i rapporti di potere che investono gli umani siano, presumibilmente, simili o addirittura uguali a quelli che investono gli animali, non implica che l’antispecismo sia – di per sé – una battaglia per la liberazione di tutti e che, di conseguenza, i soli animalisti sbaglino. La faccio breve per esigenze di spazio, ma spesso sembra di assistere alla mostra dei frullati, piuttosto che ad analisi filosofiche puntuali: che cosa conduce a non concepire l’antispecismo come una battaglia per gli animali non umani e basta? E muovere poi, in parallelo, una battaglia per i diritti (o quello che si vuole se, con Jackie Derrida, la parola è effettivamente “disturbante”) degli umani? Perché mai le due “lotte” dovrebbero collassare l’una nell’altra?  E c’è poi un ultimo punto che vorrei sollevare, prima di dedicarmi alla “violenza”, che mi permetto di chiamare “negazionismo”. Ancora una volta si tratta di una faccenda più italiana che altro, ma non è difficile rintracciare anche esempi internazionali: da un lato coloro che negano che il problema sia lo specismo (penso a Matthew Calarco o Ralph Acampora) e parlano solo dell’antropocentrismo, o – addirittura – esistono anche coloro che credono che siccome siamo antropocentrici, e ce la prendiamo anche con gli umani, allora non siamo mai stati specisti; mentre, dall’altro lato, quelli che credono che l’antispecismo sia inutile alla liberazione e basti lo specismo (Tzachi Zamir) o, come nel caso di Maurizi, che l’antispecismo non esista perché il movimento ha incongruenze storiche che lo rendono “fantasma”. Questi negazionismi, ognuno a proprio modo, a mio avviso sono privi di senso: ogni qualvolta un animale viene discriminato da un umano solo perché appartenente ad un’altra specie quello è specismo; ogni qualvolta qualcuno si oppone a questa discriminazione, sostenendo che la specie e la morale non hanno gli stessi confini, quello è antispecismo. E quando dico debole, dell’antispecismo, mi riferisco proprio al fatto che dovremmo ripartire da qui: salvare gli animali perché vittime innocenti di un sistema specista, a prescindere da tutto ciò che questa liberazione dovrebbe garantirci – presunte società liberate.

2. Violenza.

E ripartiamo da Shakespeare (che, frattanto, ci avrà perdonato). Potremmo tentare di affrontate il tema “violenza” entro l’antispecismo in modo assai banale: possiamo usare violenza, ad esempio distruggere un laboratorio di vivisezione, per liberare gli animali? So che lo faranno altri, e francamente trovo pericoloso – e proprio frutto della confusione italiana sul tema della politica antispecista – credere che la violenza possa, se non generare altra violenza, addirittura salvare la condizione di esseri che dipendono proprio da chi vogliamo punire. Farò, invece, qualcosa di assai più complicato: proverò a spiegare perché, non solo l’antispecismo politico classico è vuoto e filosoficamente confuso ma è, addirittura, pericoloso per la liberazione animale. Credo che la dannosità, nell’intendere la liberazione animale come una liberazione umana, sia ben evidenziata da quella che è, a tutti gli effetti, un’esponente dell’antispecismo debole internazionale – Melanie Joy – attraverso l’analisi di tre argomenti4 che qui non ricostruirò: (1) lo scopo e l’impatto dello specismo; (2) i difensori dei diritti animali non sono gli stessi animali; e (3) il concetto di “proprietà” dell’animale è del tutto singolare. Ma vorrei provare ad aggiungere un quarto argomento a questa strategia della Joy: sosterrò, infatti, che AP è essenzialmente un argomento indiretto. Non mi soffermerò sul fatto, schizofrenico, che vede alcuni suoi sostenitori essere, contemporaneamente, contro gli argomenti indiretti perché questo non riguarda tanto la liceità delle teorie, quanto la scarsità di attenzione nel discutere di certe tematiche. Mi soffermerò invece su quanto siano pericolosi argomenti indiretti come AP per la liberazione animale da un punto di vista morale e più generalmente filosofico. La mia strategia risiede nel fare una metariflessione su AP che, se al suo interno, come ha ben mostrato Marco Maurizi5, trova ragioni strategiche per abbattere la distinzione tra argomento diretto e indiretto, al suo esterno, ovvero nella funzione teorica che deve ricoprire, si rivela invece come un enorme boomerang per la questione morale degli animali. L’argomento ideale utilizzato da AP6 è il seguente:

P1: Lo specismo è un fenomeno intrinsecamente politico che riguarda la struttura generale delle società contemporanee: il capitalismo;

P2: Se non si abbatte il capitalismo, dunque, lo specismo resiste ad altre strategie d’attacco (morali, ad esempio);

P3: Se il problema dello specismo è l’esistenza del capitalismo, allora, è necessario inglobare altri movimenti di critica e contestazione del capitalismo che pure non partono dal problema della sofferenza animale: l’obiettivo, seppur inconsapevole, è comune;

C: Dunque lo (1) specismo è eliminabile attaccando il (2) capitalismo anche insieme a chi non contesta (1) ma solo (2) perché, inconsapevolmente, mira alla fine dello sfruttamento animale che viene dunque a coincidere, de facto, con la fine dello sfruttamento anche umano.

Va detto sin da subito che, la maggior parte degli antispecisti politici, per la caratteristica filosofica “poco chiara” di cui fanno uso, non concorderebbe con questa ricostruzione; e non perché vorrebbero proporne un’altra, come si dovrebbe fare entro il dibattito filosofico, ma perché sempre, e comunque, diranno che volevano intendere “un’altra cosa”. Ma cosa sia, questa “altra cosa”, non è dato sapere allo stato attuale della ricerca. Tuttavia, una ricostruzione esplicita, almeno a mio avviso, va fatta: per cui mi limito a contrastare questa in attesa di nuove proposte. Potrei attaccare l’argomento in molteplici parti, perché la sua infondatezza deriva dalla non giustificazione di più premesse ma, in questa sede, mi interessa soprattutto contestare P37 perché è da qui che deriva la dannosità dell’antispecismo politico. Il modo più efficace di contestare la premessa è attaccare l’antecedente del condizionale “il problema dello specismo è l’esistenza del capitalismo”. Per farlo, devo distinguere due diversi “tipi” di specismo che chiameremo, specismo “naturale”, e specismo “innaturale” da cui si sviluppano, ovviamente, due diversi tipi di antispecismo.

[SN] Specismo naturale: si dice “specismo naturale” la naturale propensione di ogni specie, Homo Sapiens compreso, nel preferire individui della propria specie rispetto ad individui di altre specie. Questa preferenza può trasformarsi in protezione dei propri simili a discapito del dissimile. In questo senso è possibile parlare di “pregiudizio”.

[SI] Specismo innaturale: si dice “specismo innaturale” il meccanismo di oppressione istituzionalizzato dalle società umane volto a massacrare, a miliardi, gli animali non umani per diversi motivi, tipicamente, abbigliamento, ricerca, divertimento e alimentazione. In questo senso è possibile parlare di “ideologia”.

Ciò che sostengo è che l’argomento di AP prenda di mira, senza capire la reale portata del fenomeno, solo SI senza contare la portata di SN, che è assolutamente indipendente dalle specifiche istanziazioni socio-politiche e che va contrastato impostando una battaglia culturale di ripensamento dell’animalità. Utilizzare l’argomento di AP è dannoso perché si rischia di inglobare all’interno della propria lotta soggetti che, anche una volta ottenuto l’obiettivo comune dell’anticapitalismo (la sua assenza, dunque), continueranno a discriminare gli animali senza che questo vieti, infatti, che ogni forma di società futura non continui a rendere la discriminazione dell’altro animale un perenne dato di fatto. Se attaccando il capitalismo si arrivasse, infatti, alla liberazione animale per motivi indiretti, questa andrebbe a ricrearsi in futuro per opera di coloro che hanno contestato il sociale solo per la violenza nei confronti degli umani: la violenza di AP è quella di illudere gli animali che stiamo lottando per loro, mentre invece stiamo costruendo una lotta insieme ad umani che sono lì soltanto per loro e che continueranno a pensare, sempre e comunque, l’altro animale come un oggetto.

Questa è la più grave delle violenze anche se la strada che porta alla sua comprensione, credo con dispiacere, è ancora assai lunga.

1Nel modo più organico: Il maiale non fa la rivoluzione: manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato (AL) 2013.

2Una rassegna aggiornata è consultabile sul sito della rivista/blog Asinus Novus: http://asinusnovus.wordpress.com/extra/rassegna-antispecismo-debole/

3Vorrei ringraziare qui, ancora una volta, Marco Maurizi per aver subito discusso criticamente la mia proposta e Christian Raimo, della redazione di Minima & Moralia, per aver accolto l’articolo sul Terzo Antispecismo nelle pagine della rivista. Infine, un ringraziamento particolare va a Emilia Zazza di Rai Educational per lo speciale su Rai Filosofia.

4 M. Joy, Strategic Action for Animals, New York, Lantern Book, pp. 16 – 20.

5 L’analisi di Maurizi, che come è ovvio non condivido dalla prospettiva morale, è reperibile in “La disputa sugli argomenti diretti e indiretti: un falso problema”, in Liberazioni. Rivista di critica antispecista, Vol. II, 5: 2011, pp. 35 – 57.

6I teorici di AP non amano gli argomenti ma, come tutti gli Homo Sapiens, li usano – anche se a loro insaputa come Claudio Scajola con la casa.

7 In Il maiale non fa la rivoluzione, cit. sono attaccate diffusamente anche le altre premesse, per cui mi permetto di rimandare a questo lavoro per una trattazione più articolata. 

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7 commenti

  1. […] 4) Poiché questi autori seguono la tradizione filosofica “continentale” non è possibile criticarli perché diranno sempre che se uno li critica loro vogliono intendere “altro”. […]

  2. […] Caffo (Catania, 1988), filosofo e attivista, vegano, lavora presso l’Università degli Studi di Torino, è Associate Fellow dell’Oxford Centre for Animal Ethics, direttore di “Animal Studies: Rivista Italiana di Antispecismo” e cofondatore del progetto “Asinus Novus“. Ha pubblicato a maggio 2013 il libro “Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole” (Sonda, pagg. 128), un testo su cui il mese scorso – prima della pubblicazione – sono uscite due anticipazioni qui su Eidoteca, a cura di Rita Ciatti e dello stesso Leonardo Caffo. […]

  3. Leo ha detto:

    La premessa P1 è inesatta, perchè lo specismo non riguarda solo il capitalismo, solo qui e ora.
    Riguardo all’ultima parte su SN e SI ritengo che spesso il confine tra le due sia labile, oppure che si sovrappongano e si sostengano a vicenda. Come ad esempio che SI sostenga tramite l’indottrinamento e l’educazione SN. O che SN apra la porte a SI. Quindi non ritengo che l’antispecismo politico lotti solo contro SN, è una forzatura, così pure AP non vuole solo la fine del capitalismo, ma anche delle gerarchie, tutte incluse anche quelle tra le specie, che è un passo successivo fondamentale. E’ vero che l’anticapitalismo da solo non significa la liberazione degli animali, ma resta pur sempre una CONDIZIONE NECESSARIA. Condizione NECESSARIA, non sufficiente. Questa differenza è fondamentale. Non è vero che lottare contro il capitalismo vuol dire illudere gli animali di lottare per loro e invece lottare per gli uomini, perchè qui e oggi è il capitalismo che tiene in catene gli animali. Uno può combattere il capitalismo solo per gli animali, solo per gli uomini, solo per se stesso, o anche per le piante, la terra, l’acqua, o per tutte queste cose assieme.
    Che l’antispecismo politico sia poco sviluppato filosoficamente ho seri dubbi. Mentre ancora non mi è chiaro perchè l’antispecismo debole ignora totalmente le cause dello sfruttamento animale, che sono cause politiche e culturali UMANE. Come possa darsi un fine e un metodo senza una critica delle cause.

  4. Leo ha detto:

    Aggiungo che non trovo per nulla chiara questa affermazione “salvare gli animali perché vittime innocenti di un sistema specista, a prescindere da tutto ciò che questa liberazione dovrebbe garantirci – presunte società liberate.” ok non garantiamoci nulla, ignoriamo proprio l’uomo, facciamo finta che noi nulla abbiamo in comune con gli animali, neanche la condivisione degli habitat e dello spazio vitale, ma quale sarebbe questo “sistema specista” che vittimizza gli animali? mi sembra molto generico e superficiale. ok salviamoli, come? combattiamo questo “sistema specista”, come non sapendo di che si tratta? ignorando l’uomo mi viene anche difficile pensare a un modo per salvarli senza coinvolgere l’uomo stesso.
    Rileggendo ho notato anche questa frase “esistono anche coloro che credono che siccome siamo antropocentrici, e ce la prendiamo anche con gli umani, allora non siamo mai stati specisti”, in effetti questo ragionamento più che sui libri l’ho sentito verbalmente da una persona che molto onestamente ribatteva alle mie argomentazioni “animaliste”. Semplicemente mi faceva notare che se una persona ha una morale che giustifica la schiavitù e il dominio, indipendentemente dalla specie, ma mettiamo per una legge del più forte, una “the might is right” più o meno parametrizzabile secondo i propri gusti, potrebbe benissimo sfruttare gli animali senza essere specista perchè tale sfruttamento lo compie anche sugli uomini. Come avviene nella realtà per molti tipi di sfruttamento, non quello alimentare perchè quasi nessuno è cannibale, ma per la forza lavoro ad esempio. Il fatto di “possedere” uno schiavo umano mi renderebbe non specista se possedessi ad esempio un bue per il traino o un cavallo per il trasporto. Definire lo specismo come semplice discriminazione basata sulla differenza di specie è inconcludente, almeno al fine della liberazione animale, ed è uno sterile sofismo.

  5. […] no. Lo specismo “naturale” sarebbe “la naturale propensione di ogni specie, Homo Sapiens compreso, nel preferire individui della … Nessuna di queste affermazioni può essere sostenuta in modo rigorso. Anzitutto non esiste niente […]

  6. Asinus Novus ha detto:

    […] la vulgata animalista – che ha recentemente ricevuto l’imprimatur da una citazione di Melanie Joy – tutti coloro che lottano contro lo sfruttamento animale dovrebbero fare […]

  7. […] la vulgata animalista – che ha recentemente ricevuto l’imprimatur da una citazione di Melanie Joy – tutti coloro che lottano contro lo sfruttamento animale dovrebbero fare […]

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